Allora Gino tornò in campo, e sottoscrisse l’accordo; gli Statichi giunsero da Firenze agli 8 d’ottobre, i quali doveano essere posti sotto la guardia dei Capitani in Ripafratta perchè si potesse ire a pigliare la tenuta della città; se non che i giovani malvolentieri vi andavano, che avevano gran voglia d’essere all’entrata in Pisa: del che ebbero grazia, avendo Gino e Bartolommeo promesso per loro si costituirebbero il dì seguente, e i Capitani se ne fecero debitori al Gambacorti. All’alba del giorno 9 di ottobre 1406, digià essendo per alcune centinaia di fanti occupata la porta San Marco, ciascuno del campo fu a cavallo, e ordinate le schiere con le bandiere spiegate del Giglio e di Parte guelfa, e con gli stendardi del Capitano e dei condottieri, giunsero al levare del sole in sulla porta di Pisa, dov’era messer Giovanni Gambacorti con un verrettone in mano, il quale pose in mano a Gino e disse: «questo vi dò in segno della signoria di questa città, la quale è il più bel gioiello ch’abbia l’Italia; e me di quello che abbia a fare avvisate.» Seguirono oltre tanto che giunsero in piazza, dove il capitano Luca del Fiesco armò cavaliere Iacopo dei Gianfigliazzi che teneva l’insegna del Giglio: fu fatta gran forza dello stesso anche a Gino ed a Bartolommeo, ma non vollero. Era la piazza gremita di fanti e di cavalli, che non vi si capiva; donde sfilarono tutte le brigate armate, e andarono per la città pigliando lungo cammino. I cittadini maravigliati si facevano alle finestre, che pochi aveano prima saputo di quell’entrata: vedevansi gli uomini e le donne smunti e quasi paurosi guatare. Alcuni dei soldati avevano recato pani di campo, e ne buttavano dove avessero veduti assai fanciulli alle finestre, i quali si gittavano a quel pane come uccelli rapaci; ed i fratelli insieme si azzuffavano, e mangiavano con tanta rabbia che a vederli era una pietà. Poi venne in Pisa, com’era dato l’ordine, pane e farina in buona quantità; e ogni cittadino che poteva, corse non guardando a prezzo; fu detto che molti per mangiare con troppa rabbia, nè credendo mai torsi la fame, morissero. Non si trovò in Pisa grano nè farina; solo vi era un poco di zucchero e un po’ di cassia e tre vacche magre; ogni altra cosa v’era mangiata per necessità insino a corre l’erba delle piazze e seccarla e farne polvere e poi focacce; il pane che mangiavano i Priori era di lin seme. Bartolommeo da Scorno aveva comprato un quarto di staio di grano che pesava libbre diciotto e pagato fiorini diciotto d’oro larghi. E la mattina dell’entrata sentendo ciascuno potere avere del pane mandò per un sacco del detto pane, il quale nella sala di casa gittato innanzi alla famiglia sua ch’era di trenta bocche, i fanciulli gridarono: Babbo, ne avremo noi anche a merenda? tanto erano usi a patir la fame.

Tornati in piazza, i Commissari entrarono in palagio dov’erano i Priori a piè delle scale, i quali a Gino ed a Bartolommeo diedero le chiavi delle porte della città, e Neri di Gino per giovanile allegrezza le prese in mano. Furono i Priori fatti ritrarre, e di palagio si partì ognuno, salvo i Commissari con le brigate loro; e le bandiere del Comune di Firenze furono appiccate alle finestre del palagio. Al che Gino, ricordandosi d’una bandiera che i Pisani aveano tolta sul principio della guerra e che trascinata a vitupero per la città era indi stata posta a ritroso nel Duomo di Pisa; mandò ivi a rialzarla e poi con grande compagnia e festa di trombetti recarla in palagio, dove fu con le altre posta alle finestre. Mandarono quindi trecento cavalli a pigliare le castella del contado di Pisa, delle quali niuna fece resistenza, e tutte le terre mandarono in Pisa a fare le debite sommissioni.

