Frattanto le armi del Duca di Milano aveano costretto Genova a darsegli in potestà; così che però i cittadini da sè governassero le cose di dentro come facevano per l’innanzi. Per quell’accordo Tommaso di Campo Fregoso ebbe la signoria di Sarzana; la quale città essendo posta di qua della Magra, parve essere stato da Filippo rotto il confine che per la pace egli medesimo avea posto (siccome dicevano) tra la potenza lombarda e la libertà toscana. Aveva egli anche per accordo col Legato di Bologna mandato sue genti a difendere quella città contro all’assalto dei Bentivogli; che fu tenuta come un’altra e più manifesta violazione della pace. Dal che cercava egli di scusarsi per ambasciatori mandati a Firenze; ma intanto negava l’entrata in Milano a quelli che aveangli i Fiorentini inviato, dicendo veniano di luogo ammorbato, per essere in Toscana allora la peste.[178] In questo mezzo accadde che Giorgio Ordelaffi signore di Forlì lasciasse morendo il figlio Tibaldo sotto la tutela di Filippo, la quale parendo sospetta alla madre, ch’era di casa degli Alidosi, trafugò in Imola il fanciullo; ma fu costretta restituirlo, dappoichè il popolo di Forlì preferì stare alla osservanza del testamento dell’Ordelaffi; e il Duca volendo non al tutto discuoprirsi, mandava le genti del Marchese di Ferrara ad occupare la terra. Su questo in Firenze per lunghe consulte fu deliberato di muovere guerra, sebbene a molti paresse il farla pericoloso, e nulla potervi la Repubblica acquistare per la vicinità della Chiesa; talchè d’ogni impresa, comunque felice, non altro avrebbesi che l’aggravio. Giovanni de’ Medici si legge avere biasimato quella guerra e insieme con lui Agnolo Pandolfini; ma pure Giovanni fu coll’Uzzano tra i primi Dieci creati a fine di governarla. Elessero questi Pandolfo de’ Malatesti capitano, il quale muovendo all’espugnazione di Forlì, trovò che le genti del Duca guidate da Agnolo della Pergola, avendo occupata Imola e mandato l’Alidosi prigione in Milano, facevano forza per avere Zagonara, castello pel quale era loro necessario aprirsi la via a soccorrere Forlì. Muovevano pertanto contro alle duchesche le genti dei Fiorentini per lungo cammino e fatto malagevole dalle pioggie, tantochè giunsero a Zagonara co’ cavalli stracchi: e la pioggia seguitava, che non più i campi si conoscevano dalle vie; ed essi per dare l’assalto ai nemici erano costretti andare nel fango sino alle ginocchia. Carlo Malatesta, ch’era lì a’ fianchi di Pandolfo suo fratello, e contro al parere di Lodovico degli Obizzi aveva persuaso quella mossa, valorosamente combattendo su un grosso cavallo, invano incuorava i suoi che stavano in troppo grande disavvantaggio contro a’ nemici freschi e ordinati in forte sito. La rotta fu grande; Carlo Malatesta preso, Lodovico degli Obizzi ed uno degli Orsini morti; fuggiva Pandolfo col suo siniscalco Niccolò da Tolentino.[179]

Di quella rotta fu molto grande in Firenze lo sbigottimento, e più nei maggiori cittadini che temevano per sè, come quelli che avevano addosso tutto l’odio della guerra e il carico d’una impresa fallita, che pagare bisognava facendo danaro per via di prestanze, cui non sapevano come provvedere. Avevano imposto, per un così detto prestanzone rinnovato più volte nel corso di pochi mesi, novecento migliaia di fiorini d’oro;[180] ed inventato un Monte nuovo per le fanciulle e per i fanciulli da maritare, dove i superstiti guadagnassero sopra le somme decadute per le morti di coloro sul capo dei quali erano stati posti in comunanza, che è modo vizioso e meritamente riprovato.[181] Chiamarono quindi un Consiglio di richiesti più largo che prima non fossero soliti, perchè non bastava empirlo di quelli che assentivano ogni cosa, ma quando è bisogno che paghino tutti, bisogna che tutti pure siano rappresentati. Degli uomini antichi prima non volevano sapere, ma ora sforzati si volsero a quelli che avevano ributtato; ed era tra gli altri Rinaldo Gianfigliazzi, che da quarant’anni figurava nello Stato, vecchissimo allora ma sempre vigoroso così da essere adoprato pure in quegli anni nelle ambascerie; ed uomo di mezzo, come noi vedemmo, e voce da essere ascoltata. Nel Consiglio erano molti giovani, dai quali nulla non si