Così, si sermona e si ragiona, stando nella comune anticamera neutra e promiscua, in cui fa attendere i propri lettori ed in cui si immettono due porte: una a settentrione, che si apre sulla galleria de' Ritratti, l'altra[118] a levante che si apre nel poliorama delle sue fantasie filosofiche: con ciò vi trattiene, e, prima che volgiate ad una porta o all'altra, vi porge la Guida ufficiale per visitar meglio i luoghi.
La sua filosofia incomincia, da questa proposta, dopo di aver saggiato la apparente purezza delle intenzioni umane, con una serie di investigazioni e di domande. Foscolo, prima di lui, aveva insinuato: «Stimo le virtù l'arte di mascherare i propri vizii, e la civiltà, la scienza per cui li adoperiamo in modo d'apparire onesti». Onesti? Carlo Dossi conosce che il miglior galantuomo è colui che non si pregiudica col commettere delle cattive azioni, perchè glie ne vien danno: «oh siate indulgentissimi[119] fuorchè seco voi», esclama. «Poter nuocere basta. Riconciliatevi col Cielo. Siate egoisti davvero». Per intanto se «vivi come[120] vuol opinione, ti mancherà sempre qualcosa; come vuole natura, ti avanzerà»; e Rousseau, dall'Emilio, dal Contratto sociale, riprova un'altra volta la sua imminente attualità.
Il sensismo iniziale di Carlo Dossi si è lambiccato nel suo cervello: egli insegna a beneficare perchè rientri nelle abitudini umane l'atto del dono, come un atavismo da trasmettersi originalmente, istintivamente, da padre in figlio. «Che[121] il beneficio entri nel nostro tenore di vita come l'abito e il cibo. Non compassione, soccorso. Bene genera bene, come spiga, spiga». Il consilio è salernitano di cristiana sanità; il principio è anche mistico, da Pitagora a Plotino; li occultisti se ne varranno, considerato il bene come una energia per sè stante, riproduttrice di altre energie equivalenti; come del resto, il male per un'altra forza di valore opposto, ma reciprocamente trasformabile. Su ciò il monismo ultimo adottò unicità di materia e di energia, a cui i nostri organismi sensibili, personalmente, attribuiscono un valore particolare di gioja o di dolore, a seconda dei casi; perchè le loro vibrazioni sono identiche nel tempo, nello spazio e nel sentimento. E' la coscienza individuale che personalizza e trova il tono del dolore e del piacere, e spesso li confonde o li inverte, come il daltonismo fa con i colori, non riconoscendoli od indicandoli con nomi improprii.
È pur la coscienza individuale che scopre il tono dell'utile, nella mestissima trenodia del sacrificio, per cui il sofrire per li altri acquista consistenza e nobiltà eroiche. — L'originalità dossiana consiste nel proporre l'Egoismo — sentimento intransigente e permalosissimo, istrice aculeato che si raggomitola e punge dentro di noi a sua esclusiva ed animale difesa accorgendo, di lontano, ogni estranea presenza — a fondamento della morale, come già aveva indicato, a traverso il laidume, la via alla bellezza, a traverso il vizio, l'avvento della virtù. Il benessere personale, prima pietra angolare dell'altruismo, appare un paradosso ed è la conseguenza logica dell'abitudine mentale dossiana, del metodo suo, che diventa facilità psichica, donde si inalzano la sua arte e la sua filosofia. Similmente il D'Arca Santa, nella sua Fisiologia dell'Egoismo — che pochissimi conoscono e ch'io reputo a somma ventura sapere, regalatone di una copia, introvabile preziosità pe' bibliofili — gli aveva assegnato la funzione maggiore: da qui, polarizzati li istinti, verso il bisogno imminente del meglio, si elevano, a grado a grado, a potestà morale, scelgono di sulla bilancia, il piattello del bene, perchè sentono come meglio — beneficando — avrebbero potuto vivere nella necessaria comunione umana: donde, svolgendosi ai fastigi, per la rinuncia e l'abdicazione della materialità, ma per assumere le meraviglie delli splendori ideali dello spirito, elaterio il tornaconto, ecco il progresso, le virtù. Le quali sono l'esercizio delle forze usate, prudentemente, in modo che l'individuo se ne aumenti, acquisti indisturbato possesso, riconosciuta autorità.
