Il prolungarsi che faceva senza buon consiglio l’inutile prigionia dimostra già essere disegno fallito quello dell’Albizzi e dei suoi: gli amici molti che aveva Cosimo in Palagio e fuori si agitavano sordamente, nei vincitori e nella parte loro non era fiducia. Cosimo giudica lo tenessero un mese in carcere per due cagioni. La prima, per vincere i voti della Balìa colla minaccia di farlo morire; e l’altra, perchè si credevano che non potendo egli valersi del suo, venisse a fallire; il che non riusciva ad essi, che anzi la Casa dei Medici non perdè credito e da molti mercanti e signori fu loro offerta grande somma di danaro. E nei Ricordi pure si trova: la Signoria di Venezia avere mandato tre ambasciatori a Firenze (e pone anco i nomi), i quali ottennero non fosse offeso nella persona, e concordarono la liberazione sua offrendo tenerlo a Venezia con la promessa che nulla farebbe contro alla Signoria di Firenze. Il Marchese di Ferrara per simile modo facea comandare al Capitano di guardia, ch’era messer Lodovico del Ronco da Modena e suddito suo, salvasse Cosimo se poteva, fuggendo con seco qualora occorresse, senza nulla dubitare.

Infine usciva al 29 settembre la terza sentenza alquanto aggravata dalle prime due, ma lieta a Cosimo perchè ne seguiva la pronta sua liberazione. Fecero dei grandi tutta la schiatta dei Medici, tranne i discendenti di Vieri, privandoli anche degli uffici pertinenti all’ordine dei magnati, ma senza costringerli a mutare casa, quartiere o pieve, nè a dare malleveria. Rilegarono per dieci anni Cosimo a Padova, ed Averardo dei Medici a Napoli, Lorenzo a Vinegia per cinque anni, ed altri di quella Casa in vari luoghi a tempi più brevi. Lasciarono a tutti la proprietà dei loro crediti e capitali: quelli sul Monte vollero che fossero sempre intestati nei nomi loro, ma senza però che gli potessero alienare.[268] A’ 3 d’ottobre lo cavarono di carcere, e fattolo venire innanzi alla Signoria, gli denunziarono il confine; ed egli accettava con allegro animo, offerendo in qualunque luogo fosse alla città, al popolo e alle loro Signorie sè stesso e tutte le sostanze sue. La notte, perchè si sentiva Ormanno degli Albizzi con molti armati essere in Piazza per manometterlo, volle lo stesso Gonfaloniere sotto buona guardia condurselo a casa; dove fattolo cenare, dipoi con la scorta di due degli Otto per la montagna di Pistoia accompagnato da quelli alpigiani e presentato di biada e cera (come solevano agli Ambasciatori), Cosimo usciva dal territorio del Comune. Poco dipoi furono confinati Puccio e Giovanni Pucci, ch’erano suoi principali amici, Bernardo Guadagni, che usciva di Gonfaloniere, andò Capitano a Pisa; e gli altri della Signoria che seco avevano prestato mano a quei fatti ebbero premio d’uffici lucrosi.[269]

Frattanto i pericoli nei quali versava il nuovo Stato parea chiedessero qualcosa d’insolito; troppo aveano osato, da starsene fermi negli ordini consueti: nè Cosimo era tanto uno scandalo da rimuovere, quanto era oggimai col nome e col seguito e con la pietà ch’avea destata, e con la prova contra lui fatta inutilmente, più forte egli solo nel felice esiglio di quello che fosse lo Stato in Firenze. Rinaldo degli Albizzi bene si accorgeva di avere fatto troppo o troppo poco; e ch’avess’egli avuto disegno d’uccidere Cosimo, nè voglio affermare nè al tutto negare, perchè in lui poteano essere impeti di passione ma non le furie dei Signori avvezzi al delitto; nè tra essi due era nimistà indurita, nè dopo la breve e dubbia vittoria, Rinaldo ed i suoi mai diedero segno di volere uscire dai modi civili: questo deve l’istoria mantenere a grande onore di lui e di tutta quella parte.