In questo campo chiuso la Scapigliatura si avvicendava; l'arte viveva di speranze; tutti erano migliori di quanto non apparissero; ciascuno si foggiava un Lovelace, un Don Giovanni, un Werther. Qui, si eccitavano le ire intestine; ed il Dossi ascoltava ed annotava la boccacevole eloquenza dell'ideale dipintore dell'ambiguo Falconiere, quando, dimessa la pennellata, dosava la burla con lenta perfidia e maestria al padrone di casa. — Ospite interruttivo, Cletto Arrighi, vi appariva dal Teatro Milanese ch'egli ricercherebbe invano di sul Corso, dove aveva tenuto il posto del Padiglione Cattaneo, sala da ballo per le ultime madaminn, dove, oggi, fa pompa un albergo cosmopolita di lucida eleganza: — Il Teatro Milanese, che gli aveva trasmesso Perelli fresco delle nobili comedie di carattere, banditi pagliacetti e istrione, riusciti quindi in fama e ricercate dalla salace frivolità del principe e dell'epoca; e dentro cui profondeva l'eredità di Bernardino Righetti, lo zio, amico d'infanzia e collega nelli amori facili di Manzoni, prima del suo millantato pietismo.
Qui, dunque, venivano a rifugiarsi tutti che volessero dire una parola propria e diversa, che dovessero difendersi dalli attentati della borghesia milanese: qui, li artisti frapponevano ostacoli, bastioni e fossati, per non patirne il contatto, per non udire il riso di scherno contro li insuperabili e delicatissimi Cugini; per non confondersi coi bestemiatori della plastica vigorosa, psicologica e comacina del Grandi; per non avvalorare li errori delli orecchianti della letteratura di Rovani, della poesia del Tarchetti e del Praga. Da qui, fuggivano tutti li altri: però che scioccamente i rimescolatori dei dizionarii, i passeggiatori di biblioteche e di musei, li ineffabili impostori delle Academie se ne vantavano; e non accorgevano di diminuirsi, privandosi del lievito proficuo e prolifico della genialità, che lasciavan da parte, non vergognandosi del resto delle loro attitudini basse e sconvenienti che domandavano all'arte, cioè il loro fine, con Nana di Parigi, od a Milano, alias Emma Ivon, pruriginosa di memorie inedite e di aulici quadri plastici, a mezze tinte, tra la seppia e l'ocra gialla; — coefficienti all'onanismo ginnasiale, quando la piaggieria al naturalismo divenne di moda e servì, all'artista, per aver commissioni dal bottegaio arricchito, ed, a questo, di vantarsela da conoscitore.
Di là, da questi giardini, da queste officine secrete di motti salaci, di poesie d'occasione, di caricature, la corrente irrefrenata della attività estetica e giovanile si disperdeva per Milano; l'innerbava, la divertiva, la faceva pensare. Estuava per le ragunate della Famiglia Artistica e della Patriottica, dove si decidevano le mostre del Museo Birbonico, tenute nei palazzi di Piazza Mercanti, e le recite del Carro di Tespi; si immetteva nei crocchi, sotto la pergola della Noce, un'osteria fuori Porta Ticinese, governata regalmente dall'astuta e simpatica Sora Luisa, mentre el Vittorel Pizzini mesceva, alli illustri aventori, Gattinara squisitissimo ed annoso: — [54] «ora, non c'è più: l'onorevole Depretis travolse il Gattinara nel tinoso baratro della Società enologica stradellina e gli fece fare la fine medesima del parlamentarismo in Italia». — Ma lo aveva cantato con ditirambi bacchilidiani ed inediti Odoardo Canetta, garibaldino e studente in perpetua candidatura sulla laurea di medicina, biondo Adone di gentilezza milanese, autore innominato e truffato di una esilarantissima comediola «On vioron in dazi»; e, prima, adolescente coraggiosissimo industrioso, con mio padre, di scede e di atroci burle ai pollin, i gendarmi austriaci: ma quel trilustre Gattinara lo aveva bevuto pur Rovani battezzandolo «Sangu de rana», quando, commensale gratuito ed abitudinario alla Noce, vi teneva scuola di arguzia, insegnando al Magni, che fiancheggiava allegramente grignolino co' suoi allievi, la metamorfosi di un San Paolo in Socrate: «Schiscegh el nas» — e Socrate riusciva indicativo, — rimproverargli il monumento eretto a Leonardo da Vinci in Piazza della Scala «on litter in quatter».