Carlo Dossi ricorse a Locke ed a Bentham: vi si informò, per quanto i principii del più gran bene per il più gran numero, — della geniale utilità e l'espressione della Deontologia, — donde si assegna all'uomo, precipua condizione, il proprio interesse — accettati e svolte dal Say nella determinazione del giusto e dell'ingiusto dall'utile — fossero per contrastare coi pensiero d'Alessandro Manzoni, dalle cui vene discorre l'humorismo lombardo della letteratura dossiana. Se Manzoni oppugna questo e quello, li accusa di contradizione e teme, che, indulgendo a loro, risorga la formola: la mia forza è il mio diritto, ribattendo il sistema non solo nella pratica, ma nelle definizioni ch'egli credeva mendaci; Dossi, che lo fa suo padre spirituale, lo osteggia vittoriosamente, non coll'opporre ragionamento a trattato di filosofia, ma col racconto di un fatto — La Colonia Felice — con una dimostrazione psicologica, Il Regno dei Cieli, — Manzoni era inoltre troppo povero di coltura scientifica, fisica e biologica, per riconoscere li errori delle sue premesse in ciò il Dossi, che aveva seguito le più limpide frasi del Dialogo delle Invenzioni, non avrebbe inceppato. Se, in quell'aureo scritto, il trageda di Adelchi aveva dimostrato, «il[122] nesso che esiste tra la ricerca delle ragioni ultime e la filosofia pratica; e, nel campo della storia andò a cercare i fatti più notevoli e più caratteristici e che meno hanno apparenza di derivare da speculazioni filosofiche, per trovare come appunto ne sono la conseguenza»; l'autore di Desinenza in A non usa di mezzo e metodo diversi, ma si induce all'opposta teorica che dall'altro veniva protestata ed accampata nella Morale cattolica.
Per ciò, se questa autenticò al cattolicismo il dogma dell'imperativo categorico giansenista e di Emanuele Kant, sì che il suo insegnamento è fuori ed oltre la semplice Teologia[123] morale di un qualunque Fulgenzio Cunigliati, settatore purissimo di tomistica, assumendo il grado di una possibilità evolutiva; Il Regno dei Cieli ne devia. Se Don Alessandro si accontentò di vedere in astratto, Carlo Dossi porge in sanzione interiore, svolge atti a riscontro di fatti egoistici e personali. Egli, accostatosi alla serenità della antropologia lombrosiana, distende il suo concetto, da prima negativo e pessimistico, già involuto dalla grettezza ferrigna del fatum e dalla nascosta crudeltà della fatale reversibilità del De-Maistre: qui si placa in una fede positivista, nell'ottimismo speranzoso ch'un migliore futuro, si temperi col determinismo, per cui i fenomeni e li esseri procedono per gradi, in cui la natura sapientissima non li immobilizza, ma li fa sostare quel tanto pel quale si assicurino del diritto di salire più in su. Exceltius! intona, comme un Allelujah, il Regno dei Cieli: la suprema bontà illuminata del perdono sociale che redime, dell'amore che fa virtuosi, sta nella Colonia Felice. — Aronne, all'inviato della madre patria, che, per bocca di quegli verrà a chiamare i condannati, esposti nell'isola deserta, dopo la prova ed i frutti della redenzione: «Uomini fratelli!» racconterà in questo modo le fasi della evoluzione di quel rifiuto galeotto a cui presiede. «Intanto, Aronne, a seconda dei luoghi, gli narrava la storia, ora triste, ora lieta, della colonia, dal tempo in cui d'uomo, non possedevano essi che il nome; quando cercavano il proprio vantaggio nel danno altrui; fin chè svegliati dal loro stesso russare e fiorita la tardiva saggezza, si riducevano, a forza, nell'umano diritto; e narrava, come allor la sventura apprendesse la felice fortuna; il bisogno il soddisfacimento, l'Anarchia, lo Stato; mentre la non mai zitta incontentabilità nutriva il progresso, sostituendo, ad una forzata uguaglianza nella miseria, la innata provvidenziale disuguaglianza[124].
