sciogli la veste che mi impaccia il piede,

e mi ritorna al sol libera e nuda.»

Questi endecasillabi si volevano stampati anche da Alberto Pisani, segretario alle sabaude diplomazie della Consulta, come tradotti da Carlo Dossi, se pur lo vennero, perchè ritrovai solamente le bozze ma non il foglio che li avrebbe dovuto recare, ed oggi, in tempo migliore glieli rivendico a grande titolo di gloria. Senonchè, allora apertamente, in sospeso, si tenne in bilancia col Regno dei Cieli. Che, se in questo evidentemente veniva all'individualismo libertario e rispecchiava le Nuove Nozze, lo aveva però vestito di beneficenza e di carità, dandogli la rossa zimarra talare del Cristo. Ma la sua profonda dottrina, il suo scetticismo caustico, dubitarono ancora: riposero sotto a soppannare la camicia del Rabbi, la palandrana lunga, la zimarra decorata del conservatorismo, quasi volesse entrare, e nei palazzi e nei templi, coll'uniforme d'obbligo, volendo sorprendere per insidia le posizioni che desiderava occupare. E però nessuno si illuda, se la sua critica, che permane anche contro il socialismo, si rivolge diritta specificatamente a limitare le funzioni dello Stato improprio conservatore de' privilegi, a combattere la falsa morale, il costume, l'attitudine alla menzogna sociale.

Vi dice chiaramente e rivoluzionariamente: «Il Comunismo[131] ed il Socialismo vanno posti negli errori del tempo presente. (E ricordate che il presente è l'opera del Commercio). Il primo, a fortuna, è inattuabile; esso esige una perfetta e continua eguaglianza. Or come ottenere quella dell'ingegno? — L'altro, troupeaux et bergers, pur troppo è in pieno vigore. I Governi ne sono la massima prova; i quali tendono sostituire allo spirito dell'individuale interesse un interesse comune cui nessuno partecipa. L'Internazionalismo è tutt'altra cosa del Socialismo: ma Governo-Socialismo-Dispotismo, nel mio dizionario, sono sinonomi». — «È ora[132] che l'individuo esca dalla tutela dello Stato: ciascuno sia responsabile di sè: facciamo senza degli Dei, tra poco faremo senza dei Governi». — La petizione è singolarmente individualista ed anarchica, per quanto uscita dalla penna di un diplomatico. Ma chi non ha accorto i germini di una teocrazia libertaria in De Maistre e le sementi di un determinismo anarchico in De Gobineau? Carlo Dossi è di questa razza; e non solo dubita, ma condanna lo Stato: «Lo Stato! come[133] espressione, anche etimologica, il suo vocabolo rappresenta l'immobilità: Stato è cosa che non si muove»: mentr'egli sa che il futuro filosofico e storico è l'Anarchia; però che la Repubblica, secondo l'opinione di Proudhon e di Giovanni Bovio è l'attuazione generosa di un reggimento libertario. «Lo[134] Stato è sempre un peso immane: pure bisogna pagarlo alla Società col prezzo del lavoro; come alla Natura si paga la Vita colla Morte. Da giovanotto fui persuaso che bisogna rassegnarsi allo Stato come alle sepolture. Oggi è sepoltura aperta che ammorba. E così in me si venne delineando il concetto dello Stato, come un organismo in cui tanto scema il Governo, quanto di autonomia acquista la persona. Un tale concetto, esplicato direttamente, tirava all'Ideale della Repubblica sociale. Se nello sgravarci di tutto questo, però, noi non possiamo, nè potremmo, buttarlo giù ad un primo scrollo di spalle, riduciamolo — dico io — secondo il disegno evolutivo della storia»; però che questa si avvia all'Anarchia deliberatamente. Al maggior filosofo italiano moderno può ben rispondere Carlo Dossi: «La Libertà[135] consiste nel poter fare quanto si deve volere, e non nell'essere costretti a far quanto non si può, nè deve. Ora, dato un Governo tutte le forme si valgono. Quod interest quot domini sint? Servitus una est! Dato un governo, il migliore è il meglio amministrato. Ed allora, noi sentiamo tutti i mali della libertà perchè non la possediamo intiera».

