Pure quello Stato altro non era che un fatto mantenuto a grande studio da più anni, e, come nota sapientemente Donato Giannotti, lo reggeva la virtù dei capi, non la bontà delle leggi; violava insino alle apparenze d’egualità cittadina, nè aveva potuto trovarsi radici giù dentro alla stessa costituzione della città. Manteneva degli antichi ordinamenti della Repubblica quello che avevano di peggiore, il trarre a sorte i magistrati, ed in ciascuno fino ai sommi porre insieme gli elementi tra sè più contrari, ma sì che sempre il maggior numero stesse con gli uomini che reggevano, cosicchè ogni deliberazione usciva divisa e in ogni voto era un dileggio. Le Arti minori contavano sempre in ogni collegio un piccol numero di rappresentanti, chiamati a dare voti inutili se ai possenti uomini non si accostassero. Ma queste e tutta generalmente la costituzione delle Arti aveva dismesso l’antica sua forza, e, se oso pur dirlo, la verità di sè stessa, quando sotto ai Ciompi si aggregarono le Arti nuove, ed una ne fecero degli uomini senza lavoro. Dipoi vedemmo giovani ricchi farsi scrivere alle Arti minori, strumenti egregi alle corruttele, che già d’ogni parte s’insinuavano negli artefici. Col tanto ampliarsi delle industrie già il capitale era ogni cosa, e la ricchezza imprimeva il moto a una gran macchina di lavoro, della quale erano gli opranti come pezzi che non avevano vita politica di per sè. In questo secolo XV le Arti maggiori e le minori e i loro Consoli o le Capitudini già nei congegni della Repubblica erano fatte un nome vano; più non v’era altro che ricchi e poveri; le borse erano fatte a mano, per ogni ufizio una borsa propria;[163] ed in quelle della Signoria e dei Collegi e maggiori ufizi, che ad ogni tratto si riformavano, la sola regola consisteva anco di nome nel mantenere gli stessi uomini e famiglie ch’erano state prima in ufizio: pigliare gli uomini prima dell’82 era allargare il reggimento; pigliare quelli dell’87, o più ancora del 93, era un ristringerlo più che mai. Nè il magistrato di Parte guelfa serbava più nulla di quella sua vecchia e trasmodante potenza, dacchè fu arnese contro ai guelfi, cioè agli uomini popolani, usato dai grandi o dalle famiglie che in fatto ai grandi s’accostavano. Battuto nel 1378 e rottagli in mano quell’arme logora delle ammonizioni, venne in discredito; e noi troviamo nei primi anni del quattrocento il palazzo e i Capitani della Parte guelfa tanto essere vilipesi, che non si trovava chi volesse nella grande solennità cittadina andare con loro all’offerta in San Giovanni:[164] mancava una forza ed un ingombro nella Repubblica.
La quale avrebbe pe’ nuovi tempi abbisognato di forme nuove, e quel che non era se non accozzo quasi fortuito di pochi uomini e di famiglie che aveano incontro famiglie ed uomini poco disuguali, quel ch’era un fatto, avria voluto munirsi d’ordini e di leggi che forma dessero allo Stato. Agli ottimati che lo tenevano, stava in quel secolo più che mai dinanzi agli occhi grande esemplare la Repubblica dei Veneziani, cui molto ambivano d’agguagliarsi, ma nulla avevano a tal fine: nulla in Firenze si accomodava a quella forma di reggimento, la quale in Venezia può dirsi che uscisse giù dalle viscere di quel popolo, e avesse forti dalla natura i mezzi acconci a mantenerlo. Venezia teneva fin dalla sua cuna tradizioni principesche nel Doge che n’era stato per più secoli signore, e sempre re in piazza, sebbene con poca autorità nei Consigli,[165] teneva con certe regali apparenze tuttora il popolo in ossequio, e stava a petto degli altri principi. Venezia aveva un patriziato di stampa latina, le cui origini si annestavano alla istessa formazione ed a tutto il crescere d’una città per ogni conto maravigliosa e dalle altre singolare. Avea commerci più che industrie, e commerci d’oltremare che stanno in pochi; le possessioni dei suoi patrizi erano le navi, quasi castelli dove un solo capo i vassalli costringeva a dura opera e forzata. Nei marinari la stessa necessità di salvarsi contro a pericoli incessanti impone ubbidienza continua, docile, assoluta; tornati a casa, i marinari null’altro cercano che riposo, nè mai riuscirono strumento facile ai tumulti. I quali in Venezia erano vietati per fin dalla stessa struttura della città, che dalle acque tramezzata rendea malagevoli i popolari adunamenti, talchè a tenerla era bisogno di pochi armati; nè questi facevano alcun pericolo allo Stato, che dentro Venezia non mai ricettava quelle milizie forestiere di cui si valeva per le guerre e per la guardia delle provincie di terraferma.