Gino allora volendo rassicurare gli animi dei cittadini, ai quali pareva un miracolo che la terra non fosse ita a sacco, e non potevano credere che ella ancora non andasse, tal che la mattina le robe si davano per la metà della valuta; mandò per tutti i più notabili cittadini, e raunati nella sala del Palagio, si levò e disse queste parole che ognuno intese: «Onorevoli cittadini, noi non sappiamo se pe’ vostri peccati o pe’ nostri meriti Iddio vi abbia condotti sotto la signoria del nostro Comune, la quale con grandissimi spendii e con grandissima sollecitudine abbiamo acquistata; e per le vostre discordie questa vostra città è ridotta in tali termini, che infino che la città di Firenze non diminuisse, ogni volta saremo atti a conquistarvi di nuovo; e nonostante questo, siamo in animo disposti con ogni sollecitudine conservare l’acquistato, con morte e con perpetuo sterminio di chi tentasse il contrario. E quando voi penserete delle cose passate, e quante volte voi siete stati cagione di mettere la nostra città in pericolo della sua libertà, conoscerete voi essere stati ricettacolo di qualunque è voluto venire in Toscana, e colla compagnia degli Inghilesi fatto ardere e dibruciare i nostri contadi, intesovi coi Visconti di Milano, ed a loro dato ogni aiuto e favore per offendere e sottomettere la nostra città, infino a patire voi d’essere venduti a messer Giovan Galeazzo, e sopportare la sua signoria per offendere noi: e così molt’altre offese e ingiurie potremmo raccontare. Ma perchè a voi sono benissimo note, le trapasserò. E per rispetto delle quali vedrete che il nostro Comune non poteva fare di meno che s’abbia fatto, a volere vivere sicuro di suo stato; nè a voi debbe dispiacere tale signoria, perocchè i nostri magnifici ed eccelsi Signori ci hanno comandato, che con ragione e giustizia noi vi governiamo fino a tanto ch’altri manderanno al vostro governo: e già per effetto potete avere veduto, che avendovi noi vinti per assedio, ch’eravate ridotti in tanta estremità che vi conveniva o morire di fame o aprirci le porte in questi tre giorni, e questo a noi era benissimo noto. Ma noi piuttosto abbiamo voluto fare cortesia a messer Giovanni Gambacorti di fiorini cinquantamila per avere la città con patti, acciocchè con ragione si sia potuto rimediare che non siate iti a sacco; chè se avessimo aspettato e non voluto concordia, noi avevamo la città, e i soldati il sacco, il quale dicono che di ragione non debbe essere loro vietato: e voi avete veduto che non altrimenti sono entrati dentro, che se religiosi stati fussono; chè solo una minima ruberia o estorsione non s’è inteso che sia stata fatta ad alcuno. Del che certo noi medesimi ce ne rendiamo grandissima maraviglia, che qualche scandalo non sia nato alla moltitudine grande della gente che ci è; e non altrimenti che se nella propria città di Firenze avessimo avuto a fare la mostra, e con molta più onestà si sono portati, che quivi non arebbono fatto: chè, se altrettanti frati osservanti ci fussono entrati, più scandalo certo ci sarebbe stato. La cagione perchè al presente noi vi abbiamo qui raunati, principalmente si è per confortarvi della Signoria del nostro Comune, dalla quale non secondo l’opere fatte per voi pel passato contro a quello, ma siccome buoni figlioli sarete benignamente trattati. Appresso, per rendervi sicurtà, che voi e ogni altro vostro cittadino stia sicuramente, e che di niente dubiti, nonostante alcun delitto o eccesso o bando per qualunque cagione, o commesso da oggi indietro, ed etiam nonostante alcun patto fatto con messer Giovanni, de’ rubelli ch’egli ha voluto per patto (il quale patto di ragione non procede, come a luogo e tempo sarete avvisati). E se a nessuno fosse fatta cosa alcuna non dovuta, venga sicuramente a dolersene, e così vi comandiamo, e vedrete che per effetto se ne farà tale punizione che sia esempio ad ognuno, e non fia sì piccola ingiuria, che le forche quali abbiamo fatte rizzare in più luoghi per la città, e i ceppi e mannaie che già