Dopo la morte di Ladislao pareva l’Italia tacersi dinanzi alla prossima riunione del Concilio che preoccupava tutte le menti; facevano forza le nazioni oltramontane, e la Germania massimamente in tutto quel fatto dispiegava passioni più vive e più duro animo ed ostile. Sigismondo imperatore, infaticabile nel promuovere quell’assemblea, cercava farsene in mezzo a tutti moderatore; che fu la gloria del suo regno. Continuando le tradizioni della famiglia di Lucemburgo e ponendosi ad esempio Arrigo VII suo bisavolo, tentava rialzare l’Impero in Italia, conciliando alla sua l’opera dei Pontefici. Già fino da quando era semplice re d’Ungheria, avea fatto egli i primi passi per accostarsi al nuovo papa Giovanni XXIII, con intromessa dei reggitori della Repubblica di Firenze, ai quali inviava l’anno 1416 Filippo Scolari detto Pippo Spano, suo tesoriero e capitano in Ungheria, e fino a che visse principale uomo in quello Stato. La stessa famiglia erano gli Scolari e i Buondelmonti,[141] dei quali il ramo donde uscì Filippo avendo seguíto col nome mutato parte ghibellina, era caduto in povertà. Quindi lo Scolari da giovane andava pei commerci in Ungheria, dov’erano molti cambiatori e mercanti fiorentini;[142] e fattosi largo appresso quel Re per la perizia nel fare d’abbaco, ebbe dipoi con la contea di Temesvar titolo di Spano e comando d’armi e governo di provincie. Fatto ricchissimo, innalzava a dignità in quel regno Matteo suo fratello e Andrea Scolari che fu vescovo di Varadino; e per lui non pochi Fiorentini, tra’ quali uno della famiglia antichissima dei Lamberti o Lamberteschi, tennero grado in Ungheria, perduto da essi dopo la morte dello Spano. Mandato Filippo, la Repubblica faceva difficoltà a riceverlo come divenuto straniero e potente, e come di sangue e d’animo ghibellino. Ma egli tenendo corte bandita, col largo spendere e con la magnificenza de’ costumi acquistò grazia tra’ cittadini della patria sua. Era già stato nell’Ungheria edificatore munificente di chiese e luoghi donati al culto; commise in Firenze a Filippo Brunelleschi la costruzione d’un Oratorio presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli, del quale si veggono tuttora le mura di forma ottagona elegantissima per le proporzioni: ma o fosse colpa del fratello, siccome fu detto, o che la Repubblica rivolgesse i danari al mantenimento delle guerre, non fu quell’opera mai compiuta. Matteo Scolari, eletto despòto di Rascia,[143] teneva in Firenze un palagio sontuoso.

Nell’anno 1411 era stato lo Scolari capitano d’una forza di dodici mila cavalli ungheresi, che Sigismondo fatto imperatore mandava a combattere contro alla Repubblica di Venezia. Bramava aprirsi per tale modo la via in Italia, e ripigliare su i Veneziani l’Istria e la Dalmazia, ad essi venduta dal re Ladislao per poca moneta; solo frutto ch’egli ritraesse di quella corona della quale si era fatto in Zara nei suoi primi anni incoronare. Occupava lo Scolari agevolmente le terre del Patriarcato d’Aquileia, ch’erano allora tutto il Friuli; ma sui confini dei Veneziani trovata dura la resistenza, continuava presso a due anni la guerra inutile, che fu cessata per via d’una tregua, rimanendo la Dalmazia in possessione dei Veneziani: e questi infine acquistarono anche il Friuli. Ebbe accusa lo Scolari d’avere servito meglio l’Italia patria sua che l’Imperatore suo padrone, il quale però avendogli serbata infino all’ultimo amicizia, dimostrò vana tale accusa. La Repubblica di Firenze avea mandato agli 8 novembre 1413 Gino Capponi a Venezia, perchè inducesse con ogni sforzo i Veneziani a trattare di pace con Sigismondo, il quale era in Lodi e seco il Papa desideroso di quella pace.[144] Scese in Italia Sigismondo, e tutto rivolto alle cose del Concilio, fu in Lodi raggiunto dai tre Legati di Giovanni XXIII, mandati a fine di ordinare la convocazione. Premeva al Papa sopra ogni cosa la scelta del luogo che non fosse in Alemagna, e quando ai Legati diede l’ultima licenza teneva in mano sopra una carta descritti i nomi delle città in cui potessero consentire; poi (come al pigliare le grandi risoluzioni pare che la volontà sparisca, e l’uomo sia vinto da una forza superiore) stracciò la carta, e diede loro mandato libero. Fu scelta Costanza, città dell’Imperatore, e Giovanni da quel punto si vidde innanzi la sua condanna. Troviamo dicesse a Bartolommeo Valori: «che debbo fare, se haggio uno fato che mi ci tira?