Filippo Maria fece colla moglie Beatrice il suo solenne ingresso in Milano fra le acclamazioni ed i festeggiamenti della nobiltà e del popolo, il quale oltrechè ad ogni novella signoria sorgeva in isperanza di migliori politiche condizioni, amava a preferenza un principe cui potevasi legittimamente attribuire il titolo di Duca, titolo che agli occhi della moltitudine insigniva il potere e faceva primeggiare Milano fra le circostanti città non dominate che da tirannelli indistinti.

Tutto andava a seconda al nuovo Duca. I sudditi ubbidivano; le sue armi guidate dal Carmagnola trionfavano ovunque[5]; altri Stati gli offrivano amistà ed alleanza, l’imperatore d’Allemagna Sigismondo validava in lui il diploma concesso da Venceslao a suo padre.

Abitava Filippo Maria nella rocca interna del castello di Milano, d’onde usciva rade volte per recarsi a quello d’Abbiate a cacciare nel parco. Sommamente difficile si era l’avere accesso presso di lui. Nel castello stanziava numeroso corpo d’arcieri, di balestrieri e lancie spezzate, ed egli si aveva altresì nella rocca una scelta guardia di cavalieri che splendidamente rimunerava ed erano a lui fidatissimi. Fra questi sceglieva per suoi paggi i più giovani ed avvenenti, ai quali non concedeva che di là uscissero fuorchè seco lui, nè voleva ch’altri entrasse a visitarli.

Aveva affidata ad un supremo Consiglio la direzione di tutti gli affari dello Stato, e di questo Consiglio era capo Zanino Riccio, nel quale il Duca riponeva la più cieca confidenza lasciandosi da lui interamente guidare. Suoi intimi famigliari, e consci de’ secreti voleri erano eziandio Ottolino d’Ignigo e Gasparo de’ Grassi, il primo maestro d’armi, il secondo giureconsulto; accordava pure qualche momento del giorno a Ciriaco Anconitano che istudiavasi co’ suoi dettati di rendergli gradite le umane lettere. Quegli però col quale ogni dì secretamente e per lunghe ore intrattenevasi era un filosofo ebreo di nome Elìa, dal quale facevasi rivelare i secreti dell’astrologia, della geomanzia, della chiromanzia, di tutte le scienze che chiamavansi occulte, non che delle arti cabalistiche e divinatorie.

La mente del Duca guasta dei pregiudizi, e già per natura esaltata, inclinava a tutto ciò che s’aveva dello straordinario e del soprannaturale. Secreti terrori l’agitavano; paventava le tenebre che si figurava popolate di fantasime; una voce, un canto, uno strido bastavano a sconvolgere l’animo suo; da ogni oggetto traeva pronostici, e la stessa sua brama insaziabile di penetrare negli arcani dell’avvenire gli moltiplicava intorno le cause di perturbazione e di terrore.

Queste naturali disposizioni, benchè non prendessero pieno sviluppo che nella sua più avanzata età, pure anche al principio del suo dominio fra certa quale mansuetudine giovanile che a lui fu propria, si manifestarono chiaramente pel modo che teneva di vita. Oltre lo stare rinchiuso nella Rocca, ch’era il suo ducale palazzo, ed ammettere assai di rado stranieri alla sua presenza, indizio certo di diffidenza e selvatichezza, egli parlava poco e talora interrogato non rispondeva, o pronunziava parole che sembravano non avere alcun significato. S’occupava assiduamente di sapere tutto ciò che avveniva nella città e nello Stato, e voleva specialmente essere istruito del modo di pensare e d’agire delle persone che lo approssimavano; a questo fine teneva molti esploratori ed operava in modo che l’uno ignorasse dell’altro. La Duchessa Beatrice presa pel marito da caldissimo affetto, stargli voleva continuamente vicino, e procurava guadagnarne il cuore e renderselo benevolo ed amoroso col rallegrarlo e dissiparne i tetri umori, giungendo pure talvolta a far prevalere in lui i proprii miti e benefici consigli a quelli fraudolenti e iniqui di Zanino Riccio e degli altri suoi cortigiani.

A capo però ad un anno l’animo di Filippo Maria facendosi sempre più cupo e insofferente, non vide nella moglie che un oggetto di noja. Cominciò dall’accoglierla freddamente, poi la respinse accigliato e con aspri modi, indi si sottrasse del tutto alle sue visite.

A dare incremento all’odio del Visconte per la Contessa di Tenda congiurarono non so se la sorte, o l’arte profonda e la malizia de’ principali di quella Corte che a causa di sue virtù, divenuti secreti di lei nemici, ne agognavano la perdita.

Quando si trattò di ricongiungere Genova al Ducato, dalla cui sovranità erasi sottratta dopo la morte di Giovan Galeazzo, e per mezzo d’ascosi maneggi coi ghibellini di quella città cercavasi d’ottenerne il possesso senza esporsi ad una lunga incerta guerra, ebbe a trovarsi in Milano il marchese Spinola colla marchesa Eliana sua consorte stretta di sangue ai Castiglioni e ad altri nobili casati lombardi. Zanino Riccio esortò tosto il Duca a ricevere alla Corte quel ricco e potente genovese onorandolo personalmente, per disporlo ad entrare nella lega cui poteva sommamente giovare. Filippo Maria prima di risolvere volle consultare il suo sapiente maestro Ebreo, il quale soleva sempre leggere negli astri, ciò che Zanino Riccio, più potente di lui, bramava vi si leggesse, onde il Duca ne ebbe favorevole responso; anzi si seppe che il chiromante di Palestina disse allora al Visconte con misterioso sogghigno, che Venere dovendo passare nella casa di Giove si sarebbe operato un congiungimento di pianeti, oroscopo a lui faustissimo, sotto l’influsso del quale nulla poteva nè fallire, nè volgersi in contrario. Venne quindi assecondata la proposta dell’accorto ministro.

Il giorno del ricevimento il Duca stava nella sala bianca, così detta perchè candidi arazzi ne ricoprivano le pareti, su ognuna delle quali vedevasi ripetuto il grande stemma di sua famiglia. Egli era assiso in elevato seggio; s’aveva una veste di stoffa d’oro, e il ducale berretto ch’esso portava d’una foggia particolare cioè liscio ed eretto intorno alle tempia, avente il capperuccio ricadente alla sommità. Gli facevano intorno corona que’ del Consiglio, co’ suoi più confidenti tra cui spiccavano per aspetto audace e petulante l’Ottolino, per truce viso Gasparo il legista, per pallidezza il letterato Anconitano, per l’aggrinzamento della pelle e il colorito fosco l’astrologo Elìa, il di cui capo interamente calvo e scoperto rassomigliava a quello d’una statua di basalto rappresentante Ermete o Zoroastro.