Al termine della guerra contro Lucca, crescendo le accuse e le ire tra le parti, entrambe cercavano propizia al muoversi occasione. Sappiamo le pratiche di quella dell’Albizzi, che prima essendo all’aggredire, donava a Cosimo anche l’innocenza e con la finale vittoria il silenzio delle arti usate a prepararla. Si legge che mentre viveva tuttora Niccolò da Uzzano, andato un giorno a lui Niccolò Barbadori gli facesse istanza perchè assentisse a tôrre di mezzo per via del bando Cosimo de’ Medici. Al che il vecchio avrebbe risposto motteggiando: «sarebbe a te meglio essere chiamato Barba d’argento, perchè venendo i tuoi consigli da uomo canuto, non porterebbero la ruina ch’io veggo appressarsi a te ed a noi ed alla Repubblica. Ma tu perchè non conosci te medesimo, è ragionevole che tu nemmeno conosca gli altri; il conoscimento di sè stesso bene io so che viene da Dio.» Aggiunse di Cosimo: «quest’uomo è troppo utile al popolo, e massimamente agli spendii delle guerre; non veggo oggi colpa o cagione per la quale stia il popolo quieto al suo disfacimento. Cacciato, andranne egli buono, e tornerà diverso, passando ogni giusto modo di vivere politico; andrà oggi libero, e tornerà obbligato a coloro che lo avranno richiamato, i quali sarà costretto fomentarsi e contentare d’ogni loro voglia. Datti ad intendere, Niccolò, che io ho più volte meco medesimo disputato e per ultimo conchiuso, che meglio è tacere che cominciare sì mortale pericolo nella Repubblica. La parte dei Medici è unita e concorde, e ha il popolo seco; la nostra, divisa, e più per natura che per accidente. Imperocchè sempre tra’ patrizi spicciolati e le famiglie grosse furono aguati sotto apparenze di falsa amistà: Maso degli Albizzi, per indurci nell’odio del popolo, fece nel 1414 la pace col re Ladislao;[240] e noi spicciolati popolani cercavamo il simile contro a quelle schiatte fin dalla congiura contro a Maso nel 1400.» Di questa l’Uzzano avrebbe confessato di essere stato partecipe. Venendo a dire poi di Rinaldo, continuava: «costui non ha più a grado l’amico che il nemico, e ogni uomo ha per cencio; costui non vuole concorrere con verun cittadino, anzi cerca e desidera che ogni cittadino concorra con lui; costui vuole che le sue volontà sieno ricevute dal popolo per leggi, e le altrui cerca si scrivano in cenere, e pongansi dove con maggiore forza soffiano i venti. Il padre fu tutto costante e amichevole a chi la sua amicizia desiderava, costui è voltante e senza fermezza; vedestilo essere con noi de’ principali in Santo Stefano, poi farsi capo con Averardo alle rovine di Lucca, e per essere dei Dieci al tutto gittarsi nelle braccia dei Medici. — Cosimo, dove non fosse lo stimolo e la perversità d’Averardo, piuttosto desidererebbe essere accetto da noi, che amato da loro. Noi, stando a vedere, avremo le due parti del gioco; e soprattutto non abbiamo meno avvertenza alle opere de’ nostri parziali che alle opere di coloro i quali ci tengono avversi: avvisandoti, che dei due qualunque ottenga l’impresa, noi per la scarsità degli uomini, da ciascuno saremo adoperati nel governo della Repubblica; e chi fia principio di scandalo, sarà del suo e dell’altrui disfacimento cagione.[241]» — Queste parole furono scritte dal Cavalcanti, ma verosimilmente non dette nè forse pensate dall’Uzzano: il Machiavelli, trascrivendole sbadatamente, le ha rese immortali.

