GERASTO. Perché son troppo palesi in questi tuoi labrucci. E se Dio volesse far un re sovra i fiori, non eleggeria altro che te, tante sono le tue bellezze.
ESSANDRO. Vo' partirmi.
GERASTO. Férmati un altro poco. Ti ricordo che non senza cagione ti han posto nome Fioretta, accioché tu ti accorga che questa tua bellezza se ne va come un fiore: la mattina è bello, la sera languido e secco. Or che sei nella primavera, sappilo conoscere, che presto verrá l'autunno, sfronderai, diverrai secco, e non serai buono né per insalata né per salsa.
ESSANDRO. Che vorresti dir per questo?
GERASTO. Ch'io vorrei essere il tuo orto, piantarti nel mio seno, zapparti ben bene, inaffiarti e farti produrre i piú bei frutti che nascessero giamai. Almeno fussi ape che andasse succhiando quel mele che sta dentro cosí bel fiore. Almeno potessi darli quel che li manca.
ESSANDRO. Ne ho soverchio e m'avanza.
GERASTO. Non dico quel che tu pensi.
ESSANDRO. Né tu pensi quel che dico.
GERASTO. Cosí potessi fartene veder l'esperienza!
ESSANDRO. Cosí io potessi farla vedere a tua figlia!