Firenze ebbe in tutto condizioni differenti: avea con Venezia comuni soltanto le antiche scaturigini del sangue etrusco, e più che altrove inalterate da innesto germanico le latine tradizioni; talchè nei due popoli una cert’aria di fratellanza traspare tuttora. Ma il popolo di Firenze, più mobile e arguto e più inclinato allo speculare, voleva reggersi a democrazia; e se ora pendeva da pochi ottimati, non era per altro che per l’impotenza naturale all’altra forma di reggimento; e il popolo aveva più che le apparenze tuttavia sempre della sovranità. Era pei governanti un lavoro senza fine formare le borse, poi regolare le tratte ai magistrati ed ai collegi, ed ai consigli, ed agli ufizi di dentro e di fuori, secondo giovasse alla parte che reggeva; le molte pratiche e le regole che si adopravano minutissime serbavano certe loro peculiari e vive e affatto popolari locuzioni a noi trasmesse dai cronisti.[166]
Erano capi di quel governo Maso degli Albizzi, Gino Capponi, Niccolò da Uzzano, co’ quali stavano Bartolommeo Valori, Matteo Castellani, Palla Strozzi, Lorenzo Ridolfi, Nerone di Dionigi Neroni, Lapo Niccolini; altri minori giù giù scendendo formavano come la piramide di quello Stato. Maso degli Albizzi venne a morte l’anno 1417, forse della peste frequente in quel secolo e che era di nuovo entrata in Firenze:[167] nato l’anno innanzi la mortalità del 1348, avea nel vigore della giovinezza veduto molte cose avverse, le case sue abbruciate, lo zio decapitato, sè stesso bandito, parte de’ suoi consorti sciamati aver preso altre armi ed altro cognome. Richiamato a casa dappoichè l’impero fu tolto di mano ai Ciompi, tutte le cose se gli voltarono in favore: ed egli rimase come principe nella città, tenendo quel grado non solamente dalla ricchezza e autorità della casa, ma dalla prudenza sua e da quella civile modestia, per la quale fu contento essere grande più che parere; talchè il suo nome, che indi rimase lungamente celebrato, si trova confuso infinchè egli visse a quello degli altri più qualificati cittadini. Avea scelto per impresa un Bracco col muso serrato, la quale vedevasi incisa sopra al suo sepolcro in San Pier Maggiore: con essa voleva significare, che non si debba fare rumore innanzi al tempo.[168] Il quale precetto osservava egli costantemente, e lo Stato andava senza divisioni che apparissero: le offese che altrui recasse velava, poi con le piacevolezze temperava; contento impedire agli altri d’offenderlo, faceva le viste d’ignorare i mali umori i quali egli avesse destati in altrui; gli amici dubbi provvedeva non gli divenissero aperti nemici. Gino Capponi gli fu denunziato come se volesse mutare lo Stato; Maso rinviava l’accusatore alla Signoria, la quale gli fece mozzare il capo: tra quei che reggevano non parve mai rotta l’unione, vivevano sempre tra loro familiarmente.[169]
Moriva nel 1421 anche Gino Capponi: a questi sopravvisse Niccolò da Uzzano, sebbene già vecchio. Questi non si era levato sì alto per la potenza della casa, la quale rimasta fino allora nei castelli, non avea sèguito in città, ma pei servigi da lui prestati alla Repubblica lungamente; nè credo Firenze avesse mai cittadino che lo agguagliasse per la grande autorità dal senno di lui esercitata nei Consigli, frenando i più audaci e a sè conciliando col mite animo gli avversi. Girava il partito sì tosto che avesse Niccolò parlato, egli essendosi prima inteso con gli altri potenti, dai quali poi fosse fatto vincere il parere che insieme avessero accordato. Imperocchè «molti erano eletti agli ufizi e pochi al governo,» questo risedendo in quanto alla forma dei Collegi e ne’ Consigli; dove si veniva però a cose fatte nelle botteghe, negli scrittoi e nelle cene dei maggiori cittadini; degli altri essendo pressochè inutile la parola, concessa a mostra di libertà.
