«Non vedi Maria che comincia a farsi oscuro, e che il tempo minaccia. Odi il tuono: fra pochi momenti cadrà una pioggia dirotta. Non potrei lasciarti esporre per la via. Domani sarai pienamente contenta: nè qui puoi dire che ti sia stato usato e che ti si usi alcun maltrattamento. Se il tuo sposo avesse ceduto di buon grado al mio desiderio di far le nozze nel castello, io non mi sarei presa la briga di qui condurti contro la tua volontà. Ma nulla tu hai perduto; le nozze si celebreranno egualmente, e mia mercè tu sarai la più ricca e la più adorna delle mie vassalle. Tutte queste gioje sono per te: io te le dono; rasserena il tuo spirito e apri il cuore all’allegrezza ed al contento.

Queste parole profferite dal Conte con accento animato e persuasivo, il moderato suo contegno, la promessa che sembrava sincerissima di riunirla allo sposo ed al padre recarono la speranza nel cuore di Maria. Alzò essa il capo, girò meno afflitto lo sguardo e sulle sue guance il pallore diede luogo ad un lievissimo colore di rosa. Eransi recati i lumi. Il Conte la rimirò con occhio di somma compiacenza, e sentendo che lo sforzo fatto contro la propria abitudine d’essere dolce ed umano, non potea protrarsi in lungo, poichè rinascevano gli stimoli delle sue cieche e furiose passioni, la salutò con un arcano sorriso e si ritirò.

Innoltravasi la notte; Tibaldo non ritornava. Il Conte attribuì il ritardo alla bufera e si coricò. L’immagine della fanciulla d’Arola gli si presentò vezzosa alla fantasia. Sognando, vedevala lieta e ridente accompagnata al suo Gaudenzo recarsi alla di lui capanna, e quella consolazione innocente e sincera di due sposi contadini, gli destò una rabbia, un’invidia profonda. Svegliossi pentito delle promesse fatte e dell’usata moderazione. Balzò dal letto, scellerati pensieri lo predominavano: s’avvolse in ampio mantello ed uscì dalla sua camera fermo in nefando proposito. Nell’attraversare la galleria lo ferì il rumore d’un insolito bisbiglio: s’accostò al balcone, ne spalancò un’imposta e trasalì all’improvviso grido d’allarme partito dal soldato che stava a guardia alla torre.

Era l’aurora, ed i primi raggi mattutini rischiaravano la sommità delle merlate mura del castello. Il Conte retrocedette a gran passi, e si scontrò in fondo alla galleria con due de’ suoi uomini d’armi che salivano le scale in tutta fretta per ascendere sulla torre onde vedere qual causa avesse dato motivo al grido della sentinella. Egli li sollecitò maggiormente e quelli in pochi istanti calarono, dicendo che dalla torre vedevasi venire verso il castello una gran turba d’uomini, nelle mani dei quali miravansi lucicare dei ferri.

Fremette il Biandrate a tale annunzio: ordinò che tutti i suoi soldati si mettessero in armi prontamente: che gli arcieri occupassero i baluardi, e venti alabardieri a cavallo in armatura pesante uscissero incontro a quella turba per arrestarla e disperderla. Vestì egli stesso la sua miglior corazza, e ripostosi l’elmo in capo si recò in persona sul vallo onde accertarsi cogli occhi propri del fatto.

Vide una numerosa banda di contadini e montanari armati avanzarsi in massa compatta verso il castello, ed altre file seguirla paralellamente per altre strade. Al mezzo della massa principale sovrastava un’asta su cui eravi infissa una testa che tutti con terrore riconobbero per quella del falconiero Tibaldo. A tal vista non rimase più alcun dubbio nel Conte sullo scopo di quel popolare armamento. Con feroce speranza, mirò i suoi alabardieri tutti aspri di ferro uscire dal castello e serrati d’appresso i cavalli, le lancie abbassate, abbandonare le briglie e galoppare contro quella massa ribelle. Al vedersi investiti nacque tra i contadini una agitazione, un subbuglio: ma s’udirono alcune voci di comando e quella massa s’acquetò, si restrinse e rimase immobile. Accostatisi i guerrieri vennero accolti da un nembo di freccie sì formidabile che metà dei cavalli caddero a terra feriti, e sebbene gli altri si slanciassero più oltre contro i contadini in pochi momenti li vide il Conte con immensa sua rabbia e dispetto volgere i destrieri e cacciati in fuga ritornare a gran corsa verso il castello. La moltitudine mandò un urlo immenso e si avanzò anch’essa più rapidamente contro i baluardi del Biandrate.