L'osservazione critica si ripropone colla salacità fine e acuta, col senso nascosto della pratica: lo sentiamo irridere alla religione dello Stato, alle Religioni delle masse, alla Religione del Socialismo, alla Religione del Papa; e però ci consiglia alla osservanza di un codice, di un decalogo, di un rito, di un governo, contro cui si appunta e storce il suo Regno dei Cieli, il Quinto Vangelo!

Torna egli all'errore? «Taci[136], non insultare Natura, la eternamente, la immoderatamente buona. Insieme alle lagrime ci ha dato il sorriso; qui vive felicità...» Felicità nell'inganno? Necessità della menzogna fiorita e dolce: perchè interromperà il sogno fatato delle Illusioni? Perchè, «con una[137] sfornata di ragioni semplici, evidenti, con una eloquenza, tanto più insinuante quanto meno pontificale, darsi a scalzare la buona fede di Pietro?» — «Che le aveva da sostituire il povero[138] uomo?» Carlo Dossi si ferma davanti alla verità che accieca, ma che non consola. «Abbiate pazienza[139], o Dei di seconda mano, miseri fabbricatorini di mondi contro natura; con l'ignoranza non hanno mai valso i raziocinii della saggezza, nè varranno mai. Di addurre al Vero la plebe, unica via, l'Errore». Sacrosanta Utilità dell'Errore; formola sociale: disse Sinesio: «Conviene che le folle sappiano quanto è proporzionato alle loro racchiuse intelligenze:» — E Varrone: «È necessario che il popolo ignori molte cose vere e creda a molte false». — E: Joseph de Maistre: «La folla comprende questi dogmi, quindi sono erronei; li ama, ed allora sono pericolosi». — E Champfort: «Scommetto che ogni idea pubblica è una consacrazione atavica di sciocchezze, poi che ha compiaciuto a tante persone». — Ma per qual ragione privarli del loro piacere? Loforte-Randi, che è un razionalista, anch'egli fa parte all'errore e lo coonesta: alessandrineggia da gramatico e da gesuita, ma ammette: «che la folla[140] creda ciò è un gran bene; essa supplisce, così, alla sua fatale ignoranza, con un atto di fede, rimettendosi, in ogni cosa, a colui che — come essa crede — sa tutto e può far tutto;» ed invidia I poveri di spirito, perchè «gli atei, i quali[141] hanno la fortuna — o la disgrazia — di non farsi abbrutire dal bestiale materialismo (e sono gli atei solitari alla Shelley ed alla Nietzsche) sono degli infelici paragonabili a coloro, che, un giorno ricchissimi, sono tormentati dal ricordo della ricchezza irreparabilmente perduta». Per ciò, Carlo Dossi predica la pratica del Bene per l'Utile; e, non ricorrendo più alle illusioni religiose, alle speranze della fede, alli entusiasmi del sacrificio, va diritto al senso logico dell'egoismo, che per convenienza, conserva e riconsacra la religione. Il circolo si chiude: nuova interpretazione, antichissimi fatti positivi a persistere; Gaetano Negri sbircia malizioso dalle persiane socchiuse.

Gaetano Negri, che si nasconde; un filosofo anch'esso anarchico, perchè egotista ed autoritario, che impropriamente si cammuffò da conservatore, gesuita di altissimo garbo moderno, che assunse il servizio, per meglio dominare, anche del clericalismo, questa volta servo-padrone nel reggimento del ducato di Milano, oggi Consiglio Comunale di Paneropoli: ma fu raté, perchè non ebbe il coraggio delle proprie opinioni. Gaetano Negri, non beneviso a Carlo Dossi, che, se ammette necessaria una religione positiva nel compromesso sociale chiamato Stato — vedemmo in qual conto lo tenesse, — la considera colla mirabile impudenza d'affermare: «Manzoni[142] ostenta di aver fede; Rovani di non averne: Dossi ne piglia quando gli occorra di far degli effetti e quando gli accomoda: ma nessuno dei tre ne ha». — Perchè: «Data[143] una religione, la migliore, secondo me, è quella in cui l'altro mondo meglio giova alla felicità di questo» Il tema è tuttora l'utilità; il modo di svolgerlo uno scetticismo, che si esaspera cinicamente.

