A noi non ispetta narrare l’assedio memorabile di Brescia, nè la ferocia popolare contro a’ Ghibellini che teneano le castella, nè le crudeltà di questi, nè l’arte di guerra che dispiegò il Carmagnola, finch’ebbe la terra in capo a otto mesi, facendone acquisto che indi rimase alla Repubblica di Venezia. Intorno a Genova era grande sforzo dei fuorusciti che una volta giungevano fino sotto le mura della città, e si credevano rientrarvi: principali erano il Fregoso e un Fieschi, ch’ebbero aiuto dai Fiorentini di buon numero di fanti sotto la condotta del prode ed infelice Tommaso Frescobaldi, il quale caduto in mano ai ducheschi, e messo alla corda perchè rivelasse la intelligenza che aveva dentro, con forte animo ricusando tradire al nemico i segreti del Comune, morì nei tormenti: la Repubblica dotava due figlie lasciate dal fedele cittadino.[196] Il Papa frattanto s’interponeva per la pace, ed era Legato per esso il buon Cardinale Niccolò Albergati bolognese, il quale credette averla composta;[197] ma era inganno, perchè Filippo che aveva promesso cedere il forte castello di Chiari, faceva assalire i soldati di Venezia ch’erano andati per occuparlo; cosicchè la guerra più fieramente si ripigliava dalle due parti, che ebbero insieme prima ad Ottolengo, poi a Casa al Secco presso Cremona, scontri inutili ma sanguinosi. Filippo istesso, contra suo costume, era venuto della persona sua con grande seguito in Cremona per dare fermezza a’ suoi partigiani e sopravvedere le difese. Nel Po fu battaglia tra’ galeoni del Duca e quelli che i Veneziani avean fatto risalire sotto la condotta di Francesco Bembo, il quale ivi ottenne splendida vittoria. Ed altra più insigne e molto famosa ebbero le genti della Lega presso Maclodio, dove i ducheschi spintisi innanzi per terreni paludosi, in fondo ai quali il Carmagnola s’era cacciato a disegno, si viddero a un tratto chiusa la via dietro per nuovo assalto delle genti soldate dai Fiorentini sotto la condotta di Bernardino della Carda, riuscito di fresco a fuggirsi di prigione, e di Niccolò da Tolentino. Si gridava dinanzi San Marco, di dietro Marzocco, e nel mezzo Duca: del quale l’esercito pareva condotto a ultima ruina, se non avesse il Carmagnola lasciato a una parte dei vinti agio di porsi in salvo; o fosse prudenza, temendo il valore di uomini disperati, o dubbia fede, siccome parve più tardi al Senato di Venezia.[198] Questi, per allora non fattane accusa al suo Capitano, si rese più agevole alla conclusione della pace, per la quale erano andati ambasciatori dei Fiorentini a Ferrara Palla Strozzi e Averardo dei Medici: mediatore sempre il Cardinale di Santa Croce. Il nodo era Genova, che i collegati volevano il Duca lasciasse o la rimettesse in mano del Papa: negò pertinacemente;[199] ma infine l’accordo si fece, avendo il Duca ceduto, oltre a Brescia, del suo territorio, Bergamo e tutta la parte di Lombardia insino al fiume dell’Adda, rimasto confine ai Veneziani finchè durava lo stato loro: e fu all’Italia beneficio quell’acquisto, caduta Milano in mano a stranieri, e Venezia mantenendosi infino all’estremo della sua decrepitezza pur sempre libera e latina. Maggiore cosa fu avere innanzi Amedeo duca di Savoia aggiunto ai suoi Stati Vercelli, stringendo d’allora in poi tra l’Adda e la Sesia il Ducato di Milano. Aveva quel Duca sperato l’acquisto alla sua casa di tutto il Ducato per via di nozze del figlio suo con la figlia unica di Filippo: ma quei negoziati, che poteano pe’ tempi avvenire salvare l’Italia, presso al conchiudersi poi svanirono.[200]

Capitolo VII. CATASTO. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — GUERRA DI LUCCA. [AN. 1427-1433.]