[270] Col rifare gli squittinii, col porre a sedere coloro che erano nelle antiche borse, e con l’arbitrio sulle tratte concesso agli Otto e agli Accoppiatori, cercavano essi non lasciarsi uscire lo Stato di mano: ma questo non si poteva stringere tanto, che al difuori non rimanesse la libertà dei Consigli e dei Collegi; nè questa città dava materia sufficiente a una repubblica d’ottimati. Si avrebbe ciò forse potuto in addietro quando tutte insieme le grosse famiglie di grandi o di popolo si fossero strette ad un concorde volere; il che noi vedemmo Rinaldo degli Albizzi avere cercato, ed era già tardi per le lunghe offese e gli odii scambievoli: ma oggi non poteva questo in lui essere che un desiderio, perchè i grossi popolani divisi in sè stessi e affranti dalla loro vittoria stessa, non erano tali da potersi unire co’ grandi senza esserne oppressi, nè tali da smuovere i fondamenti della Repubblica e fare opera sì difficile. Già erano tutti gli antichi ordini come triturati dal vario percuotersi e confondersi tra loro; e i più tra’ magnati vedeano con gioia prepararsi un’altra forma novella di Stato, la quale avendo sua forza nella plebe, offrisse anche a loro speranza d’alzare su quel fondamento più largo e sicuro una qualche sorta di grandezza.[271] Così vedea l’Albizzi (e non lo taceva) da quella sua stessa potenza uscire il proprio suo disfacimento; al quale già molti chetamente lavoravano di quelli medesimi che prima non soliti stare co’ Medici, s’accostavano ora alla parte che li desiderava. Era un giovane Agnolo Acciaioli in Palagio nelle pratiche per ordinare lo Stato, del quale una lettera a Cosimo venne nelle mani di Rinaldo; scrivevagli crescere ogni giorno il numero di quei che bramavano fosse egli in patria restituito, al quale effetto lo consigliava sopra ogni cosa di farsi amico Neri di Gino, ed aggiugneva che una qualche guerra nascerebbe presto e forse per voglia degli stessi reggitori, nella quale mancando colui ch’era solito di sovvenire con le proprie ricchezze il Comune, sarebbe necessità di farlo subito richiamare. Per questa lettera l’Acciaioli fu preso, e dopo essere stato messo alla corda, andò a confine in Cefalonia, terra dove la famiglia degli Acciaioli avea principato.

La guerra nasceva bentosto da quella necessità che era sempre nei soldati di stare sulle armi, e dalle infrenabili cupidità dei condottieri i quali ambivano farsi principi: le terre della Chiesa offrivano campo fra tutti agevole alle aggressioni. Il conte Francesco Sforza, data voce di andare nel Reame, s’insignoriva di quasi tutta la Marca d’Ancona, e di là scendeva a Todi e a Viterbo, intantochè le armi Braccesche avevano occupato sotto la condotta di Niccolò Fortebracci gran parte dell’Umbria e del Patrimonio di San Pietro insino a Tivoli. Tantochè il Papa stretto a quel modo, si accordava col conte Francesco, al quale concesse il marchesato della Marca, e consentì farlo Gonfaloniere di Santa Chiesa. Furono quindi tra i due Capitani fazioni di guerra, e Niccolò Piccinino anch’egli scendeva con le armi del Duca nel Patrimonio: ma in questo mezzo avendo i Romani levato rumore, cacciarono il Papa, il quale nascosto in vesti mentite e lungo il Tevere inseguíto con le balestre, pervenne ad Ostia, dove con un solo Cardinale montato sopra una galea sottile che v’era della regina Giovanna di Napoli, e di già essendo dai Fiorentini apprestata a suo salvamento un’altra galera in Civitavecchia, pervenne a Livorno. Quivi accolto con grandissime onoranze dalla Repubblica, fece indi solenne