cavava: si alzò Rinaldo e rinfrancò gli animi non meno a speranza di salute che a difesa di giustizia; disse il segreto di quelle guerre: «Voi non avete perduto nulla del vostro, anzi hanno perduto coloro che erano creditori de’ vostri soldi, co’ quali medesimi soldi ne avrete altrettanti più freschi e più forti, perchè chi ha del pane, mai non gli manca cane. Solo in una cosa consiste il vostro rimedio, cioè di non volere che le borse degli uomini impotenti abbiano a pagare quello che non vi si trova e non vi è rimaso. A chi ha da pagare si pongano le gravezze e si risquotano. È più ragionevole difenda il Comune chi ha gli onori e gli oneri del Comune, che chi è escluso dagli onorevoli luoghi della Repubblica. Soldisi gente a piè ed a cavallo, e stiesi alle difese.[182]» Chiamarono venti cittadini a porre le nuove gravezze, per le quali veniva il carico degli uomini potenti cresciuto di cinque soldi per lira: ai quali pareva essere entrati in disperato laberinto, vedeano la guerra andare in lunghezza, e gli spendii dovere uscire dalle loro borse: chiederono sgravio, il quale più volte fu messo a partito e molta pugna se ne fece, ma non si potè mai vincere per alcun modo, perchè gli artefici e il numero dei cittadini di poco stato erano cagione che non si vincesse. Veduto il che, cercarono rendere odiosa la gravezza; e diedero autorità ai messi e berrovieri di portare arme; e degli oltraggi che facessero ai debitori del Comune non si potesse conoscere. Dal che avvennero disordini gravi; ed un Francesco Mannelli, tra gli altri, fu ferito sconciamente.

Delle Arti che prima erano forza della città, cadute al basso (come vedemmo) le Capitudini, rimanevano le Confraternite religiose, antica e sempre molto vivace istituzione che in ogni tempo mantenne in Firenze le forme e gli ordini popolari. Più tardi i Medici, fatti principi, assai penarono a ridurle pazienti e docili alla servitù: ma ora stavano contro gli ottimati, in quelle facendosi congreghe segrete, e lì si sfogavano le ire popolari, e ordivansi trame contro allo Stato. Cosicchè furono insino dall’anno 1419 levate via e chiuse le Compagnie laicali in città e fuori per un miglio attorno, con pene rigorose. Dessero i libri e le scritture al cancelliere del Comune, i mobili venduti e distribuito il danaro ai poveri; i luoghi che fossero atti si riducessero ad abitazione, gli altri si serrassero; e se alcun prete o religioso fomentasse simili adunanze, vollero che fosse procurato col Papa di privarlo de’ benefizi e mandato fuori del dominio.[183] Ma perchè tutti questi rigori, secondo il solito, non bastavano, troviamo in quest’anno 1426 trattarsi del modo come impedire che risorgessero congreghe siffatte contro ai termini delle provvisioni poste.[184]

Ma quanto facessero per tali industrie era nulla, se non pervenissero a ridurre in pochi lo Stato, che era il fine d’ogni cosa, levando di mezzo quei cittadini d’ogni colore i quali s’erano dovuti ammettere per necessità a fare numero nei Consigli; perchè gli ordini della Repubblica a ogni modo erano popolari, nè industria bastava, se le antiche forme non si alterassero e lo Stato venisse al tutto e scopertamente in potestà degli ottimati, grandi o di popolo che si fossero. Quindi, con permesso del Gonfaloniere Lorenzo Ridolfi, ordinarono d’essere insieme una mattina in Santo Stefano settanta dei più eminenti cittadini; tra i quali (secondo si legge) Rinaldo di Maso degli Albizzi, che tutti vinceva per eloquenza, parlò così: «Le vostre discordie vi hanno dato a compagnia chi già ad altro tempo non sarebbono stati tolti per sufficienti famigli de’ vostri maggiori: dimenticate le ingiurie che fossero intra voi, ed accordatevi al popolare reggimento ed al comune utile. Voi siete il Consiglio di questa città; adunque quello che per voi si farà, farà il Comune, perchè il Comune siete voi. In antico per dispetto de’ nobili e degli antichi popolani, ciascuno ha fatto nuovo rimbotto, e aggiunti tanti novissimi e meccanici nelle borse, che ora le loro fave è tal numero che le vostre non ottengono. Io vi ricordo che sempre in tutti i popoli è grandissimi odii tra’ nobili e meccanici cittadini. Nonostante che qui tra noi non sia quella gentilezza che