L'Utile accetta, dall'entusiasmo, l'ascetismo: integrativo e sperimentale, fa dalla metafisica sentimentale e dai logaritmi della imaginazione, dalli eccessi dell'isterismo e dalla forza d'inerzia della folla ignorante, un altro serbatojo di energia. L'Utile non può trascurare l'impulso collettivo ed operante della suggestione, come preghiera, come superstizione; non può lasciar da parte la massa di forze vive che si spostano da una comunione di credenti, dall'esorcismo rituale e condecorato, da tutti li incentivi erotici, profumi, colori, luci, suoni, contatti, commistioni d'alito, di abiti, di carni: non può non impiegare la potenza divulgatrice ed eccitante delle processioni e de' trionfi, delle tensioni nervose dell'aspettare, della vibrazione molecolare dell'aria per le grida, le orchestre, i cori squillanti. Freme la folla; aspetta la celebrazione di un mistero, l'avvento di un miracolo, di una grazia, di una cosa non mai prima occorsa: ed il fluido si riversa a fiotti; penetra ognuno ed ogni cosa; opera le trasmutazioni, si fissa in visioni, in allucinazioni, parla parole misteriose, apre la bocca ai muti, li occhi ai ciechi, i sessi alle infeconde; risana, ristora, converte, domina, feminilità radioattiva e passionale erotta e respirata, taumaturga, nell'atmosfera. L'Utile non ripudia Lourdes, le guarigioni, che Charcot dimostra colla scienza, nel suo laboratorio. L'Utile esprime le sue mille virtù dalle Lettres de Malésie, quando Paul Adam si induce mitografo e riassume, sotto la simbologia cattolica, il culto della Ragione e della Scienza; lascia ai miti la loro poetica potestà, li aumenta d'esoteriche funzioni, li espone, con isfarzo di teorie e di lustrazioni, alla saggezza del popolo nuovo; ma riserba, come i sacerdoti egizii e le gerusie di Eleusi, alla dottrina ermetica delli iniziati, il senso nascosto delle verità assolute, che dichiarano, per gesti ed attributi, le bellissime iconi, che declamano, con divine maestà di sinfonie e di poemi, le tragedie, sacre commemorazioni della storia, dei conflitti, della gioja e delle vittorie della Terra e delli Uomini, nello svolgersi delle epoche e nelle successive conquiste dell'Utile sopra la brutalità della materia e de' semplici istinti animali.
Per questo motivo, Il Regno dei Cieli racchiude una parola di più ed un concetto maggiore di quanto La Morale Cattolica non abbia esposto: dall'Utile, combattuto e rifiutato da Manzoni, Carlo Dossi ha estratto un principio morale e sociale a cui Manzoni non arrivò. Inalza prezzo e bontà alla vita, mandata in discredito dal pessimismo leopardiano, dal sarcasmo schopenhauriano, restituisce santità alla missione dell'onesto, poesia al lavoro: non toglie la fede a chi crede, le consolazioni ideali e verbali a chi prega, le speranze dell'al di là a chi le brama, e senza delle quali non saprebbe esistere; ma tutti inchina ad adorare Dio anche nel prossimo loro. Egli confida nella Natura; col suo esempio e patrocinio, risponde allo sconforto; benedice anche il vizio, perchè necessario ed in tal modo che nessuna forma di governo, nemmeno la imaginaria repubblica aurea di Platone, ha saputo estirparlo. Egli, forse, sognava ancora, se vien desto: «La[148] mia soave fanciulla, sedutami a fianco, dicea: Che fai tu all'oscuro? — E con un bacio; mi rischiarò».
E però, dal delitto, fa sorgere novella Roma.