in sulla piazza sono in punto, si adopreranno contro a chi facesse quello che non dovesse. E a questi Capitani e Condottieri che ci sono, abbiamo comandato, che se di loro brigata alcuno farà cosa non dovuta, la imputeremo fatta da loro propri, e che alle proprie persone daremo quella medesima punizione che meriterebbe chi commessa l’avesse; sicchè state di buona voglia, e di niente dubitate. Vogliamo eziandio che le vostre botteghe e d’ogni altro s’aprano, e che attendiate a fare le vostre faccende, traffichi e mercatanzie sicuramente sopra di noi. Crediamo ancora che sia utile, che voi provvediate di mandare a’ piè de’ nostri eccelsi Signori una solenne ambasciata con pieno mandato a riconoscerli per vostri signori; e bench’essi sieno disposti benignamente verso di voi, pure tale andata fia cagione di confermarli nel loro proposito: e anche potrete loro raccomandarvi della riforma, che al presente si ha a fare di questa città; del che non può essere che utilità grandissima non ve ne segua.»

Finito che Gino ebbe di dire, si pose a sedere; al quale, com’era prima ordinato, un Bartolo da Piombino rispose parole (un Pisano non avrebbe) di abietta sommissione, di pentimento delle offese fatte alla Repubblica di Firenze, e di smaccata gratitudine perchè la città non fosse andata a saccomanno. Questa lunghissima diceria irta di testi latini, ripigliando le parole che Gino avea dette, esortava nominare gli ambasciatori i quali andassero ai Signori di Firenze con pieno mandato a fare umili raccomandazioni circa l’assetto che ai sopradetti Signori piacesse dare a questa loro città di Pisa. E dopo ciò, fatto suonare a parlamento, furono eletti venti ambasciatori tra cavalieri, dottori e capitani i più onorevoli che avesse la città, i quali andassero a rappresentarsi ai Signori. Gino fu eletto Capitano di Pisa per otto mesi, e Bartolommeo Corbinelli Potestà per sei, i quali avessero il governo;[118] quindi a ordinare tutte le cose e dare forma al nuovo acquisto elessero dieci, i quali furono chiamati i Dieci di Pisa.

Non è da dire se a Firenze, tosto che seppero la novella, fosse gran festa. Tre sere fecero fuochi in città e nel contado, tre dì processioni e rendimenti di grazie a Dio nel maggior Tempio. Mandarono avvisi per tutta Italia; e dai Signori in accomandigia e dai vicini e dagli amici vennero ambasciate a congratularsi col Comune. Celebrarono in sulla piazza di Santa Croce una ricca giostra, un’altra ne diede il Signore di Cortona venuto in Firenze, un’altra fu a spese dei Capitani di Parte guelfa. Grande lo sfoggio della magnificenza negli abbigliamenti delle donne, e gli statuti contro al lusso non mai furono osservati meno:[119] era Firenze in sul colmo allora d’ogni opulenza e felicità. Molto anche si tenne onorata di quel celebre volume delle Pandette di Giustiniano, che aveano i Pisani portato da Amalfi tre secoli prima per concessione di Lotario imperatore, e Gino Capponi recava in Firenze:[120] il quale volume sebbene non fosse (come fu creduto lungamente) solo in Italia a risuscitare ne’ tempi d’Irnerio lo studio delle Romane leggi, fu però tra’ pochissimi esemplari tenuti siccome testi autorevoli del diritto. Quindi riporlo negli armarii loro parve a’ Fiorentini premio tra’ più nobili della vittoria conseguita, siccome ai Pisani venirne spogliati fu lungo dolore, nè d’altro si tennero ingiuriati maggiormente, nè più abbassati nella opinione degli uomini allora volti agli studi d’erudizione e alla ricerca d’antichi Codici. Oltre alle Pandette, vennero in Firenze certe Reliquie tenute in grande venerazione dai Pisani. Questa pratica del togliere alle città vinte le reliquie dei loro Santi non era nuova ai Fiorentini; avea recato d’Arezzo in Firenze Donato Acciaioli quella di San Donato: intorno a che uno storico non si dimentica classicamente di ricordare la simile usanza che aveano i Romani, che non lasciarono se non per obbrobrio ai Tarentini gli Dei sdegnati.[121]