Il quale stato della Repubblica ci viene descritto da Giovanni Cavalcanti, autore di storie[170] che assai volte adopreremo. Abbiamo da esso la viva pittura di un Consiglio di richiesti al quale intervenne. «Il Gonfaloniere, uomo di dolce condizione e di grossa pasta, avendo in principio fatta la proposta e quindi messosi a sedere, lette le carte, chi disse una cosa e chi un’altra; erano i pareri assai differenti: mentre la turba consigliava, Niccolò da Uzzano dormia fortemente e nulla udiva di quelle cose, non che le intendesse. Infine, o che il sonno avesse in lui finito il suo corso o che lo avessero tentato perchè si svegliasse, tutto sonnolento salì alla ringhiera, ed esposto quello che fosse da fare, gli altri confermarono il suo detto.» Il Cavalcanti, di casa grande, era in quel numero come Capitano della Parte guelfa e non come cittadino stimato nè accetto al Palagio, dove pare sedesse allora la prima volta. «L’ingrata e plebea moltitudine (così egli scrive) niente o poco ci volevano alle preminenze del Comune in compagnia, e ci tenevano addietro, dicendo che avevamo a purgare la potenza ed i peccati de’ nostri antichi, se peccati erano; e se pure alcuno di noi eleggevano, sceglievano uomini disutili e molli, che stavano ristretti agli scamuzzoli di sotto le loro mense.» Questo l’antico nobile chiama modo tirannesco e non vivere politico nella città di Firenze.[171]
Era nella parte popolare venuto in grandezza Giovanni dei Medici chiamato di Bicci, non del ramo stesso dal quale uscirono Salvestro e Vieri, ma ebbe da questo ereditata la temperanza, e fu dell’altro meglio avveduto e più fortunato. Trovossi da giovane in povertà, essendo la casa dei Medici battuta con le altre della parte popolare: aveva poi fatto a sè medesimo la fortuna sua col mercatare, esercitando l’arte del Cambio felicemente, così da essere divenuto non che il più ricco cittadino di Firenze, forse anche d’Italia. Vecchio, ora godevasi la grazia popolare che aveva dal nome e dalle ricchezze e che egli nutriva con quell’accortezza che ha sede nell’animo, disposto ai savi e miti consigli e in tutto alieno dalle violenze. Fuggendo le sêtte, in Palagio non andava se non chiamato; e fondò così alla sua casa una grandezza per sè non cercata. Riammesso a godere gli uffici della Repubblica e avendo la mano nelle maggiori faccende, usciva Gonfaloniere l’anno 1421; al che fu scritto che Niccolò da Uzzano avesse in animo di attraversarsi: ma fatto è che il gonfalonierato suo passava innocuo e tranquillo.[172]
Motivo alle accuse contro alla parte dominatrice erano le guerre, le quali dicevasi da questa accese e mantenute a fini privati; intollerabili le prestanze, che sempre cadevano disugualmente sugli avversi e sopra il grosso dei cittadini quieti e senza parte, laddove a’ pochi ed agli aderenti loro venivano i guadagni e la gloria delle imprese, e il sèguito che si faceva ogni dì maggiore per le accresciute necessità. Quindi grandissime le lagnanze. «L’uno nominava chi era stato la cagione della sua gravezza, dicendo: e’ sa bene che mi è impossibile pagare sì sconcia cosa: s’egli appetiva il mio luogo, perchè non me lo chiedeva egli in vendita? e per meno del giusto pregio glielo avrei dato. L’altro diceva: e’ m’annoverano i bocconi, e, non che mi voglino lasciare il bisogno, ma mi niegano il necessario, solo per indurre la mia famiglia a disonore e peccato.» I luoghi, cioè le possessioni appetite, dovevano essere massimamente quelle dei grandi; o almeno a queste io credo accenni con più passione il Cavalcanti, che abbiamo noi finquì trascritto.[173] Le quali accuse molto aggravarono per la guerra contro a Ladislao; e Maso degli Albizzi ebbe taccia di avere condotta alla oppressione de’ suoi contrari la falsa pace che precedette alla morte di quel Re.[174] Laonde nel 1411 fu ordinato un altro Consiglio, ch’ebbe nome del Dugento perchè si compose di dugento cittadini, senza del quale non si potesse far guerra nè cavalcata fuori del dominio, non fare leghe nè confederazioni, non tenere stipendiati più di cinquecento lance e mille cinquecento tra balestrieri e palvesari, non pigliare in nome del Comune terra o fortezza, e non ricevere alcuno in accomandigia e protezione. Di queste cose vinto che fosse il partito nella Signoria, doveva proporsi al Consiglio del Dugento; e in questo approvato pe’ due terzi almeno, andare a un Consiglio di cento trentuno, che si componeva de’ Collegi e di altri ufficiali e di cittadini aggiunti, e poi al Consiglio del Popolo, e in ultimo a quello del Comune.[175] Era, come ciascun vede, un rendere più che mai difficile ed incomodo quel già sì intricato roteggio della Repubblica; ma erano infine gli uomini stessi che sempre deliberavano, perchè al Consiglio del Dugento doveano essere imborsati quelli che fossero stati essi o i padri loro ne’ maggiori uffici dopo al 1381, o come diceano veduti, cioè tratti a quelli uffici, o solamente chiamati abili e imborsati.