[145]» Egli e Sigismondo s’abboccarono in Lodi stesso, e tra quella ed altre città di Lombardia rimasti insieme per oltre un mese, mandarono fuori gli editti e le bolle per la intimazione del Concilio al primo di novembre 1414. A me non ispetta narrare l’istoria di quella fra tutte memorabile assemblea, dalla quale essendo annullate nuovamente le ragioni di Gregorio e Benedetto, venne Giovanni costretto a rinunziare il pontificato; ma poi fuggitosi, e volendo insorgere contro ai decreti dell’assemblea, fu da quella condannato e messo in carcere. Indi procedendo alla nominazione d’un altro Papa, lo stesso Concilio costituitosi in conclave elesse agli 11 di novembre 1417 il cardinale Oddo Colonna, che pigliò nome di Martino V: dopo di che il Concilio alcuni mesi continuato, senz’altro effetto si scioglieva; ed il Papa mosse in verso l’Italia, con intenzione di venire a porre sua stanza in Firenze. A lui mandava la Repubblica in Milano una molto solenne ambasciata di primari cittadini, a capo dei quali Fra Leonardo Dati Generale dei Predicatori, uomo assai chiaro in quella età.[146]

La grande assemblea del mondo cristiano si era divisa per cinque nazioni, principio solenne alla formazione degli Stati, condanna all’Italia non mai più guasta e più disfatta. In Lombardia tale una misera condizione, tale uno strazio che il peggiore mai non si vidde; ai Signori antichi aggiunta la peste di quei fortunati Condottieri che ivi e in Romagna e nel Reame e dappertutto vagando per fare a sè acquisto di città e così a’ Principi agguagliarsi, veniano a confondere e a turbare più che mai lo stato d’Italia, già in sè medesimo sì intricato. Il reame di Puglia ubbidiva ad una donna molle ed inetta, e che andava in cerca essa medesima a chi ubbidire, drudi o mariti o altri che fosse. Si era sposata ad un francese, dal quale tenuta come prigioniera, tentò rinalzarsi per la virtù militare di Sforza da lei fatto contestabile del Regno: questi conduceva in Roma di nuovo le armi napoletane, cacciandone l’altro grande condottiero di milizie che fosse in Italia a quella età, Braccio dei Fortebracci da Montone perugino. Aveva costui prima espugnata con dura guerra la città sua, divenuta quindi sede a uno Stato che egli andava distendendo con armi felici per le terre della Chiesa. Era Martino giunto in Firenze a’ 25 di febbraio 1419,[147] non avendo terra che fosse sua, ma in quel tumulto di cose cercando rifarsi lo Stato con la sola forza del nome pontificale, e usando a pro suo le divisioni tra’ contendenti: al che gli giovava lo stare in Firenze, città posta in mezzo alle terre della Chiesa e a Braccio allora molto amica. Questi sarebbesi contentato ritenere in feudo le città dell’Umbria, al quale effetto venne in Firenze, dove prestò al Papa omaggio superbo; conduceva seco tutta la possa delle armi sue che avevano vinto lo Sforza a Viterbo, gloriose e splendenti di ogni ricchezza, egli facendo l’entrata in mezzo ai due Signori di Camerino e di Fuligno, seguìto da molti deputati di città che a lui erano fatte suddite. Il popolo di Firenze ammirò Braccio, e in quella grandezza i modi affabili di lui valevano a conciliargli favore; laddove Martino, che già da oltre un anno in Firenze dimorava senza gran seguito nè possanza e senza splendore di cose fatte, perdè al confronto, venuto essendo come in uggia alle mobili fantasie di questo popolo. I ragazzi scriveano su’ muri e per le strade canterellavano: «Papa Martino non vale un quattrino — o un lupino; Braccio valente vince ogni gente.[148]» Il Papa sdegnato contro la città, ne partì a’ 9 settembre 1420; prima avendo consacrato l’altare maggiore ed altre parti allora compiute del tempio di Santa Maria Novella, dov’era alloggiato, ed innalzato la Sede fiorentina a grado e a titolo Arcivescovile.

