Nè un sogno d'oro, ahimè! nè un sogno bruno

Oggi, non ho più meco».

E trovarono il tempo e lo strazio più acuto di stordirsi. — Se tornerà a Milano Primo Levi, nei giorni più chiassosi di fiera, quando vi convenne Italia alla sua prima esposizione non se li dimenticherà; ne riparlava testè «Pei nuovi Cento Anni», eccitando Luca Beltrami a raccogliere le memorie, «a colmare[48] le lacune, a rischiararne le ombre, a mettere in luce tutta la cara figura di quella Milano, la quale, per non essere ancora che una metropoli regionale, non era certo meno interessante della odierna mondiale città; che, per tanti titoli, merita l'ammirazione e la riconoscenza di tutta Italia». Ma,[49] «allora, il dir di Cremona era un delitto e di Grandi un'infamia. La critica era un inno solo all'arte del Bertini e dei suoi seguaci, e, noi, poveretti, che osavamo protestare passavamo per pazzi, e, per poco, non per furfanti». Allora, per esporre le proprie idee, senza sottoporle ad una evidente amputazione, senza contravenire alla urbanità che imperava nelle gazzette-per-bene e gesuitiche, dove si raccomandava il luogo comune, per non irritare la pubblica melensaggine, era necessario fondare delle riviste eccezionali: Le Tre Arti. Erano uscite, con un primo numero di saggio nell'ottobre 1873 ed ultimo della serie; vi erano accorsi Primo Levi, Carlo Dossi, che parlava di Tranquillo Cremona e di Giuseppe Grandi alla esposizione di Belle Arti a Brera nell'anno 1873[50]; venivano riassunte da Luigi Perelli. Il quale, fuggendo lo strazio per la morte della amatissima Elvira fidanzata, fidanzavasi, per sempre, alla amicizia, riversandosi, nella bontà verso altrui; adorando l'opera di Grandi, e di Cremona, proteggeva Rovani pubblicandone La giovinezza di Giulio Cesare e la mente di Alessandro Manzoni: creandosi il re del Carnevalone Ambrosiano, promuoveva anfizionie di Maschere, verso Roma, ricongiunta, cuore d'Italia, rimesso a pulsare alacremente in petto alla Nazione; suscitava in fine, con Vespa e Borgomanero, il Rabadan, senza di cui non poteva essere settimana grassa milanese e non disinteressata piacevolezza, se, una volta l'anno, non compariva a frecciare, colla satira saporita del buon tempo, il costume e colla bosinada di circostanza a sora...; a cui non rifiutavasi la penna caustica di Carlo Dossi, emulo del Balestrieri. — Il Carnevalone Ambrosiano che si ammorba ed agonizza, oggi, nel fango marzolino di Porta Genova sfolgorante, in quei dì, di scintillanti attualità argutissime! La satira apparecchiava, tra li altri carri mascherati, in quelli anni eponimi alla carnascialeria, un traino fantastico di una gran luna, dentro cui si entrava per la bocca spalancata e nel cui interno si vedevano dipinte le goccie di liquidi diversi osservate al microscopio: in quella del vino, erano rappresentati ad infusorii Perelli e Rovani, in quella dell'acqua, le teste dei più insipidi tra i milanesi, in quella dell'aceto i più rabbiosi gazzettieri, Bizzoni, Treves, Cavallotti, — in quella dell'orina, il marchese Villani. Luigi Perelli regnava assoluto sulle maschere: Perelli «che si incarica di volermi bene», come lo complimentava Rovani; il Perellino ed il Rovanino, perchè gli stava tutto il giorno alle costole, imitandolo nelle stranezze, e nell'amore intenso per l'arte, nella sottigliezza squisita del buon gusto: — Perelli il collaboratore nato e fabricato sopra misura, per intendersi e riplasmarsi cordialmente con l'autore di Ritratti umani.