Occorse a noi di rilevare altra volta come i patrizi spicciolati che s’innalzavano per gli uffici, avessero contro sè quelle famiglie che forti di seguito, di parentele e di aderenze, facevano parte da sè medesime, e cercavano tutta in sè chiudere la Repubblica. Di queste era prima la Casa degli Albizzi; nella quale Piero s’innalzò e cadde, fattosi capo della parte sua; ma seppe Maso rimanere infino alla morte moderatore della Repubblica, della quale intese il Governo meglio che niun altro insino allora avesse fatto, e conservando a sè l’amicizia degli ottimati e dei patrizi, si acquistò quella del popolazzo.[242] Rinaldo, più splendido e ornato d’ingegno, e d’animo forse più franco e diritto, non ebbe prudenza che fosse guardiana delle ricche doti le quali facevano lui primeggiare nella città; netto di presenti, frugale nel vivere, ebbe taccia d’avarissimo; superbo di quella coscenza medesima che egli aveva della virtù sua e disdegnoso di abbassarsi alle arti comuni; ma iroso e mutabile e nei suoi fatti subitaneo, mal seppe tenere il governo della sua parte e di sè stesso:[243] rimasto principe nello Stato dopo la cacciata di Cosimo, nulla fece a mantenere nè a sè la potenza nè alla Repubblica quegli ordini dei quali era egli fra tutti sincero e forte e rigido amatore. Narrano si fosse mostrato severo al padre suo stesso;[244] e un’altra volta noi troviamo che avendo voluto Lorenzo Ridolfi in assai grave congiuntura ristringere in pochi il numero dei richiesti, Rinaldo invece consigliò che s’allargasse, facendo in ringhiera con parole generose il suo consiglio prevalere.[245]

Vedemmo noi come a fare la mala impresa di Lucca Rinaldo e Cosimo s’accostassero: nei primi mesi della quale troviamo Rinaldo ai Cosimeschi familiarissimo,[246] avverso fra tutti a Neri Capponi, che gli era dai Dieci messo come a sopraccapo. Temeva di lui per l’amicizia col Fortebraccio e per il seguito che avea Neri tra gli uomini armigeri della Montagna di Pistoia.[247] I Medici anch’essi temevano il Capponi più che altr’uomo in Firenze;[248] e questi col porsi come fuori delle parti e stare da sè, pigliò sin d’allora certo suo proprio atteggiamento, che ebbe in quei principii qual cosa d’oscuro, ma che a lui diede poi di tenere per la sua propria autorità e pel favore dei cittadini grado e potenza e onorato nome sinch’egli visse, nel nuovo Stato. Già fino d’allora valevano i pochi più della Repubblica; incontro alle quali soperchianze divenivano le stesse leggi strumenti alle parti che abusando le torcevano a loro utile o guastavano. Aveano creato l’anno 1429 il nuovo ufficio dei Conservatori delle leggi, preposti a frenare le baratterìe de’ magistrati, e ai quali dovessero i cittadini ricorrere che si tenessero aggravati.[249] Nell’anno seguente usciva altra legge, la quale ebbe nome degli Scandalosi; gastigava quelli i quali tirassero ai loro disegni gli uffici pubblici, o s’intromettessero in cose di Stato senza commissione e senza averne autorità. Per questa legge fu l’anno 1432 tenuto a confine due mesi in Roma Neri Capponi che, ivi essendo, aveva trattato (a quello che sembra) di proprio suo capo una lega con Eugenio contro a’ Senesi e all’Imperatore.[250] Rinaldo degli Albizzi anch’egli apparisce avere temuto quando si fece quella legge che fosse contro a lui, ma scrive in fine al figlio suo: «lasciala correre.[251]» Molto è poi da notare come nell’anno 1432 Rinaldo fosse in Roma Senatore, ufficio che allora equivaleva a Potestà; onde egli potè avere a Firenze denunziato quei maneggi pei quali a Neri fu dato il confine.[252]

Nei tre anni che durava la guerra di Lucca, i nomi dei Dieci sei volte rifatti non ci lasciano congetturare nè prevalenza dell’una sopra l’altra parte, nè ondeggiamenti tra le due, ma si rinvengono mescolati.[253] Lorenzo dei Medici andava solo ambasciatore a Milano su’ primi dell’anno 1430; due anni dopo, lo stesso Cosimo ambasciatore a Venezia. Questi certamente aveva co’ suoi grande ingerenza nella condotta della guerra e nelle pratiche al di fuori: ma se alla parte contraria a loro in tutto credere si volesse, avrebbono i Medici fatto ogni cosa perchè andasse a male l’impresa, via via facendo richiamare i Commissari che bene operavano, e inoltre tenendo a sè obbligati co’ prestiti e con le comuni ruberie i capitani Micheletto da Cotignola e massimamente Niccolò da Tolentino; il quale era tutto di Cosimo, tanto che gli avrebbe questi fatto da prima lasciare i servigi della Repubblica per andare a quelli del Duca, e poi di nuovo fattolo a sua posta tornare in Firenze.[254] Intanto Lorenzo, venuto in grande intrinsechezza col Duca, lo avrebbe persuaso a mandare genti in Toscana perchè la guerra andasse più in lungo. Tuttociò i Medici avriano fatto perchè i cittadini più trovandosi aggravati, se gli potessero maggiormente legare co’ prestiti e farli mettere allo specchio del libro dei debitori, dal quale essi poi gli ritraevano: oltrechè piaceva a quei tanto danarosi cambiatori prestare al Comune, che era buono impiego; così obbligandosi anche la Repubblica. Ma noi non crediamo la parte dei Medici potesse poi tanto nè volesse tanto male; nè dare possiamo gran fede alla deposizione di quel Tinucci che, dimestichissimo all’Uzzano (com’egli dichiara) innanzi al 1426, brigava dipoi oscuramente co’ Medici per intromessa di Ser Martino, e avvolge in parole confuse ed incerte le accuse più gravi. Dinanzi a lui stava il terrore della fune, o era tirato da larghe promesse, quando egli porgesse materia a procedere contro a colui che nell’istorie troviamo chiamato il non colpevole uomo, perchè fino allora non reo che bastasse a giusta condanna.

