Apparve ben tosto colà Zanino Riccio annunziando, e introducendo il genovese Spinola, colla moglie, la quale venne in gran pompa seguita da molte damigelle appartenenti alle più distinte famiglie.

Furono fatti sedere: Filippo Maria parve straordinariamente animarsi e diresse le più affabili parole al Marchese, il quale lusingato da quella inusitata bontà del Duca protestò di sua devozione alla casa dei Visconti; indi venendo da Zanino Riccio con arte finissima condotto a varii ragionamenti rapporto a ciò che potevasi sperare per la ricupera di Genova, promise in faccia al Duca di tutto operare in suo favore. Questi alla sua volta encomiò i Genovesi pel valore marittimo, elevandoli sopra tutti i navigatori d’Italia non esclusi i Veneziani e i Pisani da essi colle galee tante volte rotti e disfatti; enumerò le franchigie che intendeva accordare alla loro città, e disse come voleva giovarli nell’esercizio della mercatanzia, accertandone libero lo smaltimento nel Ducato. Allora ad avvalorare le parole del Principe tutti entrarono a dire dell’utilità somma che recare doveva al Genovesato la preminenza nelle contrattazioni con Milano ch’era la città più ricca d’ogni manifattura; e qui l’uno espose la sua estesa industria nelle arti della lana, l’altro in quelle delle sete; questi parlò de’ lavori d’oro e d’argento; quegli del rame e del ferro, e tutti poi magnificarono la fabbricazione delle armi a cui più di venti mila artefici attendevano, facendo tributarie alle nostre fucine pressochè tutte le città d’Europa.

Il conversare si protrasse in lungo. Vennero recati squisitissimi rinfreschi in vasi e sottocoppe d’oro e d’argento, su cui erano sparsi pure de’ giojelli e vezzi preziosi, i quali, così volendo il costume, furono dai cavalieri astanti distribuiti alla Marchesa ed alle damigelle.

Fra quest’ultime una ve ne aveva nel più verde della giovinezza, non forse di rara avvenenza, ma sì ben composta della persona, di tinte sì fresche e dilicate, che dir si poteva una rosa sullo sbucciare, colma d’olezzo. La morbidezza gentile de’ suoi nascenti contorni, lo scintillare delle nereggianti pupille da lunghe palpebre velate, l’ingenuità del sorriso che le errava sulle labbra, corallo vivissimo tra l’avorio, presentavano un complesso sì seducente che attraeva e incantava gli occhi di tutti. Una vestetta grandinata di argentei globetti e un corsetto vermiglio con larghe maniche da cui sporgevano le bianche falde del sottoposto drappo, formavano l’abbigliamento di questa adorabile giovinetta tutta spirante candore e soavità — Era Agnese Del Maino.

Zanino Riccio benchè sembrasse occupato in gravissimi parlari col Marchese, pure misurò con gioja infernale tutte le gradazioni dell’effetto (forse antiveduto e calcolato!) che provava il Duca alla vista di quel bello eloquente d’età e di forme, che gli assorbiva l’anima ritraendola con dolce potenza dal cerchio tremendo di magiche e spaventose fantasie fra cui incessantemente s’aggirava.

Lo Spinola prese alfine commiato e nuovamente corteggiato dal Riccio uscì da quel palagio colla Marchesa e le di lei seguaci. Il Duca si ritrasse nelle sue camere, e fece chiamarvi Elìa; stette seco rinchiuso piu di un’ora, poscia volle inaspettatamente partire pel castello d’Abbiate.

Ivi lo raggiunse Riccio la notte stessa, e la sera seguente, rimanendo tutta la Corte ad Abbiate, Zanino e il Duca ne partirono seguiti da soli dieci uomini della guardia de’ cavalieri. La forza e le minacce, ovvero una sacrilega ambizione avevano già vinti i genitori d’Agnese; il Duca penetrò in quella casa e l’innocente fanciulla divenne l’amata d’un adultero potente[6].

I nuovi amori inasprirono vie maggiormente l’animo di Filippo Maria contro Beatrice. Egli impose che gli appartamenti di lei fossero totalmente divisi da’ suoi: ch’ella s’avesse nel palazzo una corte separata, di cui solo la rigorosa custodia continuasse ad essere affidata alle stesse sue guardie.

Macaruffo, il quale dal giorno delle nozze della Duchessa aveva sempre abitato nel castello e vissuto presso di lei, si consumava d’ira e di dolore al vedere quei tratti ognora crescenti dell’avversione e della fierezza del Visconte.

Riandando il passato, e spingendo il pensiero nell’avvenire, la sua mente non iscorgeva ovunque che oggetti d’amarezza e di tema, e mirava oscurarsi più e più l’orizzonte. Quegli uomini d’armi venduti al Duca e posti a sentinella intorno a Beatrice per ispiarne ogni passo, ogni moto; il disprezzo che ormai più non celavanle i cortigiani, e l’aria di trionfo che affettavano; la passione già pubblicamente conosciuta che nutriva il Duca per Agnese, alla quale si attribuivano nella Corte tutte le lodi e gli onori, ben manifestavano a quali estremi passi s’incamminassero le cose per la misera Contessa di Tenda.