«Non mai collaborazione letteraria fu più intima, più appassionata tra Perelli e me. Si era, allora, all'equatore della nostra amicizia e diciassettanni son scorsi», confessa l'altro nell'Etichetta al Campionario (1885). «Possedea, Gigi, tutto ciò di cui io mancava; bello aspetto, buon senso, pronta e smagliante parola, una audacia, che senza mai confondersi colla sfacciataggine, rovesciava d'assalto qualsiasi diffidenza, una onestà sovra tutto abbigliata di allegria, che quanti cuori toccava, avvinceva. In me, invece, il pensiero, benchè pigro e lambiccato, profondo, una ostinazione che mi rendeva capace, non solo di ideare un lavoro, ma di cominciarlo e, quel che è più di finirlo: oltraciò, molta malinconia, e, in utili dosi, cattiveria e mattia. Per servirmi di una metafora, che, a volta sua può veramente dirsi di zecca, Perelli era, in quel tempo, la lega del mio fino». — Insieme passavano le lunghe sere dell'inverno lombardo, così favorevole all'amicizia, in quelli anni tra 1866 e 1877: la cameretta tepida di Carlo Dossi li accoglieva, e, mentre questi aspettava accanto al camino, Tea, una sua cagnola fox-terrier, gli sedeva in grembo. Valicava il pensiero di lui, caprioleggiando, sopra le culmini di montagne rocciose, per poter offrire al veniente fiori di ghiaccio insospettati e rarissimo bottino d'alpinista-ideologo; «ma Gigi tardava troppo, e sotto al solleone della fantasia, il mazzetto si distillava e mutava in una fiala di essenze acutamente insopportabili. Finalmente, il suo passo franco si udiva. Tea si alzava di soprassalto squittendo di gioja ver lui. Carlo, assai meno umano di quella bestiola, lo accoglieva, di solito con asprezza. Prigioniero volontario di lui medesimo, indispettivasi, quasi, della sua libertà».

Povera Tea, cui donna Ida doveva invitare alla ciotola della zuppa mattiniera, colle sacramentali parole: «Panera doppia e pan frances», perchè ne mangiasse, ella restia; povera Tea, generosa gladiatrice uccisa dal suo coraggio, da un rospo avvelenato, che addentò a morte nel piccolo giardino di Roma; Tea che riposa al Dosso, sotto all'enorme cippo, troppo piccolo per il suo affetto animalesco, gigantesco per l'esile corpicino sepolto: «Tea, bianca, nera, nocciuola, — dodici anni vissuta con Alberto Pisani — modello di fedeltà — più che umana canina»; e l'edera delle rovine, della morte e della immortalità serpenta, abbruna ed insempra il bianco marmo della targhetta commemorativa.

Ma, per allora, a pena nata La Vita di Alberto Pisani, a pena ricomposto, nella sua fragranza d'amore, Il Regno dei Cieli, la solita borghesia fanullona ed arrivata dalle academie teneva il campo, a Milano, ed ingombrava colla alterigia, la supponenza e l'idrocefalia, l'elfantiasi congenita, l'esosità e la golosità esemplari; sì che, nè il Gorini, nè il Cremona potevano essere decentemente nominati da quelli, nè Dossi vi aveva trovato mercè. I grossi bacalari, che facevan l'occhio pio alla prebenda governativa, aveano gridato, subito, al sacrilegio; si erano sbalorditi li stenografi delle frasi stereotipate dai trecentisti, o da Manzoni, i mendicanti de' riboboli fiorentini, i cucinatori di sdolcinature e graziette a fior di crusca di Val d'Arno; i compilatori di frasuccie lascive, scelte colte, de' gentilini pensierucci, delle facili ed elastiche riverenze, i puristi della lingua dotta, i modernisti della lingua parlata. Lo scandalo, in parte, perdura.

Ma, per allora, chi volesse dire ed essere qualche cosa di più, doveva passare — come oggi — alli occhi dei suoi coetanei e concittadini, un matto: i critici misero orginale: ma il matto, Carlo Dossi dice, è quel nome di cui si regala chiunque pensi diversamente di noi, quando ne sembra un po' più forte il chiamarlo o bestia, o birbante. Onde i matti si facevano da parte, si ricercavano in mutua compagnia; venivano al cenacolo sbarazzino del Polpetta, in mezzo alli orti ed ai giardini del palazzo Cicogna; dove schiamazzavano intorno ai pantanelli artificiali, ancheggiando, le oche tarde e prepotenti, bagnate, tra il frascheggiare mobile delli alberi, di larghe goccie di sole come il pittore Carcano suadendo all'invito ritrasse in due tele ad emulare la celebre del Fortuny: Le Jardin des Poètes. Pranzavasi a buon mercato, spesso, a credito, sotto la pergola densa d'estate, rumorosa di carambole, se le boccie, sulla terra battuta e compressa del giuoco, si urtavano schioccando. Praga vi portava la sua malinconia, la sua barba bionda, che gli invadeva le guance, li occhi azzurri sotto la fronte amplissima e sognatori, i capelli lunghi e ritti, le scede, le baje, la lestezza delle sue caricature; qualche volta, la domanda un poco ebra e fatua:

«Chi è,[51] chi non è?

Oh povero me!...

Il prete lo giura,