Innanzi era a lui venuto a fare atto di sommissione il deposto Papa Giovanni XXIII: sedeva Martino in mezzo ai Cardinali in Concistoro allorchè l’altro inginocchiato davanti a lui confessò essere lui solo vero ed unico pontefice; pel quale atto veramente cessava del tutto lo scisma durato ben quarant’anni, poichè Gregorio aveva accettato i decreti di Costanza, e Benedetto vivea con pochi ostinatamente chiuso nel suo refugio d’Aragona, sottratta anch’essa alla ubbidienza sua. Ma il Cossa da molti era creduto che non avesse ceduto in Costanza se non per forza; veniva quindi tolto ogni dubbio dalla spontanea sommissione che egli faceva in un luogo libero, e con espressioni le quali apparvero tanto più sincere quanto più erano decorose. Il Rinuccini, che v’era presente, le riferisce a questo modo. «Radunava io solo il Concilio; ma faticai sempre a pro della Santa Romana Chiesa; quel che sia il vero tu ben conosci: io vengo alla Santità tua, e quanto posso mi rallegro della tua assunzione e d’essere io in libertà.[149]» Qui senti parole che uscivano rotte da grande passione: altero e violento e nei primi anni fortunato, gli era mancata ogni vigoria dal punto in cui si trovò in faccia, nella più augusta delle assemblee, alla coscenza della cristianità. I suoi nemici gli aveano dato bestiali accuse ed inverosimili; rimase in Firenze oggetto a molti di compassione, e in capo a sei mesi quella vita tanto logora si consumava: ebbe in San Giovanni la sepoltura ed un monumento, opera elegante di Donatello, dove anche si legge essere egli stato Papa. Avea qui grandi e possenti amici, ai quali dovette la libertà sua, perchè Martino avea cercato farlo in Mantova imprigionare. Giovanni de’ Medici più volte avea a lui Pontefice prestato danari; e da ultimo per la liberazione sua pagò trentacinquemila fiorini; del che ci rimangono i documenti e le scritture. È falso la Casa dei Medici essersi impinguata con le ricchezze lasciate dal Cossa che facea modesto nè molto ampio testamento, e pure ai lasciti l’eredità non bastava; e tra’ creditori era anche la Casa degli Spini, banchieri antichi dei Pontefici. Esecutori del testamento furono, oltre a Giovanni de’ Medici, Bartolommeo Valori, Niccolò da Uzzano e Vieri Guadagni, nel cui banco erano depositati i denari i quali al Cossa appartenevano.[150]

Correvano sempre alla città di Firenze prosperi anni, che i migliori forse non ebbe ella mai, ed il bel vivere italiano qui solo e a Venezia pareva raccogliersi. Non mai la Repubblica fu retta dentro così ordinatamente, nè più in Italia rispettata, essendo venuta a capo di molte imprese felici; possente d’industrie opulentissime e di traffici, fiorente per le arti le quali salivano allora al sommo d’ogni bellezza: fu cominciata la fondazione della Cupola del Duomo, e messa al posto la porta maggiore del Battistero di San Giovanni. Le manifatture s’innalzavano a dignità di Arti belle, massime per i lavori d’oro filato e battuto, e per gli smalti dai quali ebbe celebrità l’Orificeria, fattasi scuola ai sommi artisti. Ma in quanto risguarda solamente la ricchezza, è da notare che il commercio della Seta aveva avuto col principiare del secolo XV tale incremento ch’era in Firenze fra tutti gli altri il più lucroso. I velluti, i broccati, i drappi a oro toccaron l’apice della perfezione; veniano richiesti dai Principi e nelle Corti, intanto che drappi di minore pregio andavano in grande quantità per molte parti d’Europa e dell’Asia, sorgente amplissima di profitti. Nè però cessava l’arte della Lana da quella ampiezza in cui la vedemmo durante il secolo precedente. «I Fiorentini mandavano ogni anno a Venezia panni sedicimila, i quali erano consumati nella Barberia, nell’Egitto, nella Sorìa, in Cipro, in Rodi, nella Romania, in Candia, nella Morèa e nell’Istria; ed ogni mese conducevano a Venezia settantamila ducati di tutte sorte mercanzie, che sono all’anno ducati ottocentoquaranta mila e più; cavandone lane francesi e catalanesi, cremisi, stame, sete, ori, argenti filati e gioie.