ESSANDRO. Benissimo.

GERASTO. Non mi darai tu un'arra della tua bona volontá?

ESSANDRO. Eccola. Tornate presto e serratevi dentro; e quando io batto, aprite tosto.

GERASTO. Vado.

ESSANDRO. Io era disperato del tutto; ché, venendo adesso Narticoforo ed incontrandosi con lui, il fatto era spacciato per me. Egli pensandosi che vada a trovarlo, stará tutto oggi dentro; tra tanto con Panurgo pensaremo alcun rimedio. Poiché la fortuna mi stringe troppo, bisognano prestissimi rimedi. Né vo' perdermi d'animo, ché la cattiva sorte sopportata con animo valoroso, suol convertirsi in buona. Se vincerò questi perigli, l'ardir sia degno d'eterna lode. O felici miei pensieri, se a tanta gloria giungerete. Ma se mi riesce contraria, io non so se la morte sará bastante rimedio a tanti mali.

SCENA VI.

PANURGO, MORFEO, ESSANDRO.

PANURGO. Viva, viva, il fatto è riuscito assai meglio che pensavamo!
Infin quella invenzione ha valuto un tesoro.

MORFEO. Largo, largo, scostatevi da me, ché con le corna non vi balzi nell'aria!

ESSANDRO. Che cosa hai, Morfeo mio dolce?