Così, dalle oscure e terree radici dell'albero, immerse nell'humus a succhiare, per mille ventose, il nutrimento, con uno slancio di fede e d'amore, si sublimano le eccelse frasche aeree a giuocare coll'azzurro e le stelle di una tiepida notte serena, allietata dallo zefiro primaverile e musicale, rischiarata dallo sfoggio di tutti li astri, apparsi sulle ringhiere del firmamento, come giovani indiademate a salutare li uomini di buona volontà. — Così, l'Utile è la ragion radicale e fondamentale del materialismo storico di Carlo Dossi, come è la Lotta di Classe nel sistema di Marx ed Engels; colla differenza che l'Utile dossiano rispetta i termini, i diritti e le prerogative del cervello, anzi li feconda di maggiori attributi; mentre la Lotta di Classe, gretta interpretazione economica e commerciale dei fatti, sommette la preziosità de' nervi al compromesso numerico della folla ed ai numeri muscolari della economia politica.
La Lotta di Classe dimenticavasi che sempre, una eletta minoranza sarà pur quella la quale doterà di maggiore giustizia sociale, di più lato benessere individuale, di più assodata sicurezza le nazioni, in sul cilio della bancarotta fraudolenta, per mancanza di solidarietà, in pericolo di morte per cessato esercizio di patriottismo e di virtù gestante e serena. Di ciò non obliavasi il Dossi. «Nuovi[125] errori pigliano, continuamente, il posto dei vecchi, perchè l'uomo procede solamente a loro mezzo; per cui, se tu vuoi essere degno di scusa in faccia alla storia, attienti all'errore dei molti, che è la verità di quest'oggi; e se, invece ambisci a una lode datti all'errore dei pochi, che è la verità del domani». Ma s'egli è qui inesorabile contro i luoghi comuni del presente non la perdona alle ignoranti superstizioni del passato: «La clemenza[126], si dice, dovrebbe essere esclusa dalla legislatura; ed io non vorrei neppure la legislazione. Si diminuiscano le pene per diminuire i delitti. Come nelle malattie fisiche giova più la cura preventiva della repressiva; così nelle morali. Cangiate le carceri in iscuole! Le pene rappresentano ancora un lusso antico quando erano un reddito sicuro del principe». — Nè in diverso modo considera la beneficenza: «Non giova che preventiva. Gli 8450 stabilimenti italiani di carità posteriore non sono che altrettanti semenzai di[127] miseria»; sì che il razionalismo dossiano, galoppando con lena, aveva prima di Nietzsche rettificato molti valori malamente in uso di parole di frasi, di idee, depurandoli dall'esoso ed eroso grassume depostovi a patina dai secoli, dalle mani sporche e dalle coscienze sudicie delli uomini per cui erano, perdendo d'efficacia, passati i concetti primi, semplici ed esemplari della naturale moralità. Perchè Carlo Dossi ci ha confessato: «Pensai[128] che giustizia e bontà fossero cavigliati all'uomo dal suo egoismo medesimo, e che il proprio vantaggio, sapientemente considerato, coincidesse, in ultima analisi, col vantaggio altrui; che in ogni caso, il maggior e il più forte interesse si risolvesse in una soddisfazione di coscienza. Sul che imbrattai un fascicoletto di carta che s'intitolò il Regno dei Cieli». Qui, un angiolo proclama a divisa, dignitosamente sfavillando: «Vive[129] eterno Amore!» ed il Regno dei Cieli è, per l'autore di Desinenza in A: «Il Quinto Vangelo».