per li savi si conchiude, ma noi siamo gentili appresso a chi noi ci abbiamo fatti compagni; chi è venuto da Empoli, chi di Mugello, e chi c’è venuto per famiglia, ed ora ce li troviamo per compagni al governo della Repubblica. Ed almeno stessono contenti a quello che eletti gli abbiamo, ma e’ ci tengono per servi, e loro essere i signori. Se si ragiona di guerra, eglino la confortano e tra loro dicono: noi non possiamo perdere; però che se la guerra vinciamo, noi siamo al governo appresso di loro, ed empianci le borse; se si perde, che è a noi? conciossiachè niente o poco ci costa, perocchè le nostre botteghe hanno altrettanto d’uscita quanto d’entrata; possessione ne’ danari di Monte nostri non si trovano e non abbiamo. Aggiungono ancora un’altra ragione, e dicono il vero: quando c’è le guerre, la città è sempre abitata da moltitudine di soldati a piede e a cavallo; chi viene per acconciarsi e chi s’è acconcio; chi per le sue paghe e chi per fare la mostra; e così tutta la terra sta sempre piena di gente bellicosa, la quale conviene che ogni sua necessità compri; là ove gli artefici ne stanno grassi e bene indanaiati. Savi cittadini, la guerra dei lupi sempre fu ed è pace degli agnelli; e’ dicono essere gli agnelli, e voi i lupi; e però niun partito, il quale voi ordinate e desiderate che si faccia, non vogliono vincere con le loro fave, anzi desìano e cercano il vostro disfacimento. Che amore credete voi che gli abbiano alla Repubblica coloro a cui mai costò nulla? Eglino non sanno quasi chi essi si sieno; come possono avere amore ad altrui coloro che non l’hanno a loro medesimi? Io ho veduto venire il villano di contado, e dirgli il figliuolo: quando venisti e quando ne andate? per le quali parole pare che più tosto ami che se ne vada, che non ami che ci venisse. Ancora di quelli ho veduti che hanno vietato al padre che non lo manifesti per figliuolo, però che non vogliono che si sappia che il padre sia bifolco o agricolo. Adunque, che amore credete abbiano a voi e alla vostra Repubblica quelli i quali non l’hanno alle loro medesime case? Niuna differenza è al nascere e al morire dal gentile al villano; ma ne’ costumi sono differenze, e massimamente nell’amare; il gentile ama, il villano teme: dico che dal villano all’artefice è poca differenza. C’è poi tra tante ragioni una massima, conciossiachè l’origine della vostra signoria distendeva il contado dal Galluzzo a Trespiano, e ciò che avete d’avanzo possono dire non essere di vostra ragione; anzi di coloro, di cui questi veniticci furono già fedelissimi vassalli. Adunque l’amore è piuttosto nelle origini dei vostri nemici che non è nella vostra Repubblica, e così naturalmente sono desideratori del vostro rovinamento. Sicchè provvedete; che vi è tanto più necessario, che bisogno vorrebbe già essere provveduto. Signori cavalieri, e voi valorosi cittadini, non vedete voi ch’egli hanno poste le gravezze trasordinatamente a tutti voi, i quali avete in mano le redini della Repubblica? E vedete le ingiuste poste, le quali per voi si comprende non le potere soddisfare. Avete addimandati non nuovi modi, ma antichi ed usati da lunghe consuetudini. In simili condizioni di trasordini si è sempre usato lo sgravio, acciocchè quelle poste che sono fuori del ragionevole, si correggano e rechinsi al ragionevole per lo sgravio. E niente hanno voluto acconsentire; innanzi vogliono contaminare l’antico consueto dello sgravio, che ottenerlo colle fave alla civile usanza. Non sapete voi che la lunga consuetudine si ritrova in tra le leggi? E chi dalla legge si parte, rinunzia al ben vivere ed alla civile libertà? Per certo voi potete vedere come in tutto cercano il vostro disfacimento e quello della vostra Repubblica. Credete voi che non tengano a mente la crudeltà de’ loro padri, e che non sappiano quanto la loro perfidia si distese sopra il sangue de’ vostri maggiori? Cercate i conventi de’ frati, e trovereteli pieni di corpi e di carogne de’ vostri antichi; guatate il muro del Capitano, che ancora ritiene le note del sangue di tanti valenti cittadini, i quali erano sufficienti per le loro mani tutta lingua latina essere giustamente governata. Qual cosa ci fu che non fosse piena di pianto e di lamento di