Rientrati gli alabardieri fu alzato il ponte levatojo e venne calata nell’arco interiore della porta la saracinesca o cataratta di ferro. Tutto quel giorno fu un cambio continuo accanito di dardi, di saettoni, di sassi tra gli arcieri del Conte e gli uomini della lega contadina che avevano circondata da ogni parte la fortezza. Durante la notte i capi della Lega tennero consiglio nel bosco vicino, e considerando che il castello, preso sì all’impensata, non poteva essere provveduto di vettovaglie, determinarono di starvi d’intorno e senza porre a repentaglio la vita costringere il Conte ed i suoi ad arrendersi per la fame. Gaudenzo s’oppose con violenza a tale risoluzione volendo che ad ogni costo si espugnasse il castello montando all’assalto: ma gli altri tutti rigettarono la sua proposta siccome temeraria e di troppo dubbia riuscita, onde egli dovette acquetarsi al comune parere. Fu nella stessa adunanza stabilito si spedisse il padre Anastasio Eremita al Vescovo di Novara partecipandogli la risoluzione della Lega d’averlo per Signore e feudatario in quei dominii, e pregandolo a mandar tosto alcuno de’ suoi Vicarii onde confermare e inanimire nell’impresa i combattenti.

Il conte Jago erasi intanto disposto alla più disperata difesa: non era vero che il castello fosse sprovveduto di viveri; v’avevano delle provvigioni di granaglie e carni, ch’erano restanti di quelle raccolte per fornirne i Gazzari. Benchè non ardisse tentare una sortita, essendo i nemici in troppo gran numero, viveva certo però che questi, mancanti d’ogni macchina murale, non sarebbero mai stati in grado di atterrare e superare i baluardi. Sperava d’altronde che tra quelle bande di rozzi terrieri sarebbero nati contrasti e dissidii, nè aveva perduta la fiducia che qualche feudatario vicino temente di simil fatto tra i proprii vassalli sarebbe accorso co’ suoi militi a liberarlo. Nei primi momenti della rivolta aveva in suo furore pensato ad un’atroce vendetta rendendo vittima la misera Maria, che teneva per certo essere l’innocente cagione di tanto trambusto; ma pensò convenirgli meglio tenerla in vita sino a momento più opportuno, onde caricatala di amari rimbrotti la fece rinchiudere di nuovo in più tetro carcere nella torre.

Il Vescovo di Novara ricevette maravigliando l’annunzio della sommossa dei vassalli del Biandrate e provò profondo rammarico allorchè seppe essere ciò stato particolarmente cagionato dal rapimento d’una innocente fanciulla commesso dal Conte ne’ suoi dominii della Riviera. Ma ai pensieri di vendetta, d’ambizione, d’orgoglio prevalse nell’animo di quel sapiente Mitrato l’amore del giusto, il desiderio della concordia, della pace, della cessazione dell’effusione del sangue; calcolando eziandio con veggente politica che l’accettare per sè i dominii del Biandrate quantunque momentaneamente sostenuto coll’armi dai popolari, era stolto consiglio, giacchè la famiglia Biandrate essendo stata investita dei diritti feudali dall’Imperatore, non potevasi impunemente usurpare que’ diritti per qualsiasi cagione senza involgersi in una serie infinita di perigli e di contese.

Spedì però quel Vescovo immediatamente il suo vicario Eraldo Nata al campo della Lega intorno a Monrigone, non quale apportatore della propria accettazione del dominio, ma siccome mediatore tra i vassalli ed il Conte. L’eremita Anastasio non fu veduto ritornare seco lui, nè mai più comparve sulle rive della Sesia.