Era palese oramai l’accordo tra questo Re e Gregorio papa. Aveva quegli invidiosamente chiesto ai Fiorentini il passo per due migliaia delle sue genti, che in Lucca andassero a tutela del Pontefice. Al che si negava la Repubblica, ma diede scorta a Gregorio di soldati, quando da Lucca si recò in Siena, ritrattosi quindi più tardi a Gaeta: ma in Siena, dov’egli creò altri nove Cardinali, fu detto avere al Re concessa l’occupazione delle terre della Chiesa, questi avendogli somministrato ventimila ducati d’oro, dei quali il Papa aveva necessità per proprio suo sostentamento. Vedeano pertanto i Fiorentini sè in odio al Re per il Concilio chiamato in Pisa, e distendendosi le armi sue da tutta la Marca sino ai confini della Toscana, ben prevedevano si volterebbero contra loro. A lui mandarono prima in Roma ambasciatori; ed egli essendo tornato in Napoli, altri ne inviava alla Repubblica.[130] Cercava il Re trarre seco in lega i Fiorentini, che rifiutarono pertinacemente: bene usando parole amiche, giustificaronsi del favore prestato al Concilio, da lui richiedendo lasciasse andarvi i prelati del suo regno; e tra’ motivi del permesso dato, mettevano quello d’evitare che se il papa in altro luogo si eleggesse, ne uscisse un papa oltramontano. Mostrarongli anche certa segreta scritta che i Cardinali avevano fatta obbligandosi di conservarlo, qualunque di loro divenisse papa, nella possessione del regno di Napoli. A questo rispose Ladislao, che i suoi prelati non manderebbe al Concilio, e della scritta dei Cardinali si curava poco, dicendo com’egli fuori del Reame teneva Roma ed altre terre che non voleva lasciare. In quanto a Roma, gli ambasciatori consentivano la ritenesse; ma si dolevano di Perugia, siccome avvìo alle cose di Toscana, circa le quali parlarono alto. Era tra essi Bartolommeo Valori, uomo d’assai grande estimazione nella città; il quale al Re, che gli domandava con che genti si potrebbono difendere avendo egli la maggior parte dei capitani d’Italia a soldo, rispose: con le vostre medesime; bastava pagare più grossa moneta, che alla Repubblica non mancava.
A questo modo si separarono; ed il Re moveva da Perugia, recandosi prima nelle terre dei Senesi, facendo gran pressa con belle parole per avergli seco. Ma i Senesi quella volta tennero il fermo, e furono anzi più franchi assai e più efficaci nel resistere dei Fiorentini. Al Re andarono altri ambasciatori, e ne mandava egli in Firenze; ma poichè vidde nulla ottenere, voltando il passo, fece impeto nelle terre della Repubblica. Prima ebbe tentato Arezzo; ma ritrovatolo ben difeso, andava per tutta la Valdichiana dando il guasto alle ricolte senz’altro fare, talchè per dileggio dai contadini era appellato il Re Guastagrano. Aveva Cortona mutato signore, l’antico essendo stato ucciso da un altro dei Casali, che i Fiorentini pure cercavano di mantenere incontro al Re;[131] ma il popolo di Cortona, facendo giustizia del nuovo Signore, lasciò entrare nella città i soldati di Ladislao: il Commissario fiorentino, andato al soccorso, rimase prigione con le sue genti; ed il Casali finiva in Puglia sotto dura guardia. Vennero allora ambasciatori dei Veneziani a interporsi per la pace, cui le due parti si rifiutarono: la guerra però non ebbe seguito per allora, il Re essendo tornato in Napoli ed i Fiorentini stando contenti alle difese. Aveano fatta sul mare perdita d’una grossa nave, la quale portava le lane d’Inghilterra ed altre merci per grandissimo valsente, predata all’entrare del Porto Pisano. Il che essendo riuscito danno gravissimo ai commerci, la Repubblica più attendeva con ogni industria a provvedersi di navi sue, delle quali era dato il comando a un Andrea Gargiolli nato in Firenze da un ser Nardo notaio da Settignano. Cercavano anche di voltare al mare le braccia del basso popolo dei Pisani, ai quali era imposto tenere ciascuno in casa un remo, da essere chiamati a ogni bisogno sulle galere.[132]