vedove e di pupilli? Tutta la città era piena di oscuri vestimenti con volti tutti lagrimanti e pieni di dolorosi aspetti. Non sentiste voi le voci delle misere madri, degli orfani e de’ pupilli gridare e dire: non vi fate compagni coloro che ci hanno tolti i nostri sposi e i nostri padri, i quali furono l’onore e la gloria di questa Repubblica. Qual via o qual contrada sapete voi, che ancora non vi rinnovelli delle reliquie delle loro arsioni? Perchè col fuoco le loro furie l’arsero e disfecero. Quaranta maledetti mesi tennero in servitù questo popolo! tanti sbanditi, tanti confinati, ed ancora con veleni nobili cittadini falsamente feciono morire, e tali con le coltella perirono, e non era cittade che non fusse piena de’ vostri antichi: chi v’era in esilio, chi per isbandito e tale per rubello: e così le stranie patrie abitavano. Piacciavi perdio di non volere stare pertinaci nelle vostre discordie, acciocchè quelle non sieno più l’esca che accenda il fuoco, il quale fu spento da quel vostro cittadino di Bardo Mancini. Voi ci avete misto i campi di Figline e di Certaldo e di cotali luoghicciuoli, con assai disutili schiatte; e venutici colla bottega al collo, hanno tenuto in mano il vostro gonfalone. Ancora avete aggiunto a questi così fatti mostacci, ammoniti ed originali ghibellini i quali sapete che sempre furono nemici del guelfo reggimento; e addietro avete lasciato i nobili della vostra città. Questo dite che fate per le incomportabili superbie che usavano i loro antichi: la superbia non si niega che non sia abbominevole a comportare, ma e’ non è minore il fastidio presente della stolta plebe, che si sia la preterita superbia degli antichi e de’ nobili. Diremo noi che sia superbia incomportabile quella di colui che è nato de’ Bardi, se desidera di essere maggiore che il nipote di Piero Ramini, e il figliuolo di Silvestro fornaio? Non è egli più giusta cosa, che quegli che è nato de’ Rossi sia sopra quello dello Stucco, che quello dello Stucco sopra lui? o che quel seggio sia negato a’ Frescobaldi, che è conceduto allo Stuppino? Senza che non contendono questo, ma desiderano egualità con tutti, e non maggiorità di persona. Dico, che queste non sono superbie, ma più tosto ragioni naturali e comandate dalla grandigia e dalla nobiltà della Repubblica; avvegna dio che, da quanti più nobili è governata la Repubblica, tanto è più nobile la Repubblica. E nientedimeno i nobili addietro avete lasciati, e i vostri nemici per le vostre sfrenate volontà vi avete fatti compagni. Dico che a voler tutti i vostri benefizi conservare, è da dar modo che le borse si vuotino delle maladette pravità de’ mali uomini. Sapete che la terra è compartita in tre generazioni d’uomini, cioè scioperati, mercatanti ed artefici. Avete le leggi de’ vostri antichi, che nel numero de’ Signori sia due delle Arti minori, e gli altri sieno delle sette maggiori Arti e scioperati mescolatamente; e per simile modo e ne’ Collegi. Ma il Consiglio del popolo, dov’è il tutto delle volontadi, e dove si conchiude tutte le cose del Comune, vi è delle ventuna Arte, sette delle maggiori, e quattordici delle minori. Adunque vedete, che le due parti vi è delle minori e il terzo delle maggiori; così la legge non è obbedita, e però non vi riescono le vostre volontadi, perchè naturalmente vi sono nemici e hanno le fave nelle mani. E’ si vuole le quattordici minori Arti recare a sette, e che il numero degli artefici seguiti lo scemo delle Arti: dico là dove sono due artefici, torni ad uno, ed a quel mancamento vi si aggiunga le maggiori Arti e i Scioperati. Questo vi sia assai abile a fare: come uomini nuovi, non intendono quello che si fanno, se non quando comprendono fare il vostro disfacimento. Noi il senso della legge e la volontà nostra faremo trarre a un medesimo fine: sempre la chiosa di colui che ha fatto il testo va innanzi a tutte le altre; ed è ragionevole, avvegnadio che tutte le leggi, per efficaci e giuste che sieno, stanno soggette alla forza: chè sempre la spada nell’ultimo è il competente giudice. Ed è tra voi la forza e il dominio sopra la gente dell’arme, per l’asprezza della presente guerra: che avremo se non a soldare due tre migliaia di fanti, e mostrare di voler fare