FACIO. Contento. Ma perdonateci, di grazia, se non sapendo questo, fusse trascorso piú del dovere.

PANURGO. Gerasto, vedete quel galante uomo?

GERASTO. Vedo.

PANURGO. È scemo di cervello. Venendo da Roma, lo trovai nell'osteria; e ragionando come si suole, dicendogli che veniva in casa di un medico famoso, mi pregò che l'introducesse a voi che lo guarissi d'una infirmitá che patisce, non so se umor maninconico o discenso lunatico. Parla sempre di vesti, di trenta scudi, di pegni e simil cose, e le replica mille volte; ma le dice con tanto proposito che lo giudicaresti un filosofo. E alcune volte il giorno gli piglia questa pazzia—quando, credo, si muove quello umore,—onde ti viene adosso e ti vuol spogliar le tue vesti con dir che sieno sue, che è una cosa mirabile.

GERASTO. Certo che veggendolo strapparvi le vesti da dosso con tanta furia, lo giudicai pazzo maniaco; e giá mi par pentito del suo errore, che vi ha chiesto perdono: deve patir di lucidi intervalli.

PANURGO. E vi promette trenta scudi per mancia.

GERASTO. Lo guarirò per amor vostro, non vo' premio altrimente.

PANURGO. Ma avertite che non intende molto bene: bisogna alzar la voce ragionando con lui.

GERASTO. Farò come volete. Ma bisogna aver alcuni con me, che bisognando lo ligassero. Trattenetelo un poco, ch'or ora serò qui.

PANURGO. Gentiluomo, Gerasto è andato a tor i trenta scudi, che non se gli trovava adosso; or será qui.