ESSANDRO. (Proverò fargli bravate, poiché col buono non posso ottener nulla). Gerasto, avèrti che la disperazione fa assai: tu non la passerai né mi offenderai senza vendetta.
GERASTO. A tuo dispetto, andrai di sotto, se ben fussi una Ancroia, una Marfisa bizarra.
ESSANDRO. Son giovane, ho piú forza che non stimi: ancorché mi ponessi sotto, ho le braccia cosí robuste e la presa tanto gagliarda che ti romperò le reni e ti farò sputar l'anima.
GERASTO. Non potrai altro che farmi ingrossare il fiato e buttar fuori il sangue e l'anima.
ESSANDRO. Poiché sei cosí bravo, perché non vieni meco da solo a solo? perché con queste genti?
GERASTO. Di questo ti assicuro, che il nostro duello sará da solo a solo. Non ho tolti questi per paura di te, ma per condurti qui dentro con manco rumore. Ma a solo a solo, all'oscuro e dentro un forno combatterò con te.
ESSANDRO. Con che armi combatteremo?
GERASTO. Con l'ordinarie: tu con le tue, io con le mie.
ESSANDRO. Lasciameti dir due parole.
GERASTO. Il meglio che potresti fare è tacere; e se pur sono svergognato in casa, non mi svergognar qui nella strada publica. Portatela dentro.