Al giorno dato si radunava in Pisa il Concilio, nel quale sederono ventidue Cardinali, quattro Patriarchi, novantadue Arcivescovi o Vescovi presenti, e più che altrettanti avean mandato Procuratori; ottantasette Abati, i Generali e Priori di molti Ordini religiosi, i Deputati di tredici Università, e grande numero di Maestri in teologia. Gli ambasciatori del Re di Francia, d’Inghilterra, di Sicilia, di Polonia, d’Ungheria, di molti Principi e Repubbliche e del Popolo Romano: vi andarono quelli di Roberto imperatore, e gli inviati di Ladislao che prima stavano per Gregorio, da lui essendosi anche i Veneziani separati, tranne i diocesani d’Aquileia dov’egli fu Patriarca. Solo in Italia che fino all’ultimo gli aderisse fu il Signore di Rimini Carlo Malatesta, per la prodezza nelle armi e per l’ingegno chiaro fra tutti allora i Principi dell’Italia: gli ambasciatori del Re d’Aragona, venuti a protestare per Benedetto, se ne andarono dileggiati dal popolo dei Pisani, allora un poco risollevati per l’affluenza di tante genti e di tanta signoria. Dopo avere nei mesi d’aprile e maggio dichiarato quello essere universale Concilio e ordinatone il procedimento, citati avendo a comparire innanzi ad esso i due contendenti; a’ 5 di giugno nel Duomo di Pisa, ed in presenza di molto popolo, pronunziarono ambedue essere decaduti d’ogni potestà, e per l’ostinata resistenza chiariti scismatici e fuori della Chiesa: dissero il Concilio stare in permanenza fino a che non fosse eletto un nuovo Papa, il quale dovesse continuarlo per la forma della Chiesa. Indi a’ 15 dello stesso mese si formarono i Cardinali in conclave, ed ai 26 elessero papa Pietro Filargo da Candia arcivescovo di Milano, che pigliò nome di Alessandro V: si tennero altre poche sessioni sotto la presidenza del nuovo Papa; ma poichè molti dei Padri s’erano dipartiti, pronunziava quegli la dissoluzione del Concilio, il quale dovesse in tre anni radunarsi per altra nuova intimazione.[133]
Di quella ardita e affatto insolita risoluzione che il Collegio dei Cardinali avea pigliata, motore primo fu il cardinale Baldassarre Cossa napoletano, che molti anni era stato uomo di guerra e di mare, fiero nemico a Ladislao. Il nuovo Papa era pur egli avverso a quel Re: sappiamo, quand’era arcivescovo di Milano, avere negato, solo egli tra’ Cardinali, sottoscrivere la carta per la quale promettevano di mantenere Ladislao nel Regno.[134] Con esso avevano fatto lega i Fiorentini, ed a lui molto aderiva quella parte per cui reggevasi la città: chiamarono insieme di Provenza Luigi d’Angiò; il quale disceso con piccole forze in Pisa mentre ivi sedeva il Concilio, ebbe dal papa Alessandro l’investitura del Regno di Napoli e il Gonfalone di Santa Chiesa; ma sebbene avesse poche navi, la Repubblica non permise entrasse nel Porto che con una sola.[135] Muovevano insieme l’Angiovino ed il Cossa, Legato in Bologna, e il Capitano dei fiorentini, per Val di Chiana in verso Roma; e il Papa intanto, per timore della peste che in Pisa era entrata, venne a Prato, indi a Pistoia, soggiornato ivi alcuni mesi. Era in Toscana per Ladislao il Conte di Troia; il quale veduto appressarsi tante genti, si ritrasse infino a Roma, qui afforzandosi col favore di molti dei Principi romani i quali stavano per il Re. Castel Sant’Angelo riteneva sempre la bandiera della Chiesa e da quel lato Paolo Orsini, ch’era pagato dai Fiorentini, apriva l’entrata alle genti della Lega. Tentarono vincere il Ponte Sant’Angelo e farsi padroni del grosso della città ch’era chiamato la grande Roma; d’onde ributtati con molta perdita e non si credendo avere forze bastanti, il re Luigi ed il Legato si partirono; questi recatosi presso al Papa, e quegli in Francia a levare genti, per indi tornare a primavera con maggiore oste e con migliore fortuna.
