[191]. Deliz. Erud., tom. XIII, pag. 207.
[192]. G. Villani, lib. XII, cap. 18 e segg. — Marchionne Stefani. — Lionardo Aretino. — Machiavelli.
[193]. G. Villani, lib. XII, cap. 23.
[194]. Nelle Delizie degli Eruditi del P. Ildefonso, tom. VII, pag. 290, è la supplica di un ser Belcaro di Bonaiuto Serragli da Pogna, il quale, sebbene fosse di famiglia grande, chiede essere di popolo egli ed i suoi, come debiles et impotentes. — Il tomo XIII della stessa pregevole collezione contiene da pag. 199 fino al fine molti originali Documenti di Provvigioni fatte dalla Repubblica, sia nella prima Riforma del vescovo Acciaiuoli e dei Quattordici per la quale erano riabilitati i grandi, sia nella rinnovazione delle Leggi contro ad essi e degli Ordini di giustizia nel mese d’ottobre 1343 e nell’ottobre 1344.
[195]. Il Malespini vidde salire al tempo suo per le ricchezze i Bardi, i Frescobaldi, i Mozzi ed i Rossi che egli distingue dagli antichi grandi. Recenti erano pure i Cavalcanti; e forse non di vecchia data gli Adimari venuti su di piccola gente, come scrive l’Alighieri.
[196]. «Molto rincararono i lavoratori, li quali erano, si potea dire, loro i poderi, tanto di buoi, di seme, di presto e di vantaggio voleano.» Marchionne Stefani, tom. XIII, pag. 143. — «I lavoratori delle terre volevano tutti i buoi e tutto seme, e lavorare le migliori terre e lasciare l’altre. — Le fanti e i ragazzi della stalla volevano il salario, il meno dodici fiorini l’anno, e i più esperti diciotto e ventiquattro: così le balie e gli artefici minuti manuali volevano tre cotanti che l’usato. — Il Comune avendo bisogno, e perchè vedeva essere il popolo ingrassato ed impoltronito, raddoppiò la gabella del vino alle porte, ed alzò quella del grano e del sale e della carne. Non vollero più fare provvisione pubblica di grano, cessando il lavoro dell’edifizio d’Orsanmichele a tal fine destinato; ma invece ordinarono che tutto il pane vendereccio si facesse dal Comune, e si vendesse a caro prezzo; e quale fornaio ne volesse fare, pagasse ogni staio 8 soldi di gabella.» (M. Villani, lib. I, cap. 57.)
[197]. Il dar mallevadore era ai magnati imposto dagli Ordinamenti di giustizia.
[198]. Il numero dei battezzati darebbe, secondo i calcoli d’oggi, oltre a centocinquanta mila anime di popolazione alla città, compresi i borghi e le parrocchie le quali andavano a San Giovanni: ognuno però vede come fosse fallace il modo del registrarli. Pare stia bene il conto delle ottocento moggia la settimana per novanta mila bocche. Gli ottanta mila uomini da arme, cioè da quindici a settanta anni, potevano bene essere l’anno 1336 nel contado e distretto, il quale allora comprendeva non piccola parte, com’è detto, della Toscana.
[199]. Vedemmo già come tutte le lane ed altre cose de’ re d’Inghilterra venissero in mano di mercanti fiorentini, in compenso dei danari che a lui somministravano per la guerra. — Si noti ancora come l’industria, tenendo qui pure l’usate sue vie, mentre s’ampliava e raffinava, andasse stringendosi in minore numero di mani.
[200]. I panni francesi ed altri venivano a Firenze per le finiture; l’arte del cimare e quelle che servono a dare ai panni l’ultima perfezione, altrove erano sconosciute; e da principio i Fiorentini mandavano in Fiandra dei lavoranti per conto loro che mantenessero il segreto. Venivano anche i panni a tingersi in Firenze, essendo quest’arte sempre ivi molto accreditata, massime per l’uso del guado o indaco, il quale serve anche a fermare il color nero e a dargli lucentezza: della tintura con l’oricello abbiamo detto in altro luogo. Qui è notabile come dal Villani non si tenga conto dell’arte della seta che in Firenze era antichissima; vero è bensì quest’arte essere giunta al colmo nel secolo susseguente, quando l’arte della lana cominciò invece a decadere.