PANURGO….fate che quel gallo d'India sia piú pelato del pelatoio e tutto infilzato di fettoline di lardo, accioché cocendosi pian piano, venghi tenero, ben cotto e non disseccato;…

MORFEO. (Questi vuoi far frollo me, non quel gallo, ché sentendo questo apparecchio, tutto mi sento intenerire).

PANURGO….quei pasticci stieno sempre in caldo, accioché le midolle che vi sono per dentro e di fuori non si gelino e paiano assevati, ma che sieno caldi e ben strutti;…

MORFEO. (Oimè, che a me si struggono le midolle dentro l'ossa!).

PANURGO….che le torte sfoggiate sieno ben cotte e succose, ma non tanto che nuotino nel brodo;…

MORFEO. (Mi par che questi mi sia uscito dal corpo, tanto sa ben egli ordinare quanto desidero).

PANURGO….il vin sia fresco. Date prima il greco, poi la lacrima, poi tramezzate il chiarello e moscatello. E sopra tutto il presto sia in capo alla lista, accioché venendo con quel mio compagno, non abbiamo ad aspettare ma subito porci a tavola.

MORFEO. (Io non posso ascoltar piú: l'anima si ha fatto un fardello delle sue robbe e si vuol partire; lo stomaco s'è ribellato, m'ave occupato la gola e mi strangola. Ma a che tardo ad invitarmi da me stesso?). Oh, ben trovato il mio Panurgo galante, intendente della buccolica piú di tutti gli uomini del mondo!

PANURGO. Ben venghi Morfeo!

MORFEO. Sería da vero ben venuto, se venissi per un terzo a questo tuo cenino che apparecchi.