Intorno a Roma stavano sempre Paolo Orsino e il Capitano dei Fiorentini Malatesta dei Malatesti signore di Pesaro. Questi, passato il Tevere, si cercava un adito nella città dall’opposto lato, ma senza utile, perchè i paesani gli stavano contro e la città era ben guardata; infinchè l’Orsino con l’intelligenza d’un popolano di nome Lello, che levò il popolo a rumore, vi potè entrare nei giorni ultimi di quell’anno 1409: e tosto dopo da un’altra porta vi fece ingresso il Malatesta con le insegne spiegate del Giglio; di che a Firenze molto si tennero onorati, perchè i Romani da principio volevano entrasse con le insegne della Chiesa. Avuta Roma, credeva ciascuno che il Papa v’andasse; del che i Fiorentini a lui facevano grande istanza: ma tale non era il volere del Legato, che in tutto guidava l’animo del Papa, e lo condusse in Bologna; dove rimasero a malgrado le supplicazioni di tutto il popolo dei Romani, finchè nel maggio del 1410 venuto a morte Alessandro V, a lui si fece eleggere successore lo stesso Legato col nome di Giovanni XXIII; uomo capace del sommo grado, se quello di Papa fosse da tenere con le arti profane ch’erano pessime a quel tempo. Aveva già di prima il Cossa in Bologna come un principato suo, ampliato in Romagna con la oppressione di quei piccoli Signori che dominavano le città. Di là dirigeva le mosse nella Marca e negli Abruzzi: e già navigando verso Italia il re Luigi con grandi forze, parea la guerra molto più valida riaccendersi. Ma le galere di questo, divise con poco accorgimento ed incontratesi presso allo scoglio della Meloria con tutta l’armata di Ladislao, furono disperse e molte prese, mentre Luigi s’era già venuto a porre in sicuro dentro al porto di Piombino: l’Isola d’Elba era caduta in mano anch’essa di Ladislao. Ciononostante potè Luigi con molti indugi condursi a Roma nell’ottobre di quell’anno.
Aveva un esercito fiorentissimo di capitani i più famosi di quella età: nel principio della guerra lo seguitava il grande maestro ed istitutore delle italiane milizie Alberico da Barbiano, il quale essendo venuto a morte presso Perugia, rimanevano i due più famosi tra’ suoi discepoli, Sforza Attendolo da Cotignola e Braccio da Montone perugino, che lungamente poi divisero le armi italiane. Allora stavano ambedue nell’esercito del Provenzale: Braccio era ai soldi dei Fiorentini, prestata avendo l’anno innanzi opera egregia in Valdichiana. Sforza viveasi male soddisfatto e malfermo nella fede verso il re Luigi, le paghe facendo spesso mancamento a lui come agli altri capitani della Lega, cosicchè il pondo di tutta la spesa per lo più cadeva sulla Repubblica di Firenze.[136] La quale trovandosi pel malcontento dei cittadini in molto grave difficoltà, l’astuto Re coglieva il punto e la tirò all’esca d’avere Cortona: vedeva il suo maggiore nemico, come straniero, nulla potere senza i danari dei Fiorentini e senza avere un suo proprio stato, donde a lui fossero aperte le vie nel cuore d’Italia. Avea pertanto più mesi innanzi mandato a Firenze privatamente Gabriele de’ Brunelleschi che stava in Napoli a’ suoi servigi, uno di que’ tanti nobili fiorentini che andavano fuori cercando fortuna. Avute da esso le prime aperture, la