[231]. Il Diario del Graziani perugino (vedi Archiv. Stor. Ital., tomo XVI, parte 1ª, pag. 176) aggiugne tra i patti: «Nella città de Fiorenza debiano continuo tenere uno offiziale per lo Imperatore, el quale officiale sia sopra alle appellazione, e che debia avere la mitade de tutte glie bande che entreronno in Comuno.» Tuttociò è manifestamente falso, ma si pone a mostrare le gelosie per cui gli scrittori d’una città si compiacevano abbassare le altre, fossero anche le più amiche.
[232]. Archiv. Stor., Appendice, vol. VII, pag. 405. — Nelle istruzioni agli ambasciatori (Archivio di Stato): «Il sacramento pareva troppo largo, ma si farebbero riserve innanzi al giuramento; e quando fossero autenticate per lettere di Cancelleria, basterebbe perchè il sacramento non avesse più vigore.» Abbiamo il testo delle riserve autenticate per lettere di Cancelleria, e confermate il giorno avanti a quello del trattato dalla persona dello stesso Imperatore in Pisa, com’era chiesto in Firenze. — Vedi lo stesso Appendice, vol. IV, in principio.
[233]. Ranieri Sardo (Cronaca citata), narrati i fatti di Carlo in Pisa, lo accomiata con queste parole: Iddio gli dia delle derrate ha date a noi. — Vedi anche le Istorie Pisane di Raffaello Roncioni. (Archiv. Stor., tomo VI, parte I.)
[234]. De Imperatore habeo hæc nova: quod die dominica proxime elapsa applicuit Cremonam, et ibi extra portam retentus fuit per duas horas et ultra; et interim multum examinate fuerunt gentes sue, quarum tercia pars forte intrare potuit civitatem cum eo et sine armis, et relique remanserunt extra cum omnibus armis: et die sequenti ivit Sunzinum, ubi valde plus retentus fuit similiter extra portam, cum simili examinatione et receptione dictarum suarum gentium: postea transivit per territorium Pergami per Valcamonicam et per Voltolinam versus.... Sueviam in Alamannia, semper cum magna festinantia, absque quo aliqua vice esset visitatus vel visus ab aliquibus dominis Mediolani: die et nocte equitans ut in fuga. (Lettera alla Signoria, da Ferrara 27 giugno 1355; in Archiv. Stor., Appendice, vol. VII, pag. 408.)
[235]. Velluti, Cronaca.
[236]. Matteo Villani, lib. IV, cap. 70-75.
[237]. Vedi Appendice, Nº V.
[238]. Marchionne di Coppo Stefani, nelle Deliz. Erud., tomo XIII, pag. 112.
[239]. Matteo Villani, lib. IV, cap. 69.
[240]. Giovanni Villani, lib. XII, cap. 72. — E Matteo Villani, lib. II, cap. 2. «Ogni vile artefice della comunanza vuol pervenire al grado del priorato e de’ maggiori uffici del Comune, ove s’hanno a provvedere le grandi e gravi cose di quello, e per forza delle loro capitudini vi pervengono; e così gli altri cittadini di leggiere intendimento e di novella cittadinanza, i quali per grande procaccio e doni e spesa si fanno a’ temporali di tre in tre anni agli squittini dal Comune insaccare: è questa tanta moltitudine, che i buoni e gli antichi e savi e discreti cittadini di rado possono provvedere a’ fatti del Comune, e in niuno tempo patrocinare quelli, che è cosa molto strana dall’antico governamento dei nostri antecessori e dalla loro sollecita provvisione. E per questo avviene, che in fretta e in furia spesso conviene che si soccorra il nostro Comune, e che più l’antico ordine e il gran fascio della nostra comunanza e la fortuna governi e regga la città di Firenze, che il senno e la provvidenza de’ suoi rettori. Catun intende, i due mesi che ha a stare al sommo ufficio, al comodo della sua utilità, a servire gli amici o a disservire i nemici col favore del Comune, e non lasciano usare libertà di consiglio a’ cittadini.»