Quindi con grande sollecitudine si diedero in Pisa a fabbricare fortezze in più luoghi, bene avveggendosi fin d’allora quella essere la sola via d’assicurarsene. Oltreciò ritennero gli ambasciatori in Firenze, dove obbligarono trasferirsi quanti erano in Pisa cittadini di più conto sia per le ricchezze, sia per il grado e pel valore. Andavano a Pisa dalla Signoria le liste di quelli ch’erano da levare, o soli o con le famiglie loro; condotti a Firenze, era ordinato si rassegnassero ogni mattina al Potestà. Viveano, secondo scrive Giovanni Morelli, decorosamente mesti, e praticando coi Fiorentini mostraronsi bella ed onorata cittadinanza: ma il Capponi, perchè fu lento alla esecuzione del duro comando e alle preghiere cedeva, ebbe rimproveri molto acerbi. Sinchè le fortezze fossero compiute, cercavano Pisa rimanesse vuota quanto più fosse d’abitatori; temeano scendessero nella città i contadini in troppo gran numero, e vi abbondasse la vettovaglia più che non facesse alla necessità giornaliera.[122] Non poche famiglie delle maggiori avevano spatriato, le più a Napoli ed in Sicilia, dove illustri casate ritengono sempre nomi che furono di Pisana origine. Col venir meno i capitali, co’ ceppi a’ commerci, con la oppressione delle leggi, con l’impaludamento di quelle pianure, la nobile Pisa cadde in miserabile fortuna: si trovano privilegi dati a tedeschi mercatanti, i quali vi andassero siccome in vuota città a esercitare le industrie loro.[123] Ma ciò non bastava; e la paura facea crudele contro ai Pisani la Repubblica di Firenze più anni ancora dopo la conquista.[124] Le istorie di Pisa cessano al cadere della indipendenza. Un Cronista pisano di quegli anni i quali corsero fino alla disperata ribellione del 1494, nulla registra fuorchè i nomi dei castellani e poche altre cose: due volte sole sente allegrezza quando la peste, vendetta di Dio, colse da prima i Genovesi e i Fiorentini dipoi;[125] città infelice, più non viveva che agli odii memori de’ suoi danni.

Quello ed il precedente anno aveano in Italia veduto private della indipendenza loro tre illustri città, Pisa, Verona, Padova; i novelli Stati già cominciavansi a comporre, e già la struttura interna d’Italia andava a quella abortiva forma d’onde uscì guasta la vita nostra. Ma la Repubblica di Venezia, siccome più forte, trattava i sudditi anche delle città grandi con più sapiente dignità, e questi a lei tennero fede costante; Pisa e Firenze non seppero altro che farsi male, spettacolo empio tra due popoli vicini. Ma era guerra disuguale; dappoichè Pisa tutta vivendo sulle marine, avea perduto con la signoria di queste l’antica possanza; nè un popolo ghibellino trovava favore tra gli altri popoli dell’Italia, dov’egli si stava come disagiato: avvenne poi che Firenze avesse da oltre cento anni maggiore ventura di forti uomini e d’ingegni. L’acquisto di Pisa non bastò a comporre la Toscana, ma diede a Firenze la sicurezza di sè medesima e de’ suoi traffici: la Repubblica avrebbe però d’allora in poi abbisognato, col farsi più grande, di migliori ordini a frenare le private cupidigie e le ambizioni fatte più audaci. Scrive Gino Capponi ne’ suoi Ricordi, come i savi uomini di Firenze avessero preveduto innanzi l’acquisto, che la grandigia e riputazione de’ cittadini del Reggimento, cioè di quei pochi nei quali stava, sarebbe mancata; ma chi ne fu operatore (aggiunge egli, a sè accennando) ebbe riguardo al bene universale. Se vero bene fosse non so, ma era necessità; era di quelle necessità che le passioni a sè stesse fanno, e sulle quali, perchè rivengono quasi uniformi nei casi simili, fonda i suoi calcoli la politica, e la storia i suoi canoni. Certo s’ampliarono i commerci ed il largo vivere, le possessioni dei Fiorentini parvero essere più sicure: queste che si trovano ammontare a venti milioni di fiorini d’oro, e i capitali sul Monte presso che a cinque milioni, crebbero il quarto dopo avuta Pisa.[126] Ma crebbero anche le imprese fuori e le spese dentro; e insieme con esse quelle civili disuguaglianze che sono perdita della libertà.