Dopo la morte di Giovanni Galeazzo era co’ Visconti cessata la guerra per un tacito consentimento tra le due parti, e per l’impotenza nella quale erano di rinnovellarla i due figli lasciati dal Duca in età minore: vedemmo dipoi lo Stato disfatto, ed essi medesimi senza libertà della persona oppressi da quegli stessi condottieri che gli tenevano in tutela. Ma ucciso nell’anno 1412 il maggiore figlio Giovanni Maria, portento di crudeltà in età ancora quasi imberbe, Filippo Maria pigliò la corona ducale rialzandone assai la potenza, nè occorre a me dire per quale serie d’iniquità: brutto del corpo e basso di animo, teneva nel resto delle qualità del padre suo, ma senza quel tanto ch’esse avevano di magnifico. Per vari modi e con artifizi lenti usando l’ossequio che aveva Milano alla casa dei Visconti, e bene sapendo valersi de’ condottieri che assai di buon grado s’acconciavano con quella casa, aveva nell’anno 1419 racquistato al suo dominio presso che tutte le città Lombarde, teneva assedio contro a Brescia venuta in mano dei Veneziani, ed avea disegni sopra Genova, della quale era Doge Tommaso di Campo Fregoso, cittadino egregio, valente ed abile a difenderla. Per tale impresa importava al Duca non tenere ostilità dalla Repubblica di Firenze, dove egli mandava grande ambasciata con la richiesta di fermare con patti solenni la pace durata tra loro più anni: e i patti erano, che nè egli s’ingerisse nelle cose di qua della Magra e del Panaro, nè i Fiorentini al di là. A quella proposta si divisero i pareri, e nei Consigli della Repubblica fu molto grave disputazione;[176] prevalsero quelli che volevano la pace, avendoli mossi l’ingordigia di Livorno, per cui giovava lasciare Genova nelle strette. Pareva che fosse glorioso dividere i Fiorentini col Duca la parte d’Italia la quale è posta di qua dal Po, siccome avendo racquistata Brescia divideva egli co’ Veneziani la parte al di là: godeansi avere libero il campo e consentito alle ambizioni cui si erano molto i Fiorentini lasciati andare; ed ai caporioni dello Stato pareva, qualora Filippo Maria mancasse ai patti, potere a lui più giustificatamente muovere guerra, nè si direbbe che l’aveano fatto per comandare e per arricchirsi. Qui pure l’esempio della Repubblica di Venezia seduceva quelli ottimati; quasi che avessero eguale la forza dei chiusi Consigli, e un popolo docile al pari di quello, e pingue l’erario delle entrate d’oltremare con poco bisogno d’aggravare i cittadini.
Siffatte ambizioni gonfiavano, dopo gli acquisti recenti, assai l’animo dei Fiorentini, i quali tendevano a rotondarsi lo Stato: e mentre il reame di Puglia, invaso dagli Angiovini di Provenza che Martino V vi ebbe chiamati, invaso poi tosto dal re Alfonso d’Aragona cui s’era Giovanna dissennatamente confidata, non potea reggersi in sè stesso; e mentre che in quelle bruttissime guerre i due grandi condottieri Braccio e Sforza erano implicati, finchè vi trovarono ambedue la morte; i Fiorentini tenevansi libero il mezzo d’Italia, sul quale avevano in quelli anni distese le braccia. Dei piccoli Principi che allora cingevano gli Stati della Repubblica, non pochi si erano dati ad essa in protezione. Da un lato i Marchesi del Monte Santa Maria ed i Conti Guidi di Dovadola, non che gli ultimi resti dei Tarlati; e in Romagna gli Alidosi, nell’Umbria i Trinci di Foligno, erano anch’essi raccomandati della Repubblica; cui s’era dato con egual titolo Guid’Antonio conte di Montefeltro e d’Urbino, con tutte le terre in sua dipendenza. Aveva, siccome vedemmo, in tutela gli Appiani di Piombino, dove ciascun anno andava per ivi amministrare il governo uno dei più qualificati cittadini di Firenze; e molti dei rami in cui dividevansi i Malespini di Lunigiana venivano anch’essi in dipendenza della Repubblica; potendosi dire così veramente che ella distendesse in fatto il dominio sino al fiume della Magra. Facevansi tali accomandigie generalmente per cinque o sei o per dieci anni, dopo dei quali, se nulla accadesse, venivano rinnovate.[177]