PANURGO. Ecco, vedetela, miratela a vostra posta.
GRANCHIO. A me ha fatto passar la voglia di mangiare.
PANURGO. Camina qua, Cleria mia.
MORFEO. No, no po… posso, pa… padre mio.
PANURGO. Orsú, entra in casa.
MORFEO. Vo… volete altro, pa… padre caro?
PANURGO. Non altro, figlia, coltello di questo cuore; va' e còrcati. Non togliete, di grazia, la balla dal naso, finché non sia entrata e ventilata quest'aria rimasta infetta per il suo apparire. Avete visto mia figlia? Or vedete, da cosí bella giovane qual era, la violenza del morbo a che l'ha ridotta e come l'ha contrafatta!
NARTICOFORO. Che sfinge, che arpia, che Medusa con la testa crinita di serpenti!
PANURGO. Assai piú difforme è quello che cuopre la gonna, che quello che appar di fuori.
NARTICOFORO. Uhá, uhá, che orribil putore che vi ha lasciato: par che sia un putrido cadavere! O che pettuscolo niveo dove sta spaziando Venere con gli Amori! Ma io dubito, Gerasto, che non vogliate ludificarmi; e poiché voi la volete romper meco, io la romperò vosco. Queste non son cose di viro probo, trattar cose di onore e venir meno della parola. Io mi armerò di iambi e di endecasillabi; narrerò lo fatto in modo che la presente e la futura etade non ignori questo facinore: durerá col tempo, che si leggeranno per i trivi publichi e per i triclini.