ingresso in Firenze, dove fu raggiunto da molti prelati, ed egli rimase a lunga dimora. Intanto Bologna s’era anch’essa ribellata al Papa con l’opera di Battista da Canneto, che uccisi i capi della contraria parte, cacciò il Legato; e perchè il duca Filippo Maria, cui era buona ogni occasione, aveva pigliato i Bolognesi in tutela, parve a’ Fiorentini e alla Repubblica di Venezia non essere caso da starsene fermi: questa inviava nella Romagna Erasmo da Narni più noto col nome di Gattamelata, pe’ Fiorentini andò il loro vecchio Capitano Niccolò da Tolentino, le genti ecclesiastiche ubbidivano al Legato Vitelleschi vescovo allora di Recanati; intantochè a fronte stava il Piccinino con forte esercito di ducheschi. Non era consiglio delle Repubbliche collegate venire a giornata: ma il Piccinino, maestro di guerra, appiccò la zuffa sotto Imola il dì 28 agosto 1434, dove per lunghi aggiramenti condotto a dividersi l’esercito della Lega già male unito sotto al comando di tre capitani, ottenne vittoria per quello che davano i tempi grandissima; avendo con la morte di pochi de’ suoi fatto tremilacinquecento prigionieri, e tra essi il prode Niccolò da Tolentino, il quale condotto a Milano e di là mandato più mesi dopo in Val di Taro, moriva d’una caduta, o come fu detto per ordine del Visconti.[272] Il corpo di lui, recato in Firenze, ebbe più tardi esequie magnificentissime, e l’effigie di lui a cavallo si vede nel tempio di Santa Maria del Fiore.[273]

Per questa rotta, la quale avvenne contro l’opinione di ciascuno, molte ebbero accuse i reggitori della Repubblica; dai quali è da credere che più s’alienassero i Signori Veneziani, propensi al Medici più che a loro, siccome apparve per tutto il tempo della dimora che fece Cosimo in Venezia. Questi, che in Firenze viveva alla pari con gli altri cittadini, era onorato come principe durante l’esilio. A Modena il Governatore del Marchese di Ferrara lo visitò e presentò, e gli fece dare compagnia e guida: innanzi che uscisse dallo Stato, un altro grande gentiluomo del Marchese gli fu inviato con molte offerte. Andò in Venezia, appena giunto, a ringraziare la Signoria di quanto aveva operato per la sua salute, da essa mostrando riconoscere la vita: fu ricevuto con tanto onore e tanta carità che non si potrebbe dire, la Signoria dolendosi degli affanni patiti da lui, e offerendo per ogni suo contentamento la città e le entrate loro. Così egli stesso.[274] A Padova fu alloggiato nella casa di messere Iacopo Donati, bella e fornita lautamente; andavano a fargli offerte uomini della Signoria, ai quali però con le usate cautele fu comandato che fuori nulla ne spargessero. Dipoi, a richiesta di Cosimo, fu a lui permesso dimorare liberamente in qualunque luogo dentro al territorio della Repubblica di Venezia, la quale in Firenze per il suo ambasciatore avvalorò la domanda.[275] Ed egli si stette poi sempre in Venezia, quivi dimostrandosi non che amorevole alla patria sua, benigno inverso coloro stessi che lo avevano sbandito; delle quali cose gli rendeva testimonianza una lettera che a lui scrisse la Signoria di Firenze. Altre poi ne sono a lui di grande commendazione, massimamente di letterati, dei quali troviamo avere egli sempre cercato il favore:[276] e tanta era poi la magnificenza di quell’esule, tante le ricchezze, che egli in Venezia faceva a sue spese edificare da Michelozzo architetto la Biblioteca dei Monaci Benedettini in San Giorgio, secondo appare da una iscrizione che ivi fu posta ad onore suo.[277] Per tanti modi era manifesto ch’egli tornerebbe in patria già come signore e principe dello Stato.