Abbiamo tre lettere di Cosimo istesso:[255] la prima annunzia grande fiducia nella guerra, ma insieme accenna alle male arti per cui taluni s’ingegnavano guastarla.[256] Nelle altre due scritte di Lombardia, dove era andato per fuggire la peste tornata quell’anno 1430 in Firenze, già vede le cose voltare al peggio; e non vorrebbe essere dei Dieci nè andare ambasciatore a Vinegia, come uomo cui giovi tenersi in disparte, e il carico dell’avere fatta muovere quell’impresa nascondere sotto le colpe o gli errori di chi poi l’ebbe condotta a male.[257] Così egli andavasi destreggiando mentrechè durava la guerra e dopo: i suoi lasciava con mettersi innanzi, attendendo quanto a sè ad acquistarsi vie più la grazia delle moltitudini e lode fra tutti di animo temperato: studiavasi molto anche d’accrescersi le ricchezze,[258] dal che a lui veniva favore grandissimo pei larghi imprestiti all’erario pubblico, ed ai privati che a sè legava chiamandoli a parte dei vasti traffici o rendendoli, col fargli liberi dallo Specchio, capaci d’entrare negli uffici dello Stato: già i poveri tutti insieme invocavano a sè il patrocinio di lui, possente a dare ad essi valida mano.

Egli che s’era mostrato sempre vôlto alle cose grandi e di non essere contento al poco, giovane ancora, per fuggire l’invidia era andato al Concilio di Costanza, «dov’era tutto il mondo,» e poi due anni viaggiò gran parte della Magna e della Francia; donde ritornato, si diede a usare con uomini di bassa condizione, ritraendosi dal Palagio: il che diceano facesse per addormentarli, e n’ebbero maggiore sospetto.[259] Avea però anche certe grosse famiglie di grandi a sè congiunte di parentela, tenendo egli in moglie la Contessina dei Bardi signori di Vernio, e Lorenzo suo fratello una dei Cavalcanti, la cui madre era di casa dei marchesi Malespini, e per le sirocchie di lei tirava a Cosimo due possenti casate di popolo, i Giugni e una parte degli Strozzi: seco erano pure il maggior numero dei Buondelmonti, a lui guardando generalmente il ceto dei grandi come a nuova cosa capace di abbattere gli antichi ordini della Parte guelfa, e contentandosi, per avere un grado nella città, di riconoscere un padrone. Ma come parte nella Repubblica, quella dei Medici nemmeno aveva in quei principii nome da lui, e si chiamò dei Puccini[260] da Puccio del quale più sopra dicemmo, e che era fra tutti gli amici di Cosimo il più scaltrito ed intramettente; lui dicono autore de’ più sagaci consigli, e sopra di sè pigliava il carico de’ più odiosi. Cercavasi Cosimo i frutti piuttosto che le apparenze della signoria; il ch’ebbe gli effetti di un’arte finissima, ma era in lui cosa connaturale, innanzi tutto essendo egli sempre fiorentino e popolano, che il bel vivere di Firenze non avrebbe voluto scambiare con gli aspri costumi dei Signori di Lombardia; nè questo era popolo che ciò sofferisse. Affermano tutti, egli essere stato umano e benigno nel continuo della vita; ma quante volte gli paresse tornare a lui conto essere malvagio, non ebbe nè affetti che lo ritraessero, nè forti passioni che lui spingessero oltre al segno: nè raro è tra gli uomini le stesse migliori qualità loro porre al servigio delle meno buone. In lui ogni cosa mirava a fondare la grandezza della Casa sua, ma seco avea complice gran parte del popolo; nè invero può dirsi che Firenze discendesse in bassa fortuna, o che poi cadesse da ogni splendore, sotto a quell’ombra di Casa Medici.[261]