una segreta cavalcata in accrescimento della Repubblica, e quelli in un deputato giorno, sotto colore di fare la mostra, condurli in sulla maestra piazza a far pigliare le bocche per le quali gente plebea vi potesse noiare? E chi ha il governo, adoperi le fave col favore della spada, e per questa via si verrà alle desiderate conclusioni. Qui non resta se non a dare il modo a seguire l’ordine ed eleggere il tempo abile a tanto fatto. Se mestiero fosse la mislèa, vi è debito non fuggirla, ma seguitarla. A che ricorreranno queste vili Capitudini? I fornai si armeranno di pale, e con le vostre schiave ne faranno cordoglio; e così altri coi loro trafficatori si compiagneranno della vostra gloria. Però in tutto vi si prega, e me con voi insieme, a dare il modo che gli uomini degni abbiano gli onorevoli luoghi del Comune; e che questi veniticci stiano alle loro articelle a esercitare gli alimenti necessari a nutricare le loro famiglie, ed in tutto dal governo della Repubblica escluderli siccome seminatori di scandali e di discordie. E se nessun altro più ottimo rimedio ci vedete, prego si manifesti; e quanto più presto, meglio: e quello che è più utile, perdio, con tutta sollecitudine si faccia.»

A questo parlare tutti alzarono le mani al cielo, lodando Dio e messer Rinaldo; e tutti si volsero a Niccolò da Uzzano, mostrando talento d’udire il parere di Niccolò quanto aveano mostrato piacere del consiglio di Rinaldo. Ma il grande Anziano lodando il fatto, una cosa aggiunse: «Voi sapete come la famiglia de’ Medici è stata sempre capo e guida della plebe. Ora voi vedete Giovanni di Bicci essere capo di tutta la famiglia, ed è sostegno e guida degli artefici ed ancora di più mercatanti, i quali reputano lui padre non che di tutte le Arti minori, ma delle maggiori sostegno e campione. Io consiglio che chi si sente a lui intimo, lo richiegga di recarsi alla nostra intenzione, ed ogni volta che questo sia senza nulla di dubbio, faremo tutto quello che il valente cavaliere ha consigliato.» A queste parole ciascuno s’accordò; e messer Rinaldo fu chiamato a richiedere Giovanni de’ Medici alla loro congiura. Andò Rinaldo ed espose il fatto; al quale Giovanni si negava risolutamente, com’era da prevedere; e biasimandolo forte: «Donde cavate voi (disse) che i sollevamenti de’ popoli sieno pace e tranquillità de’ cittadini? Se il vostro padre vivesse, ei non avrebbe voluto che il popolo fosse del suo luogo rimosso se non per abilità de’ poveri uomini; e se voi tenete a mente i suoi portamenti, direte questo medesimo essere così.» Qui annoverò alcuni benefizi che Maso avea fatti a pro degli infimi, ed i freni posti alle soperchierie dei potenti. Aggiunse: «Volete ora voi ritrovarvi a disfare con insopportabile ingiuria, tanti benefizi del vostro eccellente padre verso questo popolo? Io v’annunzio per vostro avviso che quando eglino avessino acconci loro, che egli sconceranno voi e me e gli altri buoni uomini di questa città. Io, come ho trovo il popolo, così il voglio lasciare; ed ancora ne conforto voi che il simile facciate.» Giovanni accennava ai grandi, che avrebbono sconciato ben tosto tutta la parte dei popolani e tutti gli ordini dello Stato. Nè credo l’Uzzano altra replica si aspettasse, nè altra volesse, avversi ambedue ai modi violenti a cui Rinaldo parve inclinare. L’Uzzano esortava si ripigliasse lo Stato come aveva fatto Maso degli Albizzi nel 93, serrando le borse senza più fare rimbotti, cioè senza chiamarvi per via di partiti altri nuovi cittadini; voleva che fosse rinnovata la balía ogni dieci anni regolarmente, innanzi cioè che avesse potuto alterarsi quello Stato, perchè le balíe non uscissero di mano ai capi di esso, nè aprissero mai le vie degli uffici ad altri che ai loro. Bramava accostarsi quanto più potesse ai modi e alle forme della Repubblica veneziana: andava però con passi malfermi, secondo imponevano le troppo diverse condizioni; e in certo suo scritto pare consigli ringiovanire le decadute istituzioni della Parte guelfa, tornare cioè ai modi antichi, soli possibili in questo popolo com’egli era.[185] Giovanni voleva anch’egli serbare le forme antiche della Repubblica, null’altro cercando a sè ed ai suoi che il favore popolare.

