PARDO. Le lodi ch'escono dalla lingua di un par tuo, son vergogne degli uomini da bene.
GULONE. La mia lingua mai offese alcuno.
PARDO. Hai la lingua doppia come quella delle serpi, che punge e avvelena; però sparisci via, assassin, furfante.
GULONE. Avete potestá dirmi quel che volete, perché vi son schiavo. Morrei piú tosto che restar di non mangiar teco, e ci mangiarò oggi a vostro dispetto.
PARDO. T'ho detto che sei un furfante.
GULONE. Ed io vi dico che sète uomo da bene. Avemo detto una bugia per uno.
PARDO. Fa' che tu non accosti piú alla tavola mia.
GULONE. Che diavolo stimi, che se non ho la tavola con mesal bianco, ornato di frondi e di fiori, e di salvietti fatti a torrioni, che non sappia mangiare? buon vino e buona carne fa l'effetto.
PARDO. Non te n'è mancato in casa mia.
GULONE. Sí, carne di asino, di quelli che portano le pietre per le fabriche, tutti pieni di cancheri e di guidaleschi: e se pur qualche pollo, senza testa, senza piedi e senza ali, e senza fegadelli e ventricelli, che te ne servivi per l'insalate, ti veniva tronco a tavola, che parea che fosse stato alla rotta di Ravenna. Bisognan pollastroni e galli d'India intieri intieri, ogni cosa a tavola alla tedesca, i catini pieni, e ogni un piglia quel che vuole.