Ma nulla io ne so;

Chi dice di sì, chi dice di no....

Gli è il coro dei matti che Adamo intonò!»

Giuseppe Grandi, tumido del trionfo del suo Beccaria, fremeva di orrore se Stambul, la cagnola di Giulio Uberti, l'avvicinava: — Giulio Uberti, poeta dimenticato, perpetuo innamorato settantenne a consumare il suo suicidio per una giovanetta quadrilustre ed allieva sua di declamazione, Miss Alice Lohr londinese, che lo amò dopo morto. Giulio Uberti, che appariva, tra li amici, col suo mezzo cilindro di felpa folta, el castor, inconcato a barchetta, imposto all'occipite perchè il tormentato e spazioso fronte di lui s'illuminasse al sole, la pipa corta e brunita, stretta fra le labra; — classico come il Cominazzi repubblicano della Fama, cantore con vena foscoliana delli eroi di repubblica, Tito Speri, Washington, Lincoln, delle Stagioni, dei Bardi profughi, dello Spartaco, e, se in oggi saputo o commentato, vergogna ai precocemente calvi bardassa, ai Merlin Coccaj della bambagia italiana: Giulio Uberti, cui

«....[52] sul rugoso fronte non dome,

L'ire fremevano dell'alma austera;

Passò imprecando: sferzò: derise:

Tutto è putredine! — disse.... e s'uccise».

Gignous, silenzioso ed immerso nell'arte sua, sembrava cabalasse, mentalmente, toni e tinte sino allora inediti: — Bernasconi, Tartarin di politica, fanfaronava piacevolmente. — I tre Fontana si invitavano a vicenda alle ciarle. — Achille Cova arguto, li eccitava e li contrastava; — Giovanni Camerana magistrato, si abbandonava, senza sospetto alla rima macabra, come un Rollinat piemontese, per avviarsi anche esso al suicidio; — Ghislanzoni, ironico balbuziente, raccontava le sue innumeri prodezze, giornalista, librettista dei Promessi Sposi musicati dal Ponchielli, baritono, novelliere; — Ripamonti interrompeva la scultura per la poesia; là dove non giungeva la stecca da modellare veniva la sua penna acuta a trafiggere; — Cesario Testa, che si firmava scora L'Anticristo piemontese Belial, e che stava per farsi conoscere sotto il nome di Papiliunculus, riconosceva i suoi fratelli d'arte della Farfalla e li veniva a visitare: Cesario Testa, piccolo, bruno, nervoso, coltissimo, razionalista, naturalista, il ponte di passaggio tra la Scapigliatura milanese e la Scuola nova di Bologna; esulcerato dalle miserie della vita e pure travet laborioso, in perpetua bestemia contro il suo destino, cinico, pessimista e quindi romantico puro camuffato; intelligenza, brio, onestà, impiegato di poi alla Corte dei Conti ed alla Cronaca Bizantina, dove Angiolo Sommaruga ne abusava; Cesario Testa, anch'egli ricoperto di nebbie, di anni e d'oblio.

Vi traevano Carletto Borghi dalla gentile e precoce genialità, morto avanti la fama; — Ambrogio Bazzero, solitario erudito d'armerie milanesi e commosso novellatore di sè stesso in Storia di un'anima, il primo discepolo di Carlo Dossi con Riflesso azzurro, «bacio su di un fiore appassito, dedicato a Sofia e Maria, sue sorelle», pur esso di brevissima esistenza: — con loro si accompagnava Guido Pisani, scialaquatore della sua intelligenza, ucciso da una spina di rosa, fondatore col Borghi, il Bolaffio e i due Pozza, del Guerin Meschino; il quale porta tutt'ora per insegna il guerriero cavalcante,[53] disegnato da Tranquillo Cremona e da Carlo Dossi, tra le maschere grottesche che ne fingono le lettere, donde si compita il suo titolo. Nè Tranquillo Cremona, tornato dallo studio e dal lavoro, che lo compiaceva nel cortiletto del Conservatorio, — un chiostrino colonnato e suggestivo offertogli al pennello da Lauro Rossi, — se ne schivava; nè la sua gioconda ilarità scompagnavasi da quella di altrui.