Capitolo V. CONCILIO DI PISA. — GUERRA CON LADISLAO RE DI NAPOLI. ACQUISTO DI CORTONA E DI LIVORNO. [AN. 1407-1421.]

Cento anni prima sarebbe stata quella vittoria dei Fiorentini tenuta vittoria del popolo guelfo per tutta Italia; ma ora l’Italia nemmeno sapeva più essere guelfa: divisa la Chiesa per la continuazione dello scisma, e il nome dei Papi e quello di Roma caduti sì al basso, che un Re di Puglia credette aggiugnere ai suoi dominii quella città come finitima e vacante, senza che Italia se ne risentisse. Era il giovine Ladislao, che avendo respiro dagli Angiovini di Provenza e vago d’imprese, poichè gli falliva quella d’Ungheria, perduto retaggio della famiglia del re Roberto, si voltò a Roma ed all’Italia. Avendo suoi complici i Colonna ed i Savelli, possenti baroni, attizzava le discordie allora continue tra Innocenzio VII che aveva il Vaticano, ed il popolo di Roma il quale teneva secondo i patti il Campidoglio. Attorno stava con le sue genti il Re che aveva pure tentato d’occupare la città, ma ributtato popolarmente per aspra battaglia, vidde frustrati i suoi disegni fino alla morte del Papa, la quale avvenne sulla fine di quell’anno 1406. A lui successe Angelo Corraro veneziano, che si chiamò Gregorio XII; ma era elezione condizionata a che dovess’egli immediatamente praticare si radunassero i due collegi per la cessazione dello scisma; e dove non fosse per tale modo egli confermato papa, lasciasse la tiara, della quale si tenesse frattanto custode o solamente procuratore. Di ciò in Firenze abbiamo autentico documento; ma la Repubblica si era un poco intinta con quel di Avignone, e quindi per altre più strette cagioni s’allontanarono da Gregorio. Aveva egli fin dai primi giorni scritto lettere a Benedetto, e Benedetto a lui, perchè tra essi e tra’ Cardinali di ambe le parti un convegno si fermasse, il quale dopo assai lunghe pratiche fu appuntato in Savona: e Gregorio si partiva da Roma e chiese venire in Firenze, ma dalla Repubblica schivato con belle parole, si fermò in Siena. Quivi a lui furono ambasciatori di molti Principi, e chi l’una cosa e chi l’altra gli diceva: Gregorio prestava orecchie facili a coloro che a lui mostravano il gran rischio di porsi in Savona sotto la mano del Re di Francia e dell’Antipapa suo; chiedea guarentigie e difese che bastassero: intanto però si mosse e venne fino a Lucca, mentre Benedetto era disceso in Porto Venere. Così da vicino era un andare e venire, e uno scambiarsi di condizioni poste all’accordo, che lo rendevano ogni dì più arduo; perchè nelle pratiche, se l’uno si accostasse, l’altro si scostava; e le due parti, anzichè intendersi, viemaggiormente si dividevano.