Ma una parte si formava intorno a lui non consenziente, e i figli suoi Cosimo e Lorenzo gli facevano rimprovero del non mostrarsi più vivo, stimolati anche da un Averardo di Alamanno de’ Medici, uomo cupido e ambizioso. Dai quali Giovanni qualche rara volta si lasciava condurre in Palagio; ma rifiutandosi, quanto a lui, ad ogni cosa per cui potesse nascere divisione nella città. Diceva: «Per me io voglio attendere alle mercanzie dalle quali ebbi ogni grandezza, e da quelle in fuori la Repubblica non mi glorifica; perchè quand’io ero indigente, non che la Repubblica mi alzasse, ma cittadino non ci era che mi conoscesse o che non mostrasse di non avermi mai veduto.» Giovanni di Bicci e Niccolò da Uzzano, ambedue vecchi, s’adopravano a contenere ciascuno i suoi; ma troppi già erano ai quali giovava la guerra aperta, e che cercavano ad essa cogliere le occasioni. Erano in Palagio due Cancellieri; che l’uno, ser Paolo di Lando Fortini, era tutto degli Uzzani, e l’altro, ser Martino di Luca Martini, stava co’ Medici. Per il che cercando quegli rimuoverlo dall’ufficio, ottennero questi che invece ser Paolo fosse levato: l’anno dipoi fu casso il Martini; del che si legge il vecchio Giovanni avere avuta grande afflizione.[186]

Questo è il solo fatto di cui si trovi nei minori Cronisti alcun cenno, ma basterebbe anche solo a mostrare già essersi scoperta la parte de’ Medici, Rinaldo a quella dichiaratamente avverso, avverso ma cauto Niccolò da Uzzano. Di tutto ciò noi però teniamo conto accurato, perchè della grande mutazione che indi avvenne cerchiamo indagare con ogni studio le prime origini, oscure in gran parte. Ma quanto alle cose fin qui dette ci corre obbligo di dichiarare tutto il racconto essere fondato sopra la nuda testimonianza d’un solo autore contemporaneo, ch’è Giovanni Cavalcanti: da lui traeva il Machiavelli non che la materia del quarto suo Libro, bene spesso le parole, senza che per altri libri o documenti crescesse lume a questi fatti.[187] La radunanza in Santo Stefano e i discorsi che vi si tennero, non hanno per noi altro mallevadore che il Cavalcanti, alla cui autorità non vorremmo starcene alla cieca; e quell’arringa che egli poneva in bocca a Rinaldo, sembra esprimere a dir vero anzi i concetti degli antichi grandi che i propri dell’Albizzi. Ma perchè assai bene e con linguaggio molto nervoso ci mette innanzi le divisioni che erano in seno della Repubblica, credemmo potesse riuscire utile all’istoria; e quando ai lettori fosse apparita troppo lunga, saremmo ingannati del nostro giudizio. Inoltre il fatto dell’essersi allora qualcosa agitato, riceve conferma per altri indizi, sebbene lievi, che a studio potemmo altrove raccogliere.[188] Torniamo al seguito del racconto.