Supporava il barzelettare del giorno, sul Corso, davanti all'Hagy, istituzione e ricordo primo-consolare, liquorista di secreti profumi ed essenze, venuto dall'Egitto coi Mamelucchi al seguito di Napoleone. E si ponevano in bacheca, paracarri dell'eleganza maschile, i professionisti del Dandysmo — Barbey d'Aurevilly forse loro istitutore — stato-maggiore della gazzetteria, a dettagliare le bellezze e li abiti feminili delle passanti, a malignare sui nomi, le virtù palesi e nascoste, le abitudini intime, i compromessi coll'essere e il parere. — Sgargiavano le cravatte rosse ed il taglio inglese dei pantaloni di Fabrizio Galli, — baffi alla moschettiera; il Coq, nome porpureo che lo indicava nelle sue caratteristiche morali e sessuali, pronto ad accorrere a richieste del Gaetanino, Genius loci del Gazzettino Rosa, il Monitor catrafatto e cannoneggiante della repubblica lombarda, quando, per mancanza di redazione tutta sotto chiave, lui solo ed il Pessimista rabberciavano il giornale: — stonava, coi bei giorni di sole, che ingiojellava il marciapiede primaverile, l'indivisibile parapioggia del Pozzoli, cantastorie di intrighi principeschi sempre rinnovati, sempre venali e complicati. — Propalava secreti la gajezza rumorosa ed alla vendetta dell'avv. Cario Besozzi, amico di tutti e di tutte, confidente universale, peroratore delle cause de' generosi e delle generose e de' pianti dei cuori in pena, preziosissimo giovane Figaro in frak ed in toga, disputato per l'occasione e per amicizia speciale, pacere dilettante e viaggiatore patetico per li amori eleganti delle spumose ed inquiete bellezze del Teatro Milanese, sensale anche di convegni e del resto, al dire della maldicenza interessata e lurida di Davide Besana. — Il quale, volto piatto ed addormentato, protestandosi sordo, ma le orecchie all'agguato e tese come quelle di un lepre in sospetto, Giuda Iscariota a buon mercato, rimessosi tra i sovversivi vi praticava caccia e pesca grossa e minuta a profitto della polizia politica ed immagazzinava notizie e documenti pe' suoi libelli: Re Quan Quan e la sua corte, Sommaruga occulto e Sommaruga palese, di cui fu il sicario prezzolato per ricatti di letteratura alimentare: Davide Besana[55] riconosciuto testè come vecchia pratica del Codice penale e che viveva, scrivendo per commissione, nell'aria umida milanese, necrologie, epitalami, contratti di nozze, precarii, citazioni, ricorsi di macellari contro la ricchezza mobile e denuncie anonime in blocco, mentre poneva mani, piedi e malvagità a difendere sè stesso, calunniando coloro che lo accusavano di facili e questurineschi abbandoni.
Si erano aperte altresì, un po' più verso il Duomo e da poco, li splendidi battenti della Giulia e della sua buvette; un esercizio promiscuo tra il bar americano e la fiaschetteria, dove li avventori si trovavano in dovere d'essere innamorati della padrona, o corteggiatori, o favoriti, o protettori, rimanendo essa, che vantava il suicidio del marito e una mezza dozzina d'amanti rovinati, sotto il nominativo di Angelo Sommaruga; il quale non uscì di famiglia se, a Roma, si condusse, per lo stesso motivo, la sorella di lei, la celebre e ricantata, in sulla Cronaca Bizantina da Papiliunculus; Una Tigre, Adele. Dalla Giulia si era festeggiato l'esodo della Farfalla da Cagliari a Milano in lietissimo simposio; vi aveva brindato Francesco Giarelli, giornalista di razza, ripieno di enciclopedia, signore di uno stile limpido e scintillante, il gnomo Francesco Giarelli, se credete al Besana, mentore, consigliere, ispiratore e dissanguatore del Sommaruga. E si erano accese dispute di eleganza e di bellezza tra la Giulia e la Ivon, che se la vedeva in faccia troneggiare regalmente, uscendo dal Teatro Milanese; rivalità tra la Caffettiera e l'Attrice per maggior leggiadria e minore età: sì che i maschi venivano a parteggiare e parteggiarono i giornali.
