DON FLAMINIO. Io non mi dispero della vittoria.

PANIMBOLO. Andiamo al fratello, acciò non prenda suspetto di noi e gli ordini presi non si disordenino.

DON FLAMINIO. Andiamo.

SCENA VIII.

EUFRANONE solo.

EUFRANONE. Giá ho dato la nuova a' parenti, agli amici e a tutta la cittá; e ciascuno ne ha infinito piacere e allegrezza, veggendo che la nostra casa anticamente cosí nobile e ricca per una disgrazia sia venuta in tanta miseria e povertade, e ora per una cosí insperata occasione risorga a quel primiero splendore e grandezza; e che la bellezza e onorati costumi di Carizia, che meritava questa e maggior cosa, abbino sortito cosí felice ventura per esserne le sue parti tali da farsi amar insin dalle pietre. Oh quanta sará la mia allegrezza dimani, quando vedrò la mia figliola sposar da cosí degno cavaliero con tanta grandezza e concorso di nobili, e gionta a quell'eccelso grado che merita la sua bontade! Dubito che non passará mai questa notte ché veggia quell'alba, per lo gran desiderio che ho di vederla. Ma perché trattengo me stesso in tante facende? andrò su, cenerò subito e andrò in letto, accioché dimani mi levi per tempo. Sommo Dio, appresso cui son riposte tutte le nostre speranze, fa' riuscir queste nozze felici per tua solita bontade, ché so ben che noi tanto non meritiamo!

SCENA IX.

MARTEBELLONIO solo.

MARTEBELLONIO. Credo che non sia minor virtute e grandezza ferir un corpo con la spada che un'anima con i sguardi: ben posso tenermi io fra tutti gli uomini glorioso, ché posso non men con l'una che con l'altra; ché non può starmi uomo, per gagliardo che sia, con la spada in mano innanzi, né men donna, per onesta e rigida, a' colpi de' sguardi miei; e se con la spada fo ferite che giungono insin al cuore, con gli occhi fo piaghe profondissime che giungono insin all'anima. Ecco Calidora che appena mi guardò una volta, che non sostenne il folgore del lampeggiante mio viso; onde ne restò sconquassata per sempre. Ma io con un generoso ardire non men uso misericordia a quei che prostrati in terra mi chiedeno la vita in dono, che a quelle meschinelle e povere donne che si muoiono per amor mio. Or io mi son mosso a darle soccorso ché non la vegga miseramente morire; ed è gran pezza che mi deve star aspettando. Ma io non veggio per qui Leccardo, come restammo d'appontamento.

SCENA X.