La pace con Lucca e col Visconti non rinnalzava il pubblico credito, caduto a terra negli ultimi anni.[262] Frattanto l’urtarsi delle due parti contrarie tenea guasta la città. Già erano tanto gli antichi ordini trasandati, che dall’un anno si prevedevano le tratte dell’altro; ed un Benedetto cieco predicava quali sarebbero per più anni i Gonfalonieri di giustizia. Chiunque sapeva essere nelle borse impolizzato, sapeva altresì di quali calendi avrebbe potenza di vendicare le sue ire e dare effetto ai suoi disegni. Ad ogni tratta degli ufizi principali, per la città si teneva conto quanti ve n’era dell’una parte e quanti dell’altra; e non era mai tratta di Signori che tutta la città non istesse sollevata, chi con sospetto e chi con isperanza che le cose andassero a suo modo: le forze pareano essere uguali tra le due parti.

Il primo settembre di quell’anno 1433 pigliò il gonfalone Bernardo Guadagni, al quale si disse Rinaldo degli Albizzi avere innanzi pulito lo specchio, perchè la tratta non gli fallisse, e patteggiato con lui quello che fu la ruina della città e di loro stessi. Nè al fatto posero tempo in mezzo. Era Cosimo in Mugello (secondo egli narra in certi Ricordi lasciati da lui),[263] dove era stato più mesi per levarsi dalle contese che dividevano la città; e già mormorandosi di cose nuove, fu scritto a lui tornasse, ed egli tornò a’ dì quattro. Andò il giorno stesso a visitare i Signori, tra’ quali ve n’era amici a lui ed obbligati; e detto loro quello che si diceva, tutti prestamente lo negarono, e che voleano lasciare la terra come l’avevano trovata. A’ cinque ordinarono una pratica di otto cittadini, due per quartiere, tra’ quali erano Cosimo istesso, Rinaldo degli Albizzi e altri de’ maggiori; dicendo voleano col consiglio di questi fare ogni loro deliberazione. A’ dì 7 la mattina, e sotto colore della detta pratica, mandarono per Cosimo; ed egli, sebbene da taluno fosse sconfortato, andò in Palagio:[264] quivi trovò la maggior parte dei compagni, e mentre stavano a ragionare, dopo buono spazio gli fu comandato per parte dei Signori andasse su di sopra, e dal Capitano dei fanti fu chiuso dentro la torre in una cameretta, la quale scrive egli che era chiamata la Barberìa, e tutti gli altri l’Alberghettino. Lorenzo dei Medici era anch’egli di Mugello venuto in Firenze, sentendo il caso; e chiamato dai Signori, andò in Palagio; poi subito si partì e tornò al Trebbio: quivi dall’Alpe di Romagna e d’altri luoghi si radunarono intorno a lui grande quantità di fanti. Niccolò da Tolentino capitano di guerra il dì stesso era venuto da Pisa in arme fino alla Lastra, volendo fare che fosse Cosimo rilasciato; ma perchè temevano gli amici di questo dare occasione a torlo di mezzo, Niccolò fu persuaso tornarsene a Pisa; e Lorenzo, licenziati i fanti, se ne andò a Venezia co’ figli di Cosimo.