Signoria inviava al Re ambasciatore Giovanni Serristori; e il Brunelleschi frattanto andava e veniva portando parole: de’ quali discorsi il più strano era, che i Fiorentini mentre facevano pace col re Ladislao, ponevano condizione di mantenere ai servigi dell’Angiovino le seicento lance promesse a lui per la Lega. Ma già i termini di questa erano prossimi a scadere: ed oltre Cortona, che pure sarebbe difesa valida dello Stato, i maggiorenti della città vi guadagnavano di fare cessare le accuse e i lamenti del popolo di Firenze pei danni e le spese di quella guerra. Ai primi dell’anno 1411 fu quindi conchiusa in Napoli per mezzo di Agnolo Pandolfini la pace, comune anche ai Senesi; ed i patti furono, che il Re non s’impaccerebbe nè di Roma nè di alcun’altra terra inverso Toscana, tranne Perugia, ch’egli terrebbe ma senza offesa dei Fiorentini; ai quali doveva restituire le lane e robe predate in sulla nave, ed oltre ciò vendere per il prezzo di sessanta mila fiorini Cortona; in che era la somma di tutto il negozio. A Firenze parve bella cosa avere Cortona, quattro anni soli o poco più dopo l’avere acquistato Pisa, per danaro entrambe; poichè era costume allora in Italia di vendere le città: si fecero feste, e i potenti dello Stato crebbero in fama per quell’acquisto.[137]
Non era però quel trattato senza un qualche mancamento di fede promessa; ma il Papa ed il re Luigi d’Angiò accettarono le scuse che la Repubblica fece loro, o comprendessero la necessità in che era posta, o giovasse loro ad ogni evento non alienarsela: oltreciò la violazione di una Lega per acquistare una città non era cosa di cui potessero allora i Principi adontarsi. Avea Luigi lasciata Roma, e nel traversare la Toscana, accolti in Prato gli ambasciatori che la Repubblica gli inviava, si fece da questi accompagnare in Bologna dov’era il Papa. Il quale ai preghi di lui cedendo, e bramoso di sopravvedere da sè medesimo quella guerra, consentì recarsi in Roma seco; dove entrambi giunsero nel mese d’aprile. Quel che importava, era condurre a un tratto insieme i Capitani ad una grande giornata, sperando la vittoria desse modo a guadagnare sul nemico le paghe mancate insino allora ai Capitani. Fu la vittoria conseguíta presso Ceprano a Roccasecca, e fu al di sopra d’ogni speranza; ma perchè la preda era il fine d’ogni cosa, mentre attendevano a rapirla, ciascuno volendo essere primo, e la confusione quindi facendosi molto grande; il re Ladislao ebbe agio di ritirarsi in luogo sicuro, dove rifatto di gente e sopra ogni cosa di danari, per via di questi ricomperava le robe e gli stessi soldati che erano prigionieri: tal che ebbe a dire, che il primo giorno dopo la rotta correa pericolo della corona e della vita, il secondo giorno solamente della corona, e nel terzo era ridivenuto sicuro d’entrambe. Ben potea dirlo, chè il re Luigi senz’altro fare si tornò a Roma, quindi in Provenza; nè più altra mossa fece egli contro a Ladislao: questi ed il Papa si accordarono per intromessa della Repubblica; la quale fece allora pace co’ Genovesi, che avendo scosso il giogo di Francia, e collegatisi a Ladislao, vedeano di malavoglia i Fiorentini armare navigli e farsi padroni di tanta parte del mar Tirreno.