La clemenza di un principe dotto ed umanista, nutrito di Enciclopedia, innamorato delle teorie di Tomaso Moro e del Contratto di Gian Giacomo, concede a una torma di delinquenti, rei di delitto capitale, vita e libertà; la deporta in un'isola sperduta dell'Oceano. Colà, tiepidezza di clima, suolo pingue, fortunatissima stagione, costante salubrità d'aria, protezione di foreste e di fauna pacifica, favore di Natura li conservano: munificenza reale li dota d'armi a difesa e ad offesa di quella vita, cui la legge della madre patria rifiutò di privarli, abbandonandoli, alla loro coscienza ed al loro arbitrio, per ridiventare, in caccia di loro stessi e de' loro istinti, nella troglodita anarchia, vindici e protettori del proprio egoismo limitato ed aggredito dall'egoismo altrui.
Liberi, le armi in pugno, delinquenti, senza legge, monade prima della società civile, quaranta tra uomini e donne stanno dissoluti e diserti dalla comune patria sopra la spiaggia, in faccia al mare, dopo la lettura della sentenza che ve li inchioda e che li abbandona alla implacabile coscienza: passano, in cospetto del suolo ignoto, rassegna omerica. Il maggiore e più forte si avanza; pretende, soggioga, domina «Ex ferocibus universis singuli metu suo, obedientes fuere».
Ed è Gualdo-beccajo. Rex o Konig, la violenza; biondiccio, membruto, occhi chiari, asciutto, barbaro primordiale, il brigante. Incontra tra le peccatrici, Nera bellissima; la sotto pone, la avvince a sè col prestigio dei suoi muscoli, colla fiamma della sua lussuria; Nera, bruna, magra, vibrante, oratrice d'insolenze e bestemie, trombettante strida acute, l'impulsiva. La coppia aristocratica si fonde, la cellula della famiglia tipica, progenitrice di dinastia, funziona.
Ma Aronne, letterato, debole di corpo, ricchissimo di mente, Vate o Pontifex, faina e volpe, il detentore delle parole, il fraudolento, colui che sa commuovere e convincere, che sa creare, dal nulla, cose col verbo, che dà anima ed azione alle idee, il depositario della scienza, che, in quella solitudine oceanica, appare rivelata, perchè nessuna contiguità di continente e d'uomini influisce sopra l'isola della deportazione; l'osteggia; si oppone a Gualdo, pretende e pretesta la sua ragion psichica, domanda superiorità nel comando.
I più deliberati, li assassini, i sanguigni seguono la fazione militare; i più pacifici, i cabalatori, i nervosi sostengono il geronte. S'azzuffano, Ghibellini e Guelfi; il Dispotismo e la Teocrazia si rimettono di fronte; incominciano l'evo di Mezzo di ogni storia universale; provano le loro forze, prima di fondersi, di costruire, sopra i due pernii essenziali, una patria; Diritto e Forza, Cervello e Muscolo, lo Stato integrale.
Il figlio nato dalla coppia regia, da Gualdo e dalla Nera, l'indice vivo della fecondità, della stirpe che si infutura, della posterità che appare, accelera la pace tra le due parti; la giurano. Leggi si informano, preste ed esecutive costituzioni. Aronne le detta; Gualdo le fa eseguire: il Rex ritorna braccio armato del Pontifex; il Cervello, il Diritto si valgono dei Muscoli e della Forza: «Se il[149] pugno io l'ho forte, — Gualdo oppose, — debole è il capo. Io non potrei che farmi accoppare. Troppo mi sento ignorante di una ignoranza a cui non c'è pezza. Il mio braccio ha bisogno di testa. Ecco la testa! — e additò il Letterato». Per cui si instaura la diarchia, la antichissima diarchia romana, che i sette re di Tito Livio fa quattordici; che sussiste colla Repubblica ne' due Consoli; che appare nelle istituzioni civili e militari, concomitando all'unico scopo della grandezza romana. — Ne sdegna le leggi Mario, il Nebbioso: elegge esilio, il cammino de' boschi e della miserrima libertà delle fiere; Mario bello, giovane, forte, generoso ed intelligente, il dissidente, il refrattario; un'altra nuova potestà umana, la coscienza del proprio individualismo idealista. Ma amore lo ricondurrà alla comunione.
«Et Venerem sensere lupae, sensere leaene».