GERASTO. L'ingiuria la fai tu a me.

NARTICOFORO. (Costui mi par che parla a proposito).

GERASTO. (Non ti disse colui, che sapea la sua natura, che parlava tanto a proposito che ogniuno lo giudicava savio?).

NARTICOFORO. (Chi sa forse ora fusse tornato in sé?). Dimmi, uomo frugi, conosci che sei sano?

FACIO. Voi duo vi sète accordati insieme, e non sète pazzi ma ribaldi.

NARTICOFORO. Sodes, quaeso, di grazia, fatelo dislegare, lasciatelo libero; ché, l'animo mio se va ariolando la cosa e l'uno non intende l'altro, forse saran veri i fantasmi che mi van per la mente, e quel scurrile sicofanta ci ará ingannato con le sue sicofantie. Or ditemi voi, di grazia, che vi ha dato ad intendere colui che si è partito?

FACIO. Questa mattina venendo Pelamatti, servo di maestro Rampino sarto, a portarmi certe vesti nuove—che volea cavalcar per Salerno,—costui gli diede ad intendere che eran sue e che egli era Facio, ch'era io, e si tolse le vesti mie. Poi, cercando a ventura per Napoli, gliele avemo trovate adosso; e volendo torcele, mi pregò che le lassassi per tutto oggi, che mi arebbe dato costui per securtá di trenta scudi; e avendomegli lui promessi, l'ho lasciato andare.

NARTICOFORO. Or parlate voi, di grazia.

GERASTO. Ed a me ha detto che eravate pazzo e che sempre avevate in bocca trenta scudi, vesti e pegni; e mi pregò da parte vostra che vi avesse guarito, che mi volevate dar trenta scudi per premio; e che eravate sordo, però avessi parlato un poco piú alto.

FACIO. Un'altra volta arò perse le vesti mie! Dove lo cercarò? In un punto ha raddoppiati tre: non gli deve bastar lui solo, vuol servir per tre persone.