LIMA. Signor Giacomino, se l'amor vostro nella lingua non è lontano dal core, e se voi desiderate corrispondere al suo desiderio com'ella ha corrisposto con i fatti ad ogni vostro desio, acciò l'essempio della sua disonestá overo della troppa violenza d'amore non passi nell'altre donne, ora m'assalta una improvisa astuzia di far che Altilia sia vostra per sempre, né basterá uomo del mondo trarvela di mano.

GIACOMINO. Io con questo bagio che stampo nelle gote della mia reina, ratifico quella promessa che l'ho fatta d'esser mia sposa e le ne do la fede; e giuro per la sua, piú cara che la mia propria vita, che non lascierò far cosa, per impossibil che sia, per conseguir lei, ché solo l'amor non conosce difficoltá.

LIMA. Ecco, v'apro il modo che non può ritrovarsi il migliore. Sappiate ch'essendo assediata Napoli da' francesi sotto il general monsieur de Leutrecche, una crudelissima peste assaltò il suo essercito, Napoli e quasi tutto il Regno. I signori del governo, per remediare alla commune ruina, strassinavano gli appestati su un carro dalle proprie case ad un lazzaretto a San Gennaro, poco lontano da Napoli, dove si governavano, e morendo si seppellivano in una grotta quivi appresso. Ritrovandosi impestato Limoforo suo padre e Cleria sua madre e Antifilo suo fratello, furo anch'essi come gli altri portati in quel loco. Rimasi io sola con questa bambina in casa; io per non incorrere nella medesima sciagura, la portai meco a Salerno, patria mia. Era la mia casa appresso a quella del mastro di scola, il qual veggendo la fanciulla bella e di spirito vivace e che portava nel fronte scolpiti i suoi natali, le prese tanta affezione che se la prese in casa insieme con me che l'allevasse—veggendo che la mia povertá non bastava a sopplire,—dove l'ha nodrita e allevata sin al dí d'oggi.

GIACOMINO. Balia, io t'ho ascoltato fin ora con molta attenzione, né posso imaginarmi dove sei per riuscire.

LIMA. Ecco l'inganno. Ritrovate un amico confidente, informatelo di quanto v'ho detto, e fate che s'incontri col maestro. Dichi chiamarsi Limoforo, sua moglie Cleria, suo figlio Antifilo; mostrar i segni, i tempi, l'istoria; e all'ultimo per testimonio chiamar me che confermerò il tutto: che vuol che se gli restituisca la figlia. Egli la restituirá, anzi l'ará a caro, liberandosi di averla a dotare e condurla seco a Roma, e liberandosi da me, ché non ha molto a caro la conversazion delle donne. Con questa finzione inorpellata di veritá l'arete nelle mani; ed egli è uomo che crede la metá piú di quello che se gli dice.

GIACOMINO. O che sottilissima invenzione, e mi par proprio venutami dal Cielo, né si potrebbe mai altra imaginarsi migliore. Le mano all'opere.

CAPPIO. Che sapete voi se Limoforo fosse morto dalla peste?

LIMA. Rotto il campo, venni in Napoli; né per sovraumana diligenza che vi oprassi, potei mai averne contezza di lui che, per esser dottore e ricco, era in Napoli riconosciutissimo.

GIACOMINO. O vita mia, se ti ho amata figlia d'un maestro di scola, quanto or debbo amarti figlia d'un gentiluomo! E veramente i costumi non m'hanno ingannato, che di gran lunga avanzano ogni nobiltade.

CAPPIO. Non si perda piú tempo: andiamo al Cerriglio e cerchiamo questo futuro nuovo Limoforo.