MASTICA. A tutti dui rispondo io, che ve lo cedo.
TRASILOGO. Fa' che non venghi piú a mangiar con me.
MASTICA. Perché?
TRASILOGO. Perché sei come la mosca: mangi con noi e poi ne cavi gli occhi.
MASTICA. Non posso piú soffrire. Venghi il canchero a tanta superbia! Che mi puoi far tu giamai? Stimi da senno ch'io creda queste tue bravarie, o dubito che non mi mandi quei popoli arcinfanfari o uomini maritimi ad uccidermi? Assai fo stima di queste tue minacce!
TRASILOGO. La farai dell'opre, e ben tosto te ne pagherò.
MASTICA. Ho tempo, ché non sète cosí presto pagatore a chi dovete.
TRASILOGO. Fa' che la tavola mia ti paia foco.
MASTICA. Pensi da vero che non possa vivere se non mangio in casa tua? Tu bevi ad un bicchiero cosí picciolo che bevendo par che pigli il siroppo. Due fette di prisciutto; due di formaggio tanto sottili che traspaiono come lanterne, che te ne potresti servir per occhiali; due oncie di carne tanto minutata sottile come se volessi dar a beccarla a losignuoli; pan duro di dieci giorni che ci bisogna la fame di tre settimane per divorarlo. E appena si comincia a mangiare che ti senti dare in capo il «buon pro ti faccia», «abbi pazienza», «fu all'improviso», «l'acconciaremo un'altra volta».
SQUADRA. Non dir questo, Mastica, ché in tavola sua mai ti mancaro né galline né polli.