CLERIA. Dirai primieramente ad Essandro mio che vorrei mandargli mille saluti e consolazioni, ma non posso; che non ho né salute né consolazione, e mal posso partir seco quelle cose che non possedo. E se pur volessi mandargli qualche salute, bisogneria che mandassi se stesso a lui medesimo; perché egli solo è il mio contento e la mia salute, e sempre che son priva di lui, son inferma e scontentissima.

ESSANDRO. Appresso?

CLERIA. Che non mi veggio mai sazia d'odiar me stessa per amar lui, e che il fuoco è tanto cresciuto che son tutta di fiamma; son tanto sua che in me non vi è nulla piú del mio, son transformata in lui stesso; e se volesse essere per qualche breve spazio mia, bisogneria che me gli cercasse in presto, avendo locato in lui la somma d'ogni mio desiderio e avendolo eletto per fin d'ogni mio bene.

ESSANDRO. Benissimo.

CLERIA. E digli che s'io potessi, vorrei chiamarlo crudele; che sapendo bene che dalla sua vista gli spirti miei prendono l'alimento della lor vita, e mancandomi la sua vista mi mancaria la vita, perché mi fa carestia di cosa che sí poco gli importa, e dandomene molto, a lui non scema nulla? E che quindi fo argomento che non risponde con amore a chi l'ama, né con la fede a chi gli è fedele: e non cercando vedermi, come posso creder che m'ami?

ESSANDRO. Signora, state sicura ch'egli sempre vi vede.

CLERIA. Mi vede, eh?

ESSANDRO. Vi vede, vi parla, vi tocca e vi sta sempre appresso.

CLERIA. Egli mi tocca e vede? Fioretta, dici da vero?

ESSANDRO. Cosí da vero come vi vedo e tocco io.