Costò quella guerra contro a Filippo Maria tre milioni e mezzo di fiorini, e aveano di spesa continua settanta mila fiorini al mese.[201] Non poteva la Repubblica oggimai vivere disarmata e non sapeva; entrata anch’essa nel ballo delle ambizioni, minacciata e minacciante, e avendo levato di sè gran sospetto appresso ai popoli di Toscana. Poniamo qui una impresa fatta contro Marradi (sebbene avvenuta alcuni mesi più tardi), per la quale i Fiorentini acquistarono quella terra pel sito fortissima e chiave delle Alpi, cacciandone uno dei Manfredi di Faenza. Ma quella impresa pure ebbe biasimo dai molti che amavano lo stare in pace e con poche spese. Al fare moneta non bastavano gli antichi modi; cagione di scandali il nuovo reparto, nè a rimutarlo si sarebbero chetate le accuse. Aveano cercato già da molti anni descrivere i beni e le entrate di ciascuno, cosicchè non venissero le persone tassate ad arbitrio, ma fatta imposizione sopra gli averi da una legge fissa e con regolate proporzioni: questo domandava, siccome vedemmo, il popolo di Firenze quando si levò nel settantotto; ed anco di prima un estimo o tavola o censimento dei beni, decretato inutilmente, fu messo da parte perchè ai potenti non piaceva cotesta forma d’egualità.[202] Ma oggi essendo di tanto cresciuto il bisogno del danaro, gridavano tutti che si mutassero le gravezze, cosicchè i pochi volta per volta non le ponessero, ma una legge misurata dal parere di tali che usciti di mezzo alla buona popolare comunanza oprassero (quanto era possibile) senza parte. Scrive il Cavalcanti, avere Giovanni dei Medici molto confortato questo modo, egli solo tra’ patrizi e tra i potenti della Repubblica; dal che il Machiavelli passò a dire che Giovanni ne fosse autore e trovatore, essendo ciò stato a lui principio di grandezza. Ma una recente pubblicazione metteva in luce come Giovanni non fosse stato nei Consigli promotore nè grande fautore di quella legge, che fu invece messa innanzi e propugnata da Rinaldo degli Albizzi e da Niccolò da Uzzano.[203] Nei Consigli si veniva, come vedemmo, a cose fatte negli scrittoi e nelle botteghe, talchè i voti erano spesso d’apparenza: l’istoria officiale non è mai l’istoria intera, e non è sempre l’istoria vera. Qui bene sappiamo essere la legge voluta dal popolo, col quale stavasi Casa Medici, e gli ottimati la proposero quando viddero sè fatti inabili a impedirla. Giovanni forse non si teneva certo che la formazione del Catasto in mano ai potenti, che ogni cosa regolavano, portasse quel frutto che il popolo ne sperava; nè della natura sua era il troppo commettersi e sbracciarsi molto; nè poteva essere che tacesse in lui, come in uomo tutto mercante, l’avarizia, sapendo che avrebbe, siccome avvenne, egli pagato assai più di quello che prima soleva. I primi passi di Casa Medici, oscuri e ambigui per sè stessi, ci sono mal noti, nè abbiamo certezza d’avere sincera e intera l’immagine di questo Giovanni. È poi da notare che fu da Cosimo figlio suo il Catasto messo da parte per alcun tempo.

Fu il Catasto decretato a’ 22 maggio 1427. Dichiara il Proemio, seguire la voce e il comune desiderio del popolo di Firenze, non si potendo per lingua nè per iscrittura numerare quali e quanti cittadini avesse l’antica inegualità dei carichi spogliato dei beni, condotti a disperazione o fatti incerti dell’essere loro, privati della patria, o tenuti fuori quei che bramavano di tornarvi; e insomma, di quanti e quanto gravi mali fosse cagione quella inegualità. Ordina che debba ogni cittadino sottoposto alle gravezze del Comune, prima denunziare ciascuno sotto al Gonfalone suo il nome di tutte le persone componenti la sua famiglia, l’età, le industrie o l’arte o mestiere che ognuna d’esse esercitava; e similmente i beni stabili ed i mobili da loro posseduti dentro o fuori il dominio fiorentino e in qualsivoglia parte del mondo, le somme di danaro, i crediti, i traffichi e le mercanzie, gli schiavi e le schiave,[204] i bovi i cavalli gli armenti e le greggie che a loro spettavano: chiunque occultasse alcuna cosa, era soggetto alla confiscazione di quegli averi che non avesse manifestati. Le quali portate fossero poi divise in quattro libri, uno per Quartiere, per cura di dieci cittadini eletti sul numero di sessanta estratti a sorte, e i quali fossero gli ufiziali destinati alla compilazione del Catasto, e a regolare e distribuire le nuove gravezze. Dovevano questi, di tutti gli averi descritti in quei libri, cavare le rendite minutamente capo per capo, e quindi al saggio del sette per cento ridurre le rendite in capitale, di modo che per ogni sette fiorini di rendita se ne ponesse cento di stima, e questa fosse notata in piè di ciascuna posta. Dalla quale stima si doveano detrarre gli aggravi che vi posassero sopra, cioè canoni o livelli ed obblighi e debiti, la pigione delle case da loro abitate e delle botteghe, la valuta delle cavalcature necessarie all’uso loro; e inoltre dugento fiorini di capitale per ogni bocca la quale fossero essi tenuti d’alimentare: col variare il numero di queste persone cresceva o scemava lo stato attivo dei cittadini sopportanti. Il quale essendo così fermato e al netto delle detrazioni, pagasse ciascuno per ogni cento fiorini di capitale dieci soldi, che viene ad essere il mezzo per cento, ossia la decima parte del frutto a ragione del cinque per cento.[205] E se avvenisse che per le detrazioni fatte nulla avanzasse, dovevano gli ufiziali sommariamente imporre al cittadino quella rata, della quale egli andasse d’accordo. In tutto e per tutto al giudizio degli ufiziali doveva starsi, e le quote imposte era vietato correggere o alterare fino alla nuova formazione del Catasto, il quale doveva ogni tre anni essere rinnovato; nè con altra regola distribuirsi gravezze od imposte. Con l’istesso ordine si formarono altri Catasti, cioè dei contadini, delle università delle Arti, dei forestieri abitanti dentro al dominio, e d’ogni persona ordinariamente non tenuta al pagamento delle gravezze.[206]