[151]» Parole del Doge Tommaso Mocenigo, che poco innanzi di rendere l’anima, l’anno 1423, si compiaceva di presentare ai concittadini suoi lo stato fiorente in cui lasciava la sua Repubblica; maggiore di troppo della Fiorentina quanto alla ricchezza ed alla possanza, ma bene altrettanto ad essa inferiore per quello che spetta alle opere dell’ingegno, e addietro per anche nella coltura delle Arti belle.[152]

Studiavansi molto ampliare i commerci; al quale effetto dappoichè furono divenuti signori di Pisa, attendevano alle cose del mare, ed ambivano di possedere un naviglio che fosse proprio della Repubblica, la quale era solita infino allora di assoldare galere forestiere. Elessero quindi Consoli del mare, ufficio che noi vedemmo essere altra volta istituito nella guerra che fu co’ Pisani per conto di Talamone: sei furono i Consoli eletti l’anno 1421,[153] e primo tra essi Niccolò da Uzzano: avevano obbligo di curare la fabbricazione di due grosse galere di mercanzia e sei delle sottili per guardia. La prima galera fu l’anno dipoi varata con grande solennità; e perchè al mare la gioventù s’avviasse, posero in quella dodici giovani di buone famiglie. Andò in Alessandria la prima galea, dove era disegno aprire un traffico di spezierie e di altre merci, veduto i guadagni che ne ritraeva la Repubblica de’ Veneziani. A tal fine inviarono ambasciatori al Soldano un Federighi e un Brancacci, i quali ottennero che la nazione fiorentina potesse avere in Alessandria Consolo, Chiesa, Fondaco, Bagno e ogni altra cosa che avesse domandato per la sicurezza dei mercati e mercanzie e per decoro della nazione.[154] Avevano anche per la facilità dei commerci ridotto il Fiorino al peso di quel di Vinegia, e fu chiamato Fiorino largo di galea. Ma una siffatta, come ora si direbbe, concorrenza avendo destato gelosia nei Veneziani; questi, pochi anni dopo, richiesti di lega dai Fiorentini, vollero patto che nessuna galea o altro legno de’ nostri potessino navigare ne’ mari che portano ad Alessandria. Tardi giugneva a queste cose la Repubblica di Firenze, invano tentando succedere alla grandezza ch’ebbero i Pisani e al favore del quale avevano questi goduto;[155] nè potè farsi mai potente sul mare, dove però grandi erano le industrie private dei Fiorentini ed i guadagni che si facevano alla spicciolata e che la Repubblica molto adoperavasi a proteggere: talchè le istruzioni che si davano agli ambasciatori contengono molte raccomandazioni di privati cittadini e dei traffici e interessi loro. Troviamo mandassero in quelli anni stessi ambasciatori nella Morèa, dove tuttora gli Acciaiuoli avevano ducato, ed in altre parti del Levante: altri ne andarono a Maiorca. Facevano partire per sicurezza dei mercanti due galere grosse da mercato nel mese di febbraio e due altre nel settembre per Fiandra e Inghilterra, a cura dei Consoli del mare che un’altra galera tenevano pei viaggi di Romanìa. Un’altra recava panni in Ragusa e ne riportava oro, pellami ed altre merci.[156] La Repubblica molto ebbe da fare in Liguria co’ Grimaldi signori di Monaco, i quali tolse in accomandigia insieme co’ Fieschi. Avevano questi terre in Lunigiana, che fronteggiavano le possessioni della Repubblica di Firenze. Era mestiere dei Grimaldi signori di Monaco rubare in sul mare, e uno d’essi dichiarava che Monaco essendo terra di nessun provento, il signore non vi camperebbe senza aiutarsi della pirateria; chiedeva pertanto se gli pagasse una pensione a titolo di riscatto, ed i Fiorentini pattuirono dargli ogni anno millecinquecento fiorini d’oro.

