Ora, qualunque sia l'apprezzamento, che, delle sue proprie idee oggi faccia Carlo Dossi, non vorrò dimenticare che La Colonia Felice venne di quel tempo, e, per discussioni legislative, citata più volte nelle Camere italiane a sostegno della abolizione della pena di morte e della istituzione di una colonia penitenziaria; sì che la salace arguzia di Cesare Correnti, scrivendone all'autore, trovava modo di pungere: «Voi vorreste[152] che io, affogato, come sono, negli zeri, vi scrivessi qualche cosa del Regno dei Cieli e della Colonia Felice? Ieri, il Senato votò confermata la pena di morte. Domani, la rivoterà anche la Camera dei Deputati. Lasciatemi dunque ripigliare la marra e continuar a dirompere codesti sassi. È una brutta conclusione di vita, dopo essere riuscito a fare (scusatemi, volevo dire a vedere) una rivoluzione poetica, terminare vecchio e cieco a voltar una macina di mulino. Dio, che non è sordo, nè muto, ma ha orecchi e lingua nel vostro cuore, vi conservi giovane e buono anche quando vorreste essere matto». Magnifica patente di genialissima inattuabilità, per la quale chi ha scritto La Colonia può essere sicuro di aver torto per molto tempo, ma di sopravivere alli errori de' plurimi, che sembrano aver sempre ragione. Intanto Giosuè Carducci gli faceva sapere: «Ho ricevuto[153] e letto tutto di un fiato il suo libro. È una rappresentazione potente, a momenti sbalordisce. Meglio, molto meglio dell'Alberto Pisani, ultimo libro suo a me conosciuto. Ma mi bisogna rileggere attento e calmo. Dopo che, le dirò, con più coscienza, che me ne pare. In tanto, salvo alcune manierature, ne sono innamorato».

Precisamente, a riprova, e ne estraggo dal mazzo una per tutte, ecco, la[154] Rivista Europea, che riassume lo spirito del tempo e della gazzetteria in ispiccia forma sintetica: e gli faceva subito sapere: «La facoltà inventiva, che non gli manca, l'immaginazione vivace, gli studi meglio diretti volga il Dossi a scrivere popolarmente, e, dal suo ingegno, poichè supponiamo che il vizio preso non sia in lui inveterato, si possono ancora attendere bei frutti; s'egli proseguirà, invece, nella malaugurata via per cui si è messo, per quanto amico devoto orni di splendida veste i suoi libri, questi saranno nati morti, ed il nome del Dossi, o andrà intieramente perduto, o si citerà, per ricordarsi che visse, a Milano, un giovine ingegno, che concepi il pazzo disegno di creare, in Italia, una nuova lingua furbesca, ch'egli e il suo amico Perelli erano i soli ad intendere e ad ammirare». Per cui, le veniva subito risposto:

«Critico mio,

«Quand un tête et un livre

Viennent à se heurter,

Et que cela sonne creux,

A qui en est la faute:

De la tète ou du livre?»

Conoscete questi versi? Pare di no. Li capite? Capiteli pure senza ritegno, che non son miei, nè nuovi. Del resto, io vi offro sinceramente la mano. Ho pochi anni, ma bastante esperienza per sapere, che, dal nemico, il più cieco, cavasi spesso l'avvedutissimo amico. E, se voi non siete ancor mio, io mi dico già il vostro Dossi»[155].

Per me, Regno de' Cieli è l'inno orfico, Colonia Felice l'epopea, nel complesso dell'opera sua. Lo stile vi si appiana, si distende; smaglia de' suoi colori più belli; riflette, in limpido specchio, l'anima dell'autore, le sue imagini, l'espressione delle cose, la fisionomia delle persone. Non è più il torrente fragoroso e rabbioso, mal contenuto nelle ispide sponde, aspre di scogli su cui raschia, acciottola, schiumeggia e strepita in cascate subitanee, sotto le quali si nasconde, ipogeo, per tornare a rivedere il cielo, umiliato, per rigonfiarsi, con mille aspetti che imbarazzano, impreveduti, strani: è il lago maestoso, tra ripe lontanissime; si intumida; ha un ritmo seguito; le sue onde, infrangendosi sulla ghiaja della spiaggia, cantano le strofe isocrone di una canzone prosodica di accentate e prestabilite misure, di rime in risposta e ricchissime. Alli albori delle Odi barbare, Carlo Dossi volle sfoggiare la maestosa fluenza del suo Carmen solutum; le due espressioni della genialità italiana si trovavano, anche qui, a corrispondersi ed a valersi, per necessità di momento sociale ed estetico, corroborate dalla stessa romanità. In Dossi, appariva meno evidente, ma più assimilata, ridivenuta muscolo alla sua prosa: in Carducci, sfolgorava da tutta la massiccia ostentazione della sua sintassi oraziana, dalla sua purezza ciceroniana; ma erotta, dopo un XX settembre di savoina ed indifferente occupazione, per cui l'Urbe non divenne laica, suonava una poesia ibrida e pretenziosa. Le glorie e li eroi, ch'egli evocava, s'imbrunivano, inumiditi «nella nebbia del tempo, inattuali e lontani: ancora amor di patria, rifugiarsi nel passato ed illudersi di accendere, a que' morti soli, il secolo: ma riflessione acuta e preveggente, succhiare e spremere il midollo intimo de' fasti e delle bellezze nostre, per saper porgere al piccolo contemporaneo, col miele della magniloquenza, l'assenzio dell'ironia: ecco, definire l'opera di Carlo Dossi.