I magistrati aveano ricominciato a farsi per tratte, e poichè le vecchie borse non furon arse, ma rimanevano tramischiate con le nuove, ogni volta si aspettava che uscirebbe una Signoria d’amici a Cosimo: quella che doveva entrare in ufizio il primo di settembre 1434, tale era che gli animi se ne sollevarono diversamente così del popolo come della parte Rinaldesca; ma tutti vivevano sospesi, e temevano questi di perdere; gli altri di non vincere. Gonfaloniere fu Niccolò di Donato Cocchi, uomo nuovo, non ricco e fra tutti volonteroso di farsi innanzi, secondato com’egli era dal maggior numero dei Priori, tra’ quali troviamo quel Luca di messer Bonaccorso Pitti ancora giovane, ma del quale avremo a dire poi le grandezze. Disegno dell’Albizzi era impedire con la violenza l’entrata in ufizio d’una tale Signoria facendo col mezzo del Gonfaloniere che usciva, Donato Velluti, suonare a Parlamento e annullare a voce di popolo la nuova tratta: ma nè gli amici di Rinaldo osarono tanto, e il Cocchi appena entrato in ufizio fece condannare per baratteria e chiudere in carcere l’antico Gonfaloniere. I nuovi Signori scrivevano a Cosimo, apparecchiavano ogni cosa in città e fuori a stringere insieme e ordinare le forze dei molti bramosi di mutare il reggimento, mettevano armi segretamente in Palagio; mentre più apertamente Rinaldo degli Albizzi e i suoi armavano intorno a sè molti dei soldati licenziati ch’erano in Firenze, e dal contado faceano scendere villani: era imminente l’aperta guerra. Quando ad un tratto, a’ 26 settembre la Signoria fornì la Piazza e la ringhiera di fanti, facendo richiedere a comparire in Palagio Rinaldo degli Albizzi, Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadori: al che subito questi uscirono armati, e seco aveano i Guasconi, i Rondinelli, i Castellani, i Gianfigliazzi e alcuni de’ Bardi con altre famiglie, e i Capitani di Parte e gli Otto di guardia. Rinaldo degli Albizzi aveva più volte con grande istanza chiamato l’aiuto di Palla Strozzi: questi era uomo di alto grado per la possanza della Casa[278] e per gli ufizi esercitati, ma l’ingegno di lui teneva del mansueto e del dolce, più atto ai gentili studi delle lettere che alle sollecitudini dei moti civili. Si narra che un altro buono e caro cittadino, il vecchio Agnolo Pandolfini, avesse da quella mossa inclinante a civil guerra disconfortato lo Strozzi,[279] il quale co’ fanti che aveva raccolti fu contento di guardare le proprie sue case. Troviamo però che tardi venisse sopra un ronzino e coll’accompagnamento d’un solo famiglio[280] alla piazza di Santo Apollinare, dove Rinaldo e i suoi avevano fatto testa, deliberati quant’era in loro di assaltare il Palagio, qualora le forze a ciò avessero sufficienti. Ma non che lo Strozzi, più altri cittadini o mancarono al convegno, o si ritrassero o voltarono. Giovanni Guicciardini non potè muoversi, ritenuto dal fratello Piero il quale seguiva le parti di Cosimo, come faceva Luca degli Albizzi fratello a Rinaldo; Neri Capponi e Nerone di Dionigi Neroni balenavano, tenendosi guardinghi a vedere dove inchinassero le faccende.

Con tutto ciò aveva Rinaldo degli Albizzi intorno a sè ottocento fanti, i quali tenevano dal Palagio del Potestà le strade che menano verso la Piazza: da parte dei Signori molti venivano a Rinaldo offrendo concordia, e che non avevano intenzione rimettere Cosimo. Ridolfo Peruzzi andò in Palagio egli medesimo a trattare queste cose. Intanto alcuni cittadini principali, tra’ quali sarebbono stati Neri Capponi e Giannozzo Pitti,[281] si erano raccolti a Bellosguardo, quivi aspettando, prima di dichiararsi, dove il fatto riuscisse. Era in Firenze, come dicemmo, papa Eugenio IV, in nome del quale giugneva a cavallo sulla piazza di Santo Apollinare il Legato Vitelleschi: trattò con Rinaldo lì sulla piazza, poi nel Palagio co’ Signori, e quindi tornato ottenne che Rinaldo a un’ora di notte si persuadesse andare al Papa ed in lui rimettersi. Andò Rinaldo, ma seguitato dagli armati suoi, i quali passando voleano bruciare le case ai Martelli, e a stento furono impediti. Infine a cinque ore di notte Rinaldo cedendo al Papa e al Legato, rinviava i suoi fanti alle case loro disarmati, rimanendo egli lì presso Eugenio in Santa Maria Novella. Quali speranze questi gli desse non so, ma più ignoro quello che potesse allora promettere: dipoi si tenne egli ingannato, ma era d’animo poco fermo. Rinaldo, o fosse in lui bontà d’animo a non volere la guerra civile, o troppa fede in Eugenio, o troppa fiducia nelle parole dei più mortali nemici suoi, o che veramente conoscesse non potere fidarsi nelle armi contro alla forza dei magistrati, rimase due giorni senza che di lui più altro sappiamo, nè a quali partiti cercasse appigliarsi, nè quali pratiche si tenessero.[282]

