PANIMBOLO. Or drizzisi un trofeo all'inganno, un mausoleo alla fraude, un arco trionfale alla bugia, un colosso alla falsitá, poiché per lor mezo avete conseguito il sommo de' desidèri.
DON FLAMINIO. Petto mio, se ben per l'addietro sei stato bersaglio di tanti affanni, ricetto di tante pene, respira e scaccia da te tanta amaritudine. Or andiamo a tôr il possesso di Carizia, non temiamo piú il fratello. Gran maraviglia ch'essendo gionto a quel segno ove solo aspirava il cor mio, non sento quell'allegrezza che devrei; né ho passata notte piú fastidiosa da che nacqui. Avendo gli occhi rivolti alle prime passioni, non l'ho mai chiusi né verso l'alba riposai molto: sogni, ombre, larve e turbolenze m'avean inquietato l'animo, e tutti i sogni son stati travagli di Carizia. Mi destava per non conportargli, e pur dormendo sognava travagli. Veramente i travagli son ladri del sonno.
PANIMBOLO. Don Ignazio è di spiriti ardenti: non ará indugiato fin adesso farli intendere che piú non l'accetta per isposa.
DON FLAMINIO. L'animo mio teme e spera: spera nel timore e teme nella speranza. Se ben desio Leccardo ché mi porti felici novelle, pur temo qualche sinistro successo: vorrei venisse presto, ché ogni indugio mi potrebbe apportar danno.
PANIMBOLO. Ecco s'apre la porta e ne vien fuori.
SCENA V.
LECCARDO, DON FLAMINIO, PANIMBOLO.
LECCARDO. (Se mi fussero stati posti innanzi galli d'India cotti senza esser impillottati, caponi duri, brodo macro e freddo, non arei potuto aver maggior dispetto di quel che ho avuto quando viddi morta Carizia. Oh come intesi darmi colpi mortali allo stomaco e alla gola! Veggio don Flaminio molto gioioso; ma diverrá subbito doglioso come saprá quanto sia per dirgli).
DON FLAMINIO. Leccardo mio, i segni di mestizia che porti scolpiti nel fronte mi dán segno d'infelice novella: parla con la possibil brevitá. Oimè, tu taci e par che col tuo silenzio vogli significar qualche sinistro accidente!
LECCARDO. (Desia saper quello che li dispiacerá d'averlo saputo; ma va' meno amareggiarlo al possibile).