Allora s’udiva come Ladislao con forte esercito assalita Ostia e andato poi contro a Roma stessa, era ivi entrato con intelligenza di Paolo Orsini che in nome del Papa tenea la città, mostratosi connivente lo stesso Legato che venne a Lucca senz’altro dire. E Bucicaldo in que’ giorni stessi avea nel porto di Genova armate tredici galere, a qual fine s’ignorava; le quali uscite, mentre aspettavano in Porto Venere il mare propizio, giunse la novella che Ladislao era entrato in Roma: al che tosto le galere tornarono in Genova, scoprendosi allora o almeno essendo tenuto per certo l’intendimento che Bucicaldo avrebbe avuto di collocare colle armi sue Benedetto in sulla cattedra di San Pietro. Certo è però che Gregorio in Lucca approvò il fatto di Ladislao più che col silenzio, e ne mostrò allegrezza, rompendo in quel punto i negoziati, ed a viso aperto dichiarando sè essere solo e vero Papa. I Fiorentini di tal mutazione accusavano un concittadino loro, Giovanni Dominici, che era l’anima de’ suoi consigli: a tutti riusciva quella caparbietà troppo nuova in uomo già vecchio e tenuto fino allora di mite natura, senza orgoglio nè ambizione, pel quale concetto lo avevano scelto. Ma il grado assunto e la controversia lo aveano mutato, e la persuasione del diritto in lui radicata pigliava calore e tenacità di fede; nella quale si venivano a travestire la compiacenza dello imperare gustato, e l’insofferenza d’umiliarsi in faccia ai men degni dopo le scambiate contumelie, facendosi come traditore della parte che intorno a lui s’era andata formando e che a resistere lo incitava. Dichiarò a un tratto volere fare altri quattro Cardinali; il che da coloro che stavano seco si gridava essere contro la solenne promessa data: non vi badò, e fece i Cardinali nuovi, tra’ quali era il Frate Giovanni Dominici, ed un altro pure fiorentino Fra Luca Manzuoli della regola degli Umiliati, vescovo di Fiesole.[127] Vietò agli antichi uscire da Lucca, e a Paolo Guinigi signore della città faceva istanza non gli lasciasse; ma i Cardinali, tutti fuorchè uno, deliberati di abbandonare Gregorio, trovarono modo di condursi a Pisa;[128] e quei rimase con cinque soli, mentre al maggiore numero che da lui s’erano separati, altri si vennero ad aggiugnere di quelli che stavano in comunione con Benedetto. Il quale poichè in grande sinodo nazionale la Chiesa di Francia gli aveva tolta l’ubbidienza, non si tenendo più sicuro nella riviera; montò con pochi suoi aderenti in sulle navi, prima fuggitosi in Perpignano, poi a stabile residenza in un monastero dell’Aragona patria sua. E i Cardinali delle due parti, dopo lunghe conferenze avute in Livorno, deliberarono insieme aprire un Concilio, al quale chiamarono in Pisa pel giorno 25 di marzo del prossimo anno 1409 i vescovi e il clero da ogni parte della cristianità, scrivendo ai Principi con invitazione di farsi in quello rappresentare, affinchè avesse autorità d’universale consentimento. La Repubblica non senza contrarietà di consigli, e dopo aver procurata consultazione solenne di quanti erano in Firenze dotti e maestri ne’ sacri canoni, diede licenza si radunasse in Pisa il Concilio, pel quale si vidde stare la coscenza del mondo cristiano; e a’ Fiorentini parve che fosse «restituire la Chiesa in quello che prima l’avevano offesa, avendone grazia appresso a Dio e onore del mondo e fortezza dello Stato.[129]» Questo pensare, ch’era nel popolo, reggeva l’animo dei potenti, offrendo un mezzo a contenere le ambizioni di Ladislao che minacciavano la Toscana.