Ma, indifferentemente, se si diceva che li attori del Teatro Milanese solevano pagare una cena di trenta soldi a' critici affamati e parassiti, perchè li elogiassero smaniosamente, — e la voce si propalava dalla Giulia — pure, dinanzi ai vetri della buvette, intermessa una sosta all'Hagy, si mostravano i pantaloni a quadri bianchi, gialli e neri del Giraud, — il volto glabro e clericale del Ferravilla, Beltramo e Meneghino decaduto, — la figura romantica e allampanata dello Sbodio.
Costanti e fedeli ai veleni certosini ed inglesi tornavano, in sull'ora delli aperitivi, a completare lo stuolo, l'eterno giovane Carissimi, la cavalleresca prestanza del Missori, — la gioventù repubblicana e spadaccina, la letteratura scapigliata e garibaldina del perduto Bizzoni, bello Achille d'imprese eroiche ed erotiche, il Re Quan Quan: e la critica intransigente spumeggiava, spigliata, libera, aggressiva, aiutata dai fumi dell'Absinth opalizzato e scorso, a gocciole lenti nell'acqua, Musa verde potabile, eccitata dai fomenti ricomposti dello Scotum e dai Vermouth di Torino.
I lambiccatori delle quotidiane maldicenze decantavano i loro prodotti alcoolici, le loro ultime trovate: appostillavano i quadri del Bertini, così: «el can fa de bagai, el bagai fa de can» — ribattezzavano Malacchia De Cristoforis «Don Malacofolis de Cristiania» — davano la prosopopea del Vanzo, un pittore, che, con Luigi Conconi, cresceva in fama «on Garibaldi mojàa in la carbonina»; ripetevano i pensieri detti ad alta voce dai maggiori. Facevano sapere, che ormai, Alessandro Manzoni non tutta mettesse la morale nella sua Morale Cattolica, che andasse sfollandosi da casa Cantù, i suoi acoliti e Tommaseo, cui mandava a riferire: «Basta con lu, che el ga un pè in sacristia e l'alter in casin!» Che, a chi gli chiedeva come mai, avendo fatto dei libri così buoni, avesse pur fatto dei figli sì birbi, rispondeva: «I liber i ho faa col cô, i bagai col c....»: — che per farsi scusare le spesse frecciate contro le cose del giorno, soleva aggiungervi la prudenza di questa barzelletta: «Però, podi vess come quella veggetta del Mont Cenis, che in del '59 la trovava che i Frances, che vegniven giò, allora, in Italia, no eren pu quii Frances inscì gentil d'ona volta, al temp de Napoleon. Forse, me par ch'el mond el peggiora, perchè peggiori mi». Ed oscure calunnie propalavansi ad imputargli costumi testè venuti di moda al seguito dal Kaiser germanico, essendosi egli, in prima gioventù compiaciuto di libero poetare erotico; velenose malizie, suscitate dal fango delli spurghi gazzettieri.
Rammentava invece, versi, strofe e poemetti inediti, che erano passati tra le mani di molti, ed a firma manzoniana, prestissimo, del resto soppressi e non controfirmati dalla preveggenza meticolosa dell'innajuolo sacro, la memoria prodigiosa tenace e birichina del Rovani. Il quale, lodando e biasimando si valeva di citazioni, che, in bocca sua, erano formidabili armi di offesa e di difesa; ed, a proposito del Monti, ripeteva l'epigramma del Manzoni fatto dimenticare:
«Un vate di gran lode,