Ond'io non lo seguo e vado lealmente colla serena e nobile franchezza del Renan: «La[144] nostra base consiste in ciò: bisogna agire come se la vita futura non ci fosse, sia che essa esista, o no. Predicare al popolo la non-vita futura, vuol dire rendergli un servigio; perchè è lo stesso che eccitarlo a compiere uno sforzo nel presente. Predicargli la vita futura, significa addormentarlo e forse truffarlo, facendogli perdere tutto per indurlo a correre dietro una chimera». Ed «io dico[145], che quando uno scettico somministra al povero il dogma consolatore senza credervi, al solo scopo di tenerlo tranquillo, egli fa opera di scroccone, pagando in biglietti, ch'egli sa falsi, la buona fede e la miseria altrui. La preoccupazione della vita futura è nociva alla umanità; nè ci si deve affidar troppo all'apostolato del prete nei giorni della paura. Perchè creda il popolo, e credano le classi dominanti; ma queste credono, o fingono, o s'illudono di credere solamente nei giorni pericolosi al loro dominio. Singolari cristiani questi forzati dal terrore! Al primo sole della tranquillità, ritornano increduli: Voltaire può venir cacciato dalla loro biblioteca, ma non dalla loro memoria. Così, se costoro mantengono una parte dell'umanità nelle barbarie, per dominarla e sfruttarla, fanno opera pericolosa ed immorale. Bisogna dare a ciascuno un posto nel banchetto reale della vita». L'anarchia di Carlo Dossi non se ne preoccupa, perchè è comunque, ed in ogni regime, liberissima anche nel libito, ed il suo esercizio è incondizionato con qualunque professione di fede? Non so: egli desidera che i propri fratelli siano armoniosamente in pace con loro stessi nella supposizione di essere felici, l'unica vera felicità: la religione li può aiutare, in questo dunque giova. E che più?

«Imaginiamo per rinnovarci il coraggio di vivere!» A qualche cosa serva anche l'inutile ricchezza della poesia e del sogno, a popolare il deserto della morte coll'al-di-là» a soggiungere ragione di governo colla pompa e le menzogne pietose delle religioni: «L'illusione[146], l'errore necessario, è perciò il profumo più squisito della vita!».

Diplomaticamente De Maistre l'aveva già ammesso e Carlo Dossi gli si apparenta più che non a Manzoni, come meglio a Nietzsche che non a Rousseau. E pure, quanti ascosi legami, quante secrete intelligenze allacciano Nietzsche a De Maistre, — Rousseau a Manzoni! De Maistre, che considerava il catolicismo ragion sociale, sorride alle ingenuità di Manzoni, che lo attesta ragion morale: il Dossi può proclamarlo religione positiva, utile, il giorno in cui può giovarle al nostro interesse quando, comunque, ci allontana da un pericolo, ci consiglia su quanto ne nuoce, ci propone ciò che può aumentare la nostra felicità. Onde, chi sgorgò da viva fonte manzoniana e percorse un lungo cammino tra bronchi, sassi, cascate, paludi e calmi laghetti ornamentali, pur contrastando alla Morale Cattolica, la ripropone per convenienza; e dopo maturo esame, può aver motivi di credere: «Manzoni[147], come ogni grande humorista, è scettico. Non si guardi alla esterna fisionomia dei Promessi Sposi. Dentro in vece. E Manzoni non crede; ma il suo scetticismo è vestito di fede; e ciò l'introduce, sotto mentite spoglie, nel campo avversario: Rovani pure non crede; ma ostenta la sua incredulità a volto aperto, e forza il nemico d'assalto». E Carlo Dossi? — L'ho sorpreso qualche volta con questa frase sulle labra: «Credo a questo mondo!» E nella efficacia delle sue religioni positive?