È da notare come la scelta d’ufiziali cui tanto arbitrio era dato, venisse commessa primariamente alla sorte: ma fuori di questa, a Firenze non pareva giustizia essere nè egualità, e il contentarsene dimostrava pur sempre un legame di scambievole fiducia nella gran massa della cittadinanza. Contiene la legge ogni sorta di facilità, e di cautele e di riserve a pro dei gravati; e come riusciva dura a coloro ch’erano soliti da sè medesimi esentarsi, così fu allegrezza agli impotenti ed ai poveri o a tutto il popolo universalmente. Vedeano coloro che prima si erano dalle gravezze difesi con la scusa della pompa, ossia del grado il quale erano per gli uffici costretti tenere, essere oggi ricresciuti dall’uno a sei. Niccolò da Uzzano, che mai di prestanza non avrebbe passato i sedici fiorini, fu per il Catasto tassato in fiorini dugentocinquanta; tra’ ricchi, il solo Giovanni dei Medici avrebbe avuto poco divario nella posta. Ma i patrizi dicevano il Catasto non essere giusto: durare essi soli tutte le fatiche a pro del Comune e a mantenere la città grassa; occultare gli altri sovente gran parte di loro ricchezza, e non esserne tassati. Al che dai plebei si rispondeva: «perchè cercate voi dunque gli onori, che poi volete anco esserne rimeritati? e se delle ricchezze sono in persone ignote e meccaniche, e che ne’ traffici non le manifestano e per questo non sono accatastati; rispondesi, che quello avere che frutto non mena, catasto non merita; perocchè voi avete nella legge del Catasto, che in su la rendita si misuri il valsente: così adunque dove non è rendita non è valsente; e però se egli hanno occultato l’avere, e rendita non si vede, catasto non merita.» Aggiungevano: volesse Iddio che il Catasto fosse stato trovato innanzi che la guerra così a gabbo fosse stata presa contro a Ladislao ed alla Casa di Francia, tutrice antica del nome guelfo; la quale guerra fu al Comune causa di spendii e di pericoli.

Ma come accade (bene avverte il Machiavelli) che mai gli uomini non si soddisfanno, e avuta una cosa, non vi si contentando dentro, ne desiderano un’altra; chiedeva il popolo che si riandassero i tempi passati, e veduto quello che i potenti secondo il Catasto aveano dovuto pagare di più, si facessero pagare tanto che eglino andassero a ragguaglio di coloro i quali aveano pagato quello che non dovevano, nè potevano senza che fosse disfacimento loro e dei figliuoli e della casa. Alla quale tanto odiosa dimanda Giovanni de’ Medici troviamo si contrappose. «Se le gravezze (diceva) per l’addietro erano state ingiuste, ringraziare Dio poichè si era ritrovato il modo a farle giuste; sia questo modo pace del popolo e non motivo di divisione alla città; non fu nè esser può che nei popoli e nei governi non siano errori ed ingiustizie: che fate voi figliuoli miei? abbiate pazienza a quello che avete sin qui conseguito, e non vogliate ogni cosa con tanta sottilità vedere; perocchè di filo troppo sottile più spesso la gugliata si rompe: vogliate piuttosto essere creditori che debitori, io dico delle ricchezze di Dio, perchè ci è sopra capo chi ha il giudizio delle cose e la bilancia dei pregi.[207]» Ottenne così che del ragguaglio non fosse altro.