Ai reggitori di quello Stato, sebbene intorno si ammontassero le difficoltà, non mancò l’animo; e rifatti di danaro pei balzelli pur quella volta riscossi, pigliarono a soldo quanti poterono Capitani che fossero al caso da restaurare quella guerra. Fidavano molto nelle armi Braccesche, nelle quali era il conte Oddo, giovinetto che dopo la morte del padre suo Braccio aveva seco governatore di tutte le imprese Niccolò Piccinino, che fu il migliore tra i discepoli di Braccio, e dopo lui tenne la condotta di quelle armi: bramò egli fare un’impresa segnalata contro a Faenza, mosso da uno de’ Manfredi, ribelle che si era posto ai servigi della Repubblica. Sperava favore costui nei villani delle valli del Lamone, i quali vedemmo un’altra volta quanto potessero; ma perchè i soldati non attendevano che a rubare, gli furono contro, e chiudendo i passi, misero in rotta quei predatori, uccidendo il misero e pro’ giovinetto, che bello della persona e franco nelle armi s’era valorosamente diportato. Rimase prigione il Piccinino, e fu menato nella città di Faenza: quivi egli riusciva con le persuasioni a voltare quel Signore, sicchè lo condusse a entrare in lega co’ Fiorentini. I quali però venivano successivamente a perdere quante fortezze e terre aveano in Romagna, alcuna di esse abbandonate con poca difesa per viltà dei Commissari che le tenevano: per il che apparve tanto più eminente la virtù di Biagio del Melano; il quale, mancatogli ogni mezzo alla difesa della rôcca di Monte Petroso e pure negando renderla, e i nemici con animo di costringerlo avendo appiccato il fuoco all’intorno; Biagio si fece ai merli, e gittate prima a terra quante avea robe in casa leggere e morbide, vi gettava sopra i propri suoi figli di piccola età, i quali furono dai nemici pietosamente raccolti, ed egli lasciossi perire in mezzo a quelle fiamme anzichè rendere la fortezza: il nome di lui fu molto in patria celebrato, e la Repubblica provvedeva splendidamente ai rimasti figli del preclaro cittadino. In Val di Tevere Capitano era Bernardino detto della Carda, di quella casa degli Ubaldini la quale, avendo perduto lo Stato per lunghi assalti dei Fiorentini, serviva ad essi ora per la necessità di vivere colla spada, com’era l’usanza dei signori castellani: da costui nacque (la madre s’ignora) quel Federigo che risuscitò la casa dei Montefeltri e fu il migliore dei Principi di quel secolo. Avea Bernardino incontro le forze dappertutto vittoriose di Guido Torello e d’Agnolo della Pergola, dai quali essendo colto in Anghiari, fu messo in rotta e andò prigione in Lombardia: e frattanto il Piccinino, per indugi che i Dieci posero a soddisfarlo di certe pretese, lasciò allo spirare della sua condotta per sempre i servigi della Repubblica; alla quale, come capitano del Visconti, fece poi soffrire gravissimi danni.[189]

Tante rotte successive e tante perdite avean messo in grave angustia i Fiorentini; dai gioghi alpestri della Romagna fino alla valle di Chiana scoperto lo Stato delle più valide sue difese con tanto studio acquistate, incerta la fede de’ Signori circostanti, e Siena e Lucca male disposte perchè in sospetto esse medesime delle ambizioni della Repubblica. Bisognosa di soccorso, cercava essa quindi con ogni industria procurarselo. Sigismondo imperatore avea differenze col duca Filippo; tantochè avendo speranza condurlo in Italia contro lui, gli mandarono ambasciatori, fidando anche molto nel favore dello Spano. Ma essendo Sigismondo tuttora in guerra ed in assai mala inclinazione verso la Repubblica dei Veneziani, riusciva inutile ogni pratica.[190] Al Papa era andato due volte Legato Rinaldo degli Albizzi, e dimorato in Roma più mesi,[191] s’ingegnava intimorirlo delle intenzioni che il Duca aveva nel Reame, per le quali praticava segretamente col re Alfonso. Ma il Papa cercava invece condurre i Fiorentini ad una sforzata pace, alla quale il Duca mettea condizioni impossibili ad accettare, null’altro volendo che turbare in ogni modo lo stato d’Italia. Ogni speranza era dunque posta nella Repubblica di Venezia, dov’erano andati prima lo stesso Rinaldo, indi Palla Strozzi, e troviamo che vi andasse Giovanni de’ Medici. Lorenzo Ridolfi, che seguitò a questi e poi vi rimase, penò lungamente a fare capace quella circospetta Signoria della convenienza di pigliare in tempo riparo contro alle aggressioni che addosso a lei si volterebbero quando ella fosse rimasta sola. Si narra che un giorno orando in Senato, Lorenzo dicesse queste parole: «i Genovesi non aiutati da noi fecero Filippo Maria signore; noi derelitti da Voi, e impotenti ad ogni difesa, lo faremo re; Voi, quando non sia rimasto chi possa, benchè volesse, darvi soccorso, Voi lo farete imperatore.» Da