PEDANTE. Me Dius fidius, che io dubito non avere scambiato la casa. Ecco quella domuncula che minitava ruina, ecco il caprifico nel muro: veramente che questo è il diversorio.
GIACOCO. Lo guae che te attocca, qua non ci è diverso olio né diverso aceto, né manco c'è alluorgio che suoni diverse ore; non me buoglio scelevrar chiú con tico.
PEDANTE. Questo era il Cerriglio; e qualche diavolo l'averá fatto trasmutare in casa.
LARDONE. Andiancene, padrone, ché quello medesimo negromante queste parole non le facci diventare tante bastonate, come ha fatto diventare pur quei fegadelli e salsicce. (Oimè, che tutta questa negromanzia caderá sopra di me! Giacomino s'ará goduta Altilia, Cappio Lima, e s'averanno divorato tutto l'apparecchio, che io, che son stato il mezano del tutto, resto senza mangiare e senza dormire. O salsicce, come mi sète fuggite da bocca; o vini, dove sète abissati! Son diventato un Tantalo, che il mangiar gli sta sopra il naso e il vino sotto le labbra, e quando vuole, il mangiare fugge e cosí il bere).
GIACOCO. Olá, casa mia è deventata Cerriglio, o lo Cerriglio è deventato la casa mia; o io so diventato lo tavernaro dello Cerriglio, o lo tavernaro dello Cerriglio è deventato me. Chesta è cosa proprio da crepare e ridere; mai m'è accaduto cosa ntutto lo tiempo della vita mia commo chesta d'oie.
PEDANTE. Lardone, che mastichi in bocca?
LARDONE. Mastico quelli fegadelli, salsicce e pastoni che mi son fuggiti dalla bocca.
PEDANTE. Perder le robbe non saria molto, ma perder la figlia! L'ira mi rode i precordi. Questa non è taberna, ma postribulo e lupanare.
GIACOCO. La casa mia non è taverna chiú, ma centimmolo e panara; da cca a n'autro poco deventará no fiasco. O Celo, ca zeccafreca è chisto?
PEDANTE. Di cosí nefando atto vuo' che ne resti memoria ne' secoli futuri.