A’ 29 di settembre suonò a Parlamento: stava del Palagio serrata la porta, e dentro armati forestieri e cittadini; la Signoria aveva fatto venire in Firenze la sua gente d’arme, e questi e molto popolo minuto presero tutta la Piazza ed il Mercato Nuovo e Vecchio in modo che non passava persona. Il Papa mandava ai magnifici Signori il Vitelleschi con altri due Vescovi ed il Reggente della Camera suo proprio nipote, i quali essendo saliti in ringhiera, poco stante scesero i Signori con suoni di trombe e rumore grande. Insieme postisi a sedere, fecero fermare le voci, e Ser Filippo Pieruzzi che aveva chiamato la Balìa del 33, chiamò quest’altra; a cui risposero forse trecentocinquanta cittadini, siccome troviamo notato in più luoghi, sebbene Cosimo ne’ suoi Ricordi scriva che fu grandissima moltitudine. Questa Balìa annullava ogni altra Balìa dal 1393 in poi; quindi si tornarono i Signori in Palagio ed i Prelati al Papa: fu comandato alle genti d’arme e ai cittadini tornarsi ciascuno a casa, e non seguì alcuno scandalo nella terra. Il primo d’ottobre la Signoria inviava al Papa il Gonfaloniere di giustizia e uno dei Priori a fine di rendergli grazie; avevano seco quattrocento fanti bene armati, e capi di questi Neri di Gino, e con tradimento del nome suo Luca degli Albizzi ch’era ammogliato ad una Medici. Alle quattro ore di notte giunti a Santa Maria Novella ebbero subito udienza, e i due Signori stati un’ora in camera del Papa col Vitelleschi grande amico di Cosimo (secondo scrive egli medesimo), rimasero d’accordo insieme della ritornata di questo, e poi rientrarono nel Palagio. Il giorno seguente era la Piazza occupata di nuovo da genti armate, e con esse uno dei Medici e Bartolommeo degli Orlandini svisceratissimo di quella parte e adoprato poi, siccome dovremo più tardi conoscere, a fatti peggiori. Furono in Palagio chiamati gli uomini della Balìa ed i Collegi, i quali insieme con la Signoria a un grido levarono il bando a Cosimo de’ Medici e agli altri con lui mandati in esilio, e all’Acciaioli e a’ due Pucci. Riabilitarono agli uffici della Repubblica le famiglie dei Medici e degli Alberti, che prima n’erano stati privi. Fecero i dieci Accoppiatori che regolassero le tratte a modo di chi reggeva.[283] Un Bartolommeo de’ Cresci, giovane ardito ch’era dei Collegi, e aveva cercato levando rumore che la Pratica non si vincesse, fu preso e la notte morì ne’ tormenti, o (come fu sparso) con le sue mani s’uccise in carcere. L’altro dì poi furono confinati Rinaldo degli Albizzi ed Ormanno suo figliuolo per otto anni, Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadori da principio per soli tre anni; i figli e i discendenti loro posti a sedere. Narrasi che Rinaldo chiamato dal Papa avesse conforti da lui e proteste, non avere egli creduto il dì che fece gli accordi dovessero questi infine condurre al suo esiglio; e che Rinaldo amaramente dicesse non d’altri dolersi che di sè medesimo, il quale credette potesse in patria conservarlo chi il proprio suo seggio aveva perduto.[284] Con queste parole Rinaldo degli Albizzi lasciò per sempre la patria sua.

Cosimo de’ Medici era a Venezia quando per lettere e messi da Firenze gli giunse notizia della nuova Signoria ch’entrava in ufficio, sollecitandolo molti parenti ed amici s’accostasse intanto ai confini, avendo speranza di tosto poterlo rimettere dentro. Ma Cosimo volle prima bene assicurarsi dell’animo dei Signori, col dire che nulla egli e Lorenzo farebbero contro al volere della Signoria. Dalla quale avuto espresso avviso che si muovessero, a’ 30 settembre lasciata Venezia giunsero al ponte di Lagoscuro. Poi narra Cosimo come per corriere il primo d’ottobre avesse lettere che lo avvisavano dell’essere stati rimessi in Firenze, e lo esortavano a venir presto. Onde recatisi a visitare il Marchese di Ferrara che del fatto mostrò allegrezza, continuando la via giunsero a Modena, alloggiati quivi nelle case del Marchese con grande onore; dappertutto trovarono fanti ch’erano ordinati perchè andassero con loro, e a questo fine Uguccione dei Contrari da Ferrara aveva a soldo duecento cavalli. I quali però da