La somma da levare per via del Catasto montava in città a venticinquemila e cinquecento fiorini d’oro; ma erano pôste che ogni tratto si ripetevano: quelle levate al modo antico rendeano ciascuna venti sole migliaia di fiorini, ma ne pigliavano due o più per volta, e nel corso di pochi mesi aveano fatto pagare quarantacinque di tali prestanze:[208] per una guerra di poca spesa qual si fu quella contro Marradi, troviamo levassero un quarto di Catasto. Ma questa era come una tassa permanente e senza la subita odiosità dell’arbitrio, laonde cercavano ampliarla col fare che i distrettuali ed i popoli soggetti fossero anche eglino accatastati; al che i Sangimignanesi ed i Volterrani faceano grandissima resistenza. Diceano: «non siamo a voi sottoposti se non in quanto per nostra volontà volemmo; per nostro arbitrio chiamiamo il Capitano di nostra terra, ed eleggiamo liberamente il Potestà; pochi anni addietro il Capitano per noi si eleggeva e per voi si confermava: la Signoria ai nostri ambasciatori si levava ritta; poi tutti seduti, questi esponevano l’ambasciata.» Fu a loro da prima risposto, per nulla volersi occupare le loro ragioni; ma era perchè non fosse da’ cittadini di Firenze frodato il Catasto, molti avendo beni in quel di Volterra fintamente sotto il nome di uomini volterrani. Infine allegando che la legge del Catasto valeva dovunque avesse il Comune giurisdizione e guardia, e avendo chetati quelli di San Gimignano, tuffarono dentro alle carceri delle Stinche i diciotto ambasciatori Volterrani, e ve li tennero sei mesi; dopo i quali uscirono con promessa di dare le scritte, cioè le portate, perchè il Catasto si facesse. Cosimo de’ Medici, nel quale molto si confidavano i Volterrani e gli altri oppressi o malcontenti, animò prima quelli a resistere, poi gli consigliava dessero le scritte, che non sarebbe altro che pro forma, e non avrebbe esecuzioni.[209] Ma tornati appena gli ambasciatori in Volterra, uno di nome Giusto, col favore di molti plebei, corsa la terra e preso il Capitano, gli tolse le chiavi; poi senz’altro lo lasciava tornare in Firenze. A Volterra tutti stavano con l’armi indosso, i lieti del fatto non si conoscevano dai dolenti per la paura dei Fiorentini. Mandarono per aiuto a Paolo Guinigi signore di Lucca ed a’ Senesi ed in più luoghi; ma perocchè folle pareva l’impresa, da tutti furono ributtati. Ed intanto i Fiorentini a quelle novelle si diedero tosto a raccorre gente d’arme quante ne avessero pronte, inviandole contro a Volterra sotto la condotta di Rinaldo degli Albizzi e di Palla Strozzi commissari: questi liberarono dalla soggezione dei Volterrani gli uomini di Ripomarance e d’altri castelli che se ne tenevano gravati. Già si appressavano alle mura, quando Giusto essendo ucciso a tradimento dai suoi, la parte contraria lasciò entrare i Commissari, chiedendo però di non avere Catasto e di riavere le loro castella. Le quali cose a Firenze da principio non furono assentite, e la città di Volterra fu privata del contado, e fu descritto il Catasto; ma non ebbe effetto, e le castella vennero ad essi restituite due anni dopo nelle strettezze della Repubblica.[210]