prima ottenne il Ridolfi che la Lega venisse accettata in via di massima, continuando pure a negoziare col Duca la pace. Allora in Venezia pervenne il conte Francesco da Carmagnola, grande uomo di guerra, al quale doveva Filippo Maria le sue maggiori vittorie; ma o che il debito pesasse a questo, o che il Carmagnola fosse troppo alto per un principe di quella fatta, si venne tra loro a tale rottura, che il Conte si partiva cercando condurre quante più potesse armi italiane contro a Filippo. Ed era in Venezia nel supremo magistrato Francesco Foscari, che ambizioso d’ampliare il dominio, male s’adagiava in quelle cautele cui era solita la Repubblica: ambedue questi diedero mano possente e valida al Ridolfi, il quale ammesso un altro giorno in Senato, «Se (disse) v’è cara quella libertà di cui s’onora la città vostra, unite le armi vostre alle armi di noi, che pure siamo e vogliamo essere liberi; noi per questa guerra abbiamo già speso più che due milioni di fiorini, venduti per essa i gioielli delle spose e delle figlie nostre; ma pure ancora possiamo con Voi portarne il peso, e noi vi chiediamo d’averlo comune. Tenete a mente, che a duchi ed a re, senato e popolo sono nomi odiosi egualmente, e che hanno animo a disfarli: oggi voi siete di noi più possenti; ma non basterete, vinti noi, contro alle forze di questo Duca, il quale se cerca la nostra ruina, vuole anche poi farsene scala alla vostra, ed alla oppressione di quanti rimangono uomini liberi in Italia.» Fu stretta la Lega, nella quale entrarono il Marchese di Ferrara ed il Signore di Mantova, e il duca Amedeo VIII di Savoia, ed il re Alfonso d’Aragona, e la Repubblica dei Senesi; il Carmagnola supremo Capitano di tutta la guerra, che fu bandita a’ 27 gennaio 1426. Nella quale i Fiorentini avrebbono posto in campo sei mila cavalli e sei mila fanti, i Veneziani da nove mila cavalli e otto mila fanti.[192] Era tra le condizioni della Lega, che fosse in arbitrio dei Signori Veneziani fare pace o tregua secondo che a loro paresse; ed avevano pattuito che a loro dovessero andare tutti gli acquisti che si facessero in Lombardia, quelli di Romagna e di Toscana venendo soli in potestà della Repubblica di Firenze, quando non fossero della Chiesa. Era patto disuguale, la Romagna essendo di ecclesiastica preminenza; ed ai Fiorentini che portavano i due quinti della spesa, quello che avanzasse da guadagnare non si vedeva; ma era minaccia contro al Signore di Lucca, ed io non credo per nulla piacesse cotesta clausola ai Senesi.[193]

L’entrare in campo della Repubblica di Venezia aveva sommosso i Guelfi di Lombardia, che è dire la parte degli artigiani delle città e tutto il popolo campagnuolo, oppresso da quelle castellane Signorie le quali stavano per il Duca. La forza che aveva Firenze trovata quando era capo di Parte guelfa contro a’ piccoli Signori intorno a sè nel contado, stava ora in Lombardia per la Repubblica de’ Veneziani, che bene sapeva usare il vantaggio; cosicchè il passare sotto al dominio di questa, era alleviare la condizione di popoli avvezzi ad imperi soldateschi, i quali per essere in mano di nobili, anche sapevano di straniero. Brescia avea scosso popolarmente il giogo del Duca, e con l’aiuto dei villani che discendevano giù dai monti, faceva aspra guerra contro ai soldati delle fortezze, che unite tra loro da mura grossissime con torri e bastioni, la stringevano;[194] città serbata in ogni tempo alle grandi prove ed al patire gloriosamente. Quivi era dunque allora il nodo di quella guerra, ed i Veneziani vi mandarono il Carmagnola con tutte sue genti, e scrissero ai Dieci perchè avviassero prestamente in Lombardia quelle che la Repubblica di Firenze teneva in Romagna sotto la condotta del Marchese di Ferrara venuto a parte della gran Lega. Filippo Maria dal canto suo richiamava dai confini di Toscana l’esercito; al quale essendo precorsa l’oste fiorentina, contendeva il passo del Panaro, bene alloggiata e fortemente in sulla riva di là: ma i ducheschi, scendendo il fiume, lo passarono a poca distanza, e avuto il soccorso di Agnolo della Pergola, si poterono condurre sicuramente oltre Po, non senza infamia del Marchese di Ferrara, che nulla avea fatto a impedire quella mossa. Ma quella unione delle due Repubbliche latine, che erano i due cardini dell’italica libertà, siccome avea dato ardire e speranza di nuova salute ai popoli di Lombardia, così era dovere che ai Signori dispiacesse; e a quello d’Este pareva essere, tra’ due pericoli, meno grave e innanzi tutto meno odiosa la potenza del Visconti, di quello che fossero o la vicina grandezza della Repubblica di Venezia, o le popolari libertà che i Fiorentini venivano oggi a promuovere in Lombardia.[195]