Si era, allora, nel folto delle agitazioni socialiste, della propaganda attiva libertaria; dalle idee di Chaumettte, di Buonarroti, di Fourier, di Saint-Simon, di Proudhon, di Blaqui, s'accendeva la rivolta sociale. Prima assisi, il meeting di Saint Martin's Hall, nel 1864, costatava la miseria dell'epoca, mostrava a nudo i vizii reconditi del misto regime europeo, denunciava, ai popoli oppressi, il bisogno di libertà, alle nazioni compresse, l'autonomia, a tutti, l'insorgere necessario contro i vincoli del dispotismo, le sovranità delli stati dominatori in urto ed in onta alle ragioni storiche e geografiche. Emanavansi principi, concetti a seminare il mondo di certa raccolta tempestosa; ruinavansi le vecchie formole, le tradizioni, i rapporti diplomatici e costituzionali consacrati, il dogma della autorità. A Ginevra nel 1864, a Losanna, nel 1867, a Bruxelles, nel settembre dell'anno successivo, a Basilea, nel 1869, la Internazionale riuniva i suoi parlamenti. Quivi, Bakunine l'aveva raggiunta colla Democrazia socialista, v'innestava l'individualismo conflagrante, cui Marx ed Engels, dopo aver dettato il Manifesto, contrastavano con autoritarismo germanico ed egemonico, disvolgendone le due correnti rivoluzionarie; una, verso la statolatria accentratrice, l'altra, verso il sindacalismo dissolvente. Il comunismo ritornava in sulla ribalta della attualità; vi aveva conglobato il binomio, che avrebbe dovuto scindersi subito per incompatibilità di carattere; e l'elettrolisi della critica dispose, in fatti, ai due poli opposti, li elementi inimici. — La Comune aveva sfolgorato, sgozzata a Satory, agonizzante a Cajenna, accesa dalla causa occasionale di un Sedan, di una capitolazione di Parigi. La Federazione del Giura affocava con calma scientifica li odii, si opponeva, sostenuta da Bakunine, all'assorbimento hegeliano della logica di Marx; le Federazioni italiane optavano chiaramente per la rivoluzione pura, per la tattica delle società secrete. Al congresso di Bruxelles, del 1874, Cafiero non credeva opportuno accedere, eleggendo le armi alle chiacchiere; e De Paepe constatava le due tendenze: quella di Spagna, d'Italia e del Giura, anarchica, l'altra di Germania e d'Inghilterra in cui predominava la nozione dello Stato-operajo. Le Borghesie europee, all'agguato, eccitavano sommosse, scoprivano e fabricavano complotti polizieschi: in fondo, la loro attitudine era quella del sospetto e del terrore. Nelli anni eroici e di passione dell'Internazionale, si determinavano le prime ragioni del proletariato e delle filosofie libertarie, ad inlievitare tutta la serie delle proposte e delle pretese, che ancora si avvicendano sul campo della economia e si schierano, armate, nel breve e più logico arringo della politica interna d'ogni nazione.
Per cui, nella coincidenza appassionata colla semaine sanglante dell'ordine versagliese, Carlo Dossi giovane ventiduenne aveva squillato, con entusiasmo e dolore, terzine libere di foscoliana eloquenza, che dovranno rimanere nella istoria della nostra lirica; terzine forse edite di poi ma anonime nel 1878, in un foglio d'avanguardia, a cura di Luigi Perelli, quando l'Italia ultima, ricondotta alla greppia dalle moine e dalle carezze di Margherita e dalla ostentata democrazia di Umberto, nuovi re, si sentiva, per tornaconto e d'impostura, per pigrizia e viltà, tutta scombussolata al fatto semplice di cronaca del Passanante.