Domata così agevolmente la ribellione, le genti condotte dai Fiorentini tornarono ai consueti alloggiamenti; le quali ubbidivano a Niccolò Fortebracci da Perugia, nato da una sorella di Braccio, e primo in quelle armi dopo al Piccinino. Costui, rapace ed irrequieto, veduta fallire a sè un’impresa, nè sofferendo rimanersi ozioso in Fucecchio, dov’egli soleva stare per i Fiorentini a guardia di Pisa e dei confini inverso Lucca; pensò un bel giorno tornargli conto valicare quei confini, predare le terre e fare bottino; al che in Firenze non mancava chi lo incitasse, e sapeva egli ad ogni modo dovere l’impresa riuscire gradita. Ai richiami del Guinigi la Repubblica si tirava fuori col dire non ci essere per nulla, e che era tutta farina del Fortebracci: fu detto ancora che lo stesso ambasciatore Lucchese con insigne tradimento oprasse ai danni del suo Signore; del che ebbe premio dai Fiorentini. Ma intanto in Firenze si tenevano Consigli, e a molti piaceva pigliare l’impresa. Piovevano lettere dei Vicari e Potestà presso ai confini di Lucca circa la mala disposizione delle castella lucchesi che voleano darsi alla Repubblica; scriveva uno d’essi che mandassero delle bandiere, perch’egli aveva già logore due paia di lenzuola a farvi dipingere Gigli colla sinopia.[211] Diceano il Guinigi, oltrechè tiranno, sempre essere stato nemico ed avere quant’era in lui cercato ogni male ai Fiorentini, contro ad essi provocando le armi lombarde; per ultimo avere mandato il figlio giovinetto Ladislao sotto le insegne del duca Filippo Maria quando era in guerra questi con la Repubblica; ora il tempo essere opportuno, l’acquisto facile dappoichè Venezia già si era legata a non soccorrere il Guinigi,[212] nè il Duca poteva per le condizioni della pace: debole essere il tiranno e male accorto e sprovveduto. Indarno i più vecchi, tra’ quali l’Uzzano ed Agnolo Pandolfini, allegavano la ingiustizia e la temerità d’un’impresa della quale ognuno vedeva agevole il principio, e niuno vedeva dov’ella andasse a terminare; nè avere il Guinigi voluto più male alla Repubblica ch’essa a lui, nè mandato il figlio col Duca se non quando lo ebbero i Fiorentini rifiutato con dileggio;[213] a guerra non breve infine gli amici non gli mancherebbero. Ma era in Firenze una manía di conquiste entrata persino giù dentro al popolo:[214] taluni già s’erano divise tra loro le terre dei Lucchesi e i vicariati e le potesterie, talchè nei Consigli chi mettesse innanzi parole di pace non lo lasciavano dire — con tossire, picchiare e spurgare;[215] — di loro spargendo, che avessero dal Guinigi pigliato danari. Privati disegni e occulte pratiche eccitavano la popolare temerità; ma tutto ciò era (scrive un ingenuo popolano) a fine d’indurre viepiù il popolo sotto il giogo. Fu a questo modo contro al Guinigi deliberata la guerra in grande Consiglio di quattrocentonovantotto cittadini, dov’ebbe contrari soli novantanove;[216] e creati i Dieci, ch’era segnale a principiarla.

Era morto in quello stesso anno 1429 Giovanni de’ Medici, lasciando due figli Cosimo e Lorenzo; e di lui vengono riferite nelle ultime ore parole benigne e d’uomo da casa, che ai figli raccomanda sempre di essere popolari, ma non farsi segno al popolo o capi di setta, nè autori di turbazioni alla Repubblica.[217] Troviamo quell’altro prudente vegliardo ch’era Niccolò da Uzzano avere compianto alla morte di Giovanni; ma era l’Uzzano anch’egli sull’orlo della ultima vecchiezza: moriva poi l’anno 1432, egli e Giovanni traendo seco il fiato estremo di tempi migliori e le ultime voci che dessero fede a una repubblica temperata.

Neri Capponi ebbe accusa d’avere spinto a quella mossa il Fortebraccio; il che si credeva per molti in Firenze.[218] Neri stesso viene innanzi a quella accusa nei Commentari che di sè lasciava, là dove allega le parole dette contro alla guerra in Consiglio sul fondamento che era poi sempre bene mostrare clemenza ed allargare le braccia.[219] Ma quelle non erano parole da fare poi troppo gran breccia, e furono dette, per testimonianza dello stesso Neri, innanzi che avesse Niccolò violato i confini de’ Lucchesi. Troviamo anche scritto: quattro cittadini avere preso per sè medesimi quella guerra: il primo di tutti Neri di Gino, quindi Rinaldo degli Albizzi, poi quell’Averardo dei Medici il quale, più ardente di Cosimo, sembra avere tolte a sè le parti di più apparenza; e con loro Ser Martino di Luca Martini, quello che noi vedemmo per fatto dei Medici tenuto in ufizio di Cancelliere, e cassato quindi con grande angoscia di Giovanni. Apparisce egli siccome strumento delle ritorte più segrete di parte medicea; ma noi lo troviamo nel tempo medesimo essere in grande intrinsechezza con Rinaldo degli Albizzi, il quale tutto in lui fidava. Tutto ciò è indizio di molti arcani avvolgimenti: e fatto è che tra i Dieci della guerra, i quali ogni sei mesi mutavano, si trovano uomini dei principali di tutte quelle parti dalle quali usciva poi trasformata sostanzialmente la Repubblica di Firenze.[220] La guerra infine era promossa da tutti variamente gli ambiziosi, poi l’uno sull’altro versando la colpa della mala riuscita: ma in campo andavano di coloro che aveano lo Stato, come più pratichi nelle guerre; e gli altri, temendo la loro grandezza, in ogni cosa gli attraversavano.