Alla presura di tale uomo romoreggiando la città e massime i borghi dove i più poveri abitavano, Rinaldo degli Albizzi era con molta fanteria corso alla Piazza; seco i Peruzzi ed i Gianfigliazzi e tutti quelli della parte loro. Suonò la campana, e a’ 9 settembre si fece Parlamento; i Signori scesero in ringhiera, e Ser Filippo Pieruzzi delle Riformagioni parlò ad alta voce e disse: «o popolo di Firenze, tenete voi che in questa Piazza sieno le due (terze) parti del vostro popolo? Fu risposto: sì di certo, noi siamo le due parti e più. Continuò: siete voi contenti che si faccia uomini di Balìa a riformare la vostra città? Gridarono sì; e al modo stesso, d’ogni altra cosa che il Notaio dimandasse. Questi allora sopra un libello che aveva in mano lesse i nomi di duecento cittadini dei quali doveva la Balìa comporsi, ed i Signori comandato si radunasse per il dì vegnente, risalirono in Palagio.» La Balìa aveva autorità quanta l’intero popolo di Firenze; ma questo limite le fu posto, che le Borse rimanessero, aggiugnendovi de’ nuovi nomi senza cavarne gli antichi, e che il Catasto non si annullasse: ordinava farsi a mano dai Signori gli Otto di guardia, a questi ed al Capitano del popolo concedendo autorità d’inquisire in cose di Stato quanta nei passati tempi avessero mai goduta maggiore: le quali perchè parvero essere esorbitanti cose, molto riuscirono dure a vincere. Dipoi rifecero le borse dei Magistrati e dei Consigli e dei Consoli delle Arti; crearono dieci Accoppiatori i quali traessero a mano il Gonfaloniere di giustizia, e mettessero a loro arbitrio nel borsellino i Priori. Rafforzarono le provvisioni circa la vendita dei beni dei debitori del Comune. Levarono via i Consoli del mare, e fecero che duecento fanti si assoldassero da stare a guardia della Piazza. In quanto a Cosimo, già innanzi che fosse radunata la Balìa aveano i Priori pronunziato contro lui ed Averardo la prima condanna. Abbiamo noi questo singolare documento, dove esposte da prima le colpe di quelli della Casa Medici a cominciare dal 1378, e quindi accusati di gravi macchinazioni Cosimo ed Averardo negli anni passati, e ultimamente apposta loro la guerra di Lucca, la quale fu quasi ruina non solo della Repubblica ma di tutta Italia; appella quei due nemici truculenti e crudelissimi, promotori di stragi d’incendii e d’ogni devastazione, e quale che fosse la diabolica natura loro, tollerati per singolare benignità del popolo fiorentino: questi, perchè la clemenza di questo popolo medesimo rifugge dal sangue, hanno confine di un anno solo, Cosimo a Padova ed Averardo a Genova; ch’è sentenza invero assai mite dopo tanto sfoggio d’accuse contro essi e di feroci parole.[265] Con altra sentenza degli undici, la Balìa prolungava fino a cinque anni il confine di Cosimo e di Averardo, confinava a vari tempi in diversi luoghi Lorenzo ed altri della Casa Medici.

Cosimo intanto dall’alto della torre dov’era rinchiuso udendo più volte suonare a Balìa e la Piazza piena d’armi, viveva in sospetto grandissimo della vita, e non aveva più giorni voluto mangiare altro che un poco di pane temendo veleno. In Palagio non mancava chi cercasse levarsi d’impaccio, facendo morire Cosimo per qualche segreto modo: a questo effetto due de’ Priori e due degli Otto si trova che avessero sollecitato Federigo dei Malavolti da Siena Capitano dei fanti in Palagio, al quale era stato il prigioniero dato in guardia. Ma quegli, com’era di nobile animo, respingeva l’indegna richiesta; e andato a Cosimo e lagnandosi del poco onore che temendo gli faceva, quasi egli che avealo in guardia volesse tenere le mani a una simile scelleratezza, con calde parole tutto lo riconfortò, ed aggiunse: «perchè tu del cibo ti tenga sicuro, mangeremo insieme le cose medesime.» Cosimo con le lacrime agli occhi abbracciò e baciò Federigo, e lieto offerse d’avernegli gratitudine se dalla fortuna gliene fosse data occasione. Un altro giorno Federigo, per dargli piacere, condusse a cena seco un familiare del Gonfaloniere, uomo faceto e sollazzevole che per soprannome era chiamato il Farganaccio; e quando furono alle frutta, Cosimo col piede toccò Federigo e col viso accennò che si partisse: levatosi il quale, come se andasse per alcune cose della mensa e rimasti soli, Cosimo diede un contrassegno al Farganaccio, col quale andasse allo Spedalingo di Santa Maria Nuova per millecento ducati, e pigliandone cento per sè, mille ne recasse al Gonfaloniere, il quale dipoi fu tutto per Cosimo.[266] Questi medesimo ne’ Ricordi suoi racconta con poco divario dei fiorini dati al Gonfaloniere e d’altri ottocento a uno de’ Priori; aggiugne dipoi da vero mercante: «ebbero poco animo, chè se avessero voluto denari, n’avrebbero avuti diecimila o più, per uscire di pericolo.[267]»