L’insufficienza della vittoria di Roccasecca era imputata dai collegati a Paolo Orsino loro capitano, spesso traditore, e che avendo possessione di città e di feudi nel reame di Puglia, godeva se i due contendenti si consumassero l’uno l’altro, bisognosi entrambi di lui, entrambi invalidi ad opprimerlo. Quindi nei mesi che seguitarono alla pace, essendosi Ladislao dato a raccogliere nuove genti, le spingeva d’intesa col Papa verso la Marca di Ancona, dove l’Orsino tenea castelli e in quelli erasi afforzato. Continuava l’espugnazione e l’esercito del Re ingrossava, quando all’improvvista mutando cammino lo condusse sotto alle mura di Roma, intanto che le sue galere appresentatesi innanzi le bocche del Tevere, salivano il fiume. In quella sorpresa Giovanni XXIII non ebbe che fare; ed i Romani che avean promesso gagliarda difesa, rompendo le mura pochi giorni dopo presso alla porta San Sebastiano, lasciarono entrare il Re vincitore. Fuggivasi il Papa a mala pena, ed aveva chiesto posarsi in Firenze; ma la Repubblica, pur volendo usare inverso di Ladislao tale un mezzano temperamento, fece che il Papa alloggiasse fuori della porta a San Gallo al monastero di Sant’Antonio detto del Vescovo; donde più tardi faceva ritorno in Bologna; la quale città, che nell’assenza di lui avea fatta ribellione, tornava adesso all’ubbidienza sua.
Ma il Re covava grandi disegni sulle cose di Toscana, della quale prometteva ai suoi soldati l’acquisto; e fece sacco nella città di Roma di tutte le robe e delle merci dei Fiorentini, sebbene avesse per bando pubblico i mercanti sicurati. Cercò tirare ai danni loro anche il marchese Niccolò d’Este; ed il giovine Francesco Sforza, che in Ferrara dimorava (il padre avendo poco innanzi mutato bandiera), fu a quella pratica mediatore, la quale poi non ebbe effetto. Frattanto però abbisognandogli guadagnare tempo, teneva a bada i Fiorentini ed il Papa co’ negoziati dei quali era solenne maestro: chiedeva cose impossibili; una lega nella quale i Veneziani fossero compresi, e la concessione in vicariato di Roma e delle altre città della Chiesa di già occupate dalle armi sue. In quello stesso anno 1413 era disceso in Italia Sigismondo imperatore, come tra poco vedremo; e la Repubblica di Firenze, bisognosa pure di provvedersi contro a Ladislao, mandava in Trento a Sigismondo ambasciatori; ma questi, che aveva altre faccende in Italia, metteva innanzi certe proposte cui la Repubblica era impossibile consentisse. Dicea Sigismondo: se io la rompo con Ladislao, cui sono amico, e’ mi bisogna affatto distruggerlo, e Voi datemi a ciò mano. Quest’era un fare di nuovo l’Italia mancipio ai Cesari d’Alemagna.[138]
Il Re aspettava la primavera dell’anno seguente 1414, quando per molte confiscazioni fatte nel Reame, per estorsioni, per vendite dei beni della Corona, e per altri violenti modi avendo raccolta grande somma di danaro, da Napoli, dove si era tornato con un esercito fiorentissimo di quindici mila cavalli, moveva a Roma primamente, e quindi innanzi per le terre della Chiesa; dirittamente accennando contro a Firenze, ma pure sempre con le arti solite contentandosi addormentare i Fiorentini per via d’un accordo. Conchiuse difatti con essi una lega, firmata in Assisi a’ 22 giugno da Agnolo Pandolfini, che v’andò un’altra volta ambasciatore: ma fu di questa vario il giudizio nella città, bene sapendosi da ciascuno non essere quello altro che un breve respiro; e quanto valesse una lega conoscevano.[139] Era in Firenze grande il terrore; ma il Re infermato in Perugia e di là fattosi portare in Roma e giù pel Tevere e per il mare fino a Napoli, qui moriva nell’età di trentasette anni a’ 6 d’agosto, in mezzo a dolori atrocissimi di morbo, che alle genti parve nuovo, e conseguenza dei vizi suoi. Per essere senza figli, andò la Corona alla sorella di lui, che fu la seconda Giovanna. Firenze, condotta a gravissimo pericolo, scampò ad un tratto per quella morte, come le avvenne quando morirono Arrigo VII e Castruccio e Giovanni Galeazzo; ma più di quest’ultimo era da temere Ladislao, che prode della persona conduceva da sè la guerra, solo tra’ Principi i quali avessero da gran tempo turbato Italia con le armi.[140]