Dei commerci e d’ogni impresa dei Fiorentini sul mare natural sede era la città di Pisa, dove anche avevano decretato che risiedessero due tra’ Consoli del mare, essendo ivi edifizi e pratica sufficiente alla costruzione delle navi. Pur non ostante noi troviamo la Repubblica nulla fermare intorno al luogo per l’arsenale, fosse gelosia di Pisa o che veramente il Porto Pisano, già mezzo interrato, non fosse capace a farne emporio di commerci. Al che s’accorgevano essere atto Livorno, castello fondato prima dai Pisani a guardia delle marine loro; ma intorno al castello per la comodità della rada crescevano gli edifizi, e già da più anni pigliava importanza. Venduto ai Francesi, come noi vedemmo, lo tennero essi finch’ebbero Genova; ma questa essendosi rivendicata in libertà l’anno 1412, Livorno divenne come una briglia che i Genovesi voleano tenere sul collo a Firenze, che non acquistasse potenza sul mare. Ma Genova istessa pericolando bentosto per le risorgenti ambizioni dei Visconti, chiedeva soccorso ai Fiorentini, che da principio ponevano condizione avere Livorno per vendita; se non che i Genovesi chiedevano prezzo che parve troppo alto, e per due anni si fu sul tirare; infinchè Genova, più che mai stretta per terra e per mare, vendeva Livorno per centomila fiorini d’oro alla Repubblica di Firenze a’ 30 di giugno 1421. Portavano i patti, che in Pisa e in Livorno godessero i Genovesi le usate franchigie, e che dovessero i Fiorentini caricare sopra navi genovesi le merci di transito. Si fece in Firenze grande allegrezza di quell’acquisto, pel quale compievasi l’impresa di Pisa, e parvero aperte le vie del mare ai Fiorentini.

Avevano speso nelle guerre precedenti, secondo si trova, undici milioni e mezzo di fiorini d’oro. «Nella guerra col Papa dal 1375 al 78, due milioni e mezzo di fiorini; nelle tre guerre col Visconti, sette milioni e mezzo; e in quella di Pisa un milione e mezzo, senza contare le altre minori guerre in quel frattempo.[157]» Ma non era il credito dei libri del Monte venuto meno; cosicchè in questo correano a impiegare i danari loro anche i signori forestieri: tra gli altri vi ebbe depositato in quegli anni ventimila fiorini Giovanni re di Portogallo, del quale il figlio secondogenito per nome Don Pietro, più tardi veniva in Firenze, dopo aver corso altre provincie d’Europa: apparve leggiadro e costumatissimo cavaliere, e fu alloggiato nel palagio di Matteo Scolari fratello allo Spano.[158] Essendo la pace dopo la morte di Ladislao quasi dieci anni continuata, i libri del Monte a poco a poco si alleggerivano con venire parte delle prestanze a restituirsi, perchè nella pace le rendite del Comune sovrabbondavano alle spese. Le quali prestanze, sebbene riuscissero quand’erano imposte molto gravose a’ cittadini, siccome vedremo, pure all’universale non erano causa di povertà, perchè delle spese fatte e dei danari che uscivano, la maggior parte ritornava spandendosi dentro al minuto popolo, che anzi che perdervi se ne avvantaggiava.[159] Così era in quegli anni prosperata la città, la quale s’ornava di elegantissimi edifici e di opere d’arte a spese dei cittadini; i quali non furono mai tanto larghi nel sovvenire co’ lasciti e con le pie fondazioni ai bisognosi: nel che io non so se altre città pure in Italia a questa nostra si agguagliasse. Fu allora fondato lo Spedale per i fanciulli esposti, col nome di Santa Maria degli Innocenti, a cura dell’Arte di Por Santa Maria, che era l’Arte della Seta, e col soccorso di donazioni fatte da privati cittadini. Rinaldo degli Albizzi cedeva per tenue prezzo il locale da fabbricarvi il vasto edifizio, di cui fu architetto Filippo Brunelleschi: ebbe dal Comune i privilegi medesimi che aveva il grande Spedale per gli infermi in Santa Maria Nuova, e prosperò assai ne’ tempi che seguitarono.[160] Nè vuolsi omettere la grande riforma e correzione degli Statuti del Comune di Firenze, commessa per opera degli uffiziali del Monte, l’anno 1415, a Paolo da Castro insigne giureconsulto ed a Bartolommeo De Volpi da Soncino, con l’assistenza di nove notari e procuratori; grandiosa raccolta, che divisa in cinque Libri, pigliava in quell’anno vigore di sola ed unica legge di questo Comune, essendo aboliti gli antichi Statuti, salvo le Balíe degli anni dopo al 1381, che furono mantenute, e salvo gli Ordini della Parte guelfa. Venne pubblicata per le stampe non prima dell’anno 1783, quando ella cessava di aver valore altro che storico, in tre grossi volumi in-4; i quali sebbene contengano spesso insieme confusi gli Ordinamenti e le Provvigioni di tempi diversi, hanno ampia materia da utilmente consultare quanto alla struttura della Repubblica ed agli uffici ed ai giudizi ed alle pene, e in quanto ancora ai costumi di questo popolo, e alla ragione di molte cose che dai racconti degli scrittori non bene vengono dichiarate.[161]

Capitolo VI. GUERRA CON FILIPPO MARIA VISCONTI. — NICCOLÒ DA UZZANO, GIOVANNI DE’ MEDICI, RINALDO DEGLI ALBIZZI.[AN. 1422-1428.]

Lo stato di pochi, pel quale reggevasi allora Firenze, aveva in quelli anni toccato il colmo di sua grandezza. Fondato nel 1382 con l’abbassamento delle Arti minori; ordinato nell’87, dopo la prima cacciata degli Alberti, con le leggi poste da Bardo Mancini; munito d’armi e d’ordini più stretti da Maso degli Albizzi nel 93; avea nel corso di quarant’anni tenuto a freno la potenza del Visconti, felicemente condotto a fine due guerre pericolose, acquistato Pisa, Livorno, Arezzo, Montepulciano, Cortona; che poco più era l’antico dominio. Rimosso ogn’impaccio d’avversarii dentro, non mai tanta quiete fu compagna di tale prosperità. Regnava l’ordine, il che all’universale permette almeno il beneficio della libertà civile, della quale facilmente i più si contentano, qualora non siano troppo stranati dalle imposte. Pochi erano quelli che dominavano, e non molti furono gli oppressi; non si abbondò nelle uccisioni, le quali producono odii più acerbi ed inestinguibili: Maso degli Albizzi, che fu principale autore d’ogni cosa, pare comprendesse come nei casi politici i morti risuscitano. Un altro solo e tra’ più oscuri della casata degli Alberti fu decapitato: ma negli anni 11 e 12 avendo trovato (così dice il bando) che la famiglia degli Alberti aveva di nuovo tentato congiure, una sentenza mandò esuli tutti di quella famiglia sino ai fanciulli nelle fascie, che le altre condanne avevano risparmiato: con essi andarono un Ricci e uno Strozzi. Che tutto ciò debba attribuirsi all’odio personale di Maso degli Albizzi, può indursi anche dalla circostanza, che dopo alla morte di lui cominciarono le condanne degli Alberti a essere gradatamente revocate, o in qualche parte attenuate con quello studio e con quell’arte di cui sono capaci i Governi che stanno ristretti in mano di pochi.[162]