L'albore, in cui si annega il crepuscolo delle anime terrose e scabre e della informe coscienza umana, nella crisi tormentosa di voler essere di più; la pallida luce, in cui l'uomo ridiventa individuo, accetta e consiglia leggi, si fa cittadino, balenando, si affaccia colla seconda generazione: amore, incondizionatamente, fa il miracolo. Forestina nata da Gualdo, e sopravissuta nella nascita, alla Nera, che moriva nell'esporla; Forestina riallaccia la cretura alla natura, il finito all'infinito, ridona esistenza al sentimento, alla fede, determina la religione naturale, difesa preziosa per le anime sensibili e passionate. — Nelle pure viscere della verginità impubere, il bisogno di confidarsi fa scoprire a Forestina la prima preghiera alla divinità. Carlo Dossi trova, per le sue labra commosse, una nuovissima Ave Maria panteista; la preghiera scorre soave e maestosa, battuta sopra, un endecasillabo scolto di foscoliana venustà, nascosto nella piana tipografia di una prosa, che male inganna li orecchi esercitati al verso:

«O Madre, o Madre, dalle tue profonde

viscere, alziamo lamentosi il canto.

Tu, spento sole, con feconda morte

anima e forma a noi susciti e cibi.

E noi, tuoi vermi..........»

Così io leggo e declamo il cantico classico e razionalista: altri scanda, se può, diversamente

Ma, nelle pure viscere della verginità pubere, scocca l'amore scintille ed accende. Ed è Mario reietto; colui, che, dopo le vicende d'odio e d'angoscia, dopo il sangue versato, dopo il rinnovarsi del mito di Elena, senza rovina d'Ilio e della favola dei Promessi Sposi, senza l'intervento del Cardinal Federigo e di Fra Cristoforo, ritorna alli uomini, dai boschi e dalle selve. Consacransi li sponsali tra la cannonata benaugurosa della nave, che arreca, dalla madre patria, l'assunzione de' deportati a cittadini, affermandoli redenti e utili. «Egri[150] eravate — interruppe il silenzio la voce del capitano, leggendo — non vi spegnemmo, guariste. Da ogni Vizio, Virtù. Roma, covo prisco di ladri, diventò nido di Eroi: siate Roma!».

Il nocciolo latino, fondamentale, un'altra volta appariva, anima indimenticabile, nell'innesto barbarico, che, chiaramente aveva inlievitato il racconto da Rousseau a Victor Hugo; felicissima integrazione. La Colonia Felice incomincia dove termina il romanzo intitolato La Colonia Felice.

Carlo Dossi può, com'egli crede, condannare, nella Diffida, che precede la quarta edizione del 1883, La Colonia Felice. Corroborato dall'arida efficacia del vero, dalla dura esperienza, che vorrebbe cancellati li ultimi fantasimi delle nebulosità ottimiste, azzurro-rosei, sotto il nero-fumo del sopravenuto pessimismo, sconfessa, per ragioni scientifiche e pur lombrosiane, il concetto del suo lavoro, non ne accoglie la forma, sembrandogli lo stile troppo latineggiante e la concezione di romanzo storico impropria. S'egli desiderò ripetere la piacevolezza di Manzoni sul Romanzo storico, non so: comprendo invece lo scrupolo della sua sincerità, che gli fa preferire la verità del suo momento del 1883 all'altra iniziale del 1874. Comunque, egli aveva fatto onore alla sua antica divisa: «Tuttavia[151] ai presenti miei occhi (i quali non sono gli stessi di jeri e non saranno que' di domani)», predisposta nella prima giovanezza letteraria: e per ciò li occhi suoi del 1883 videro in modo specialissimo; se, per due altre e successive ristampe, quel suo lavoro apparve ma non sbandierò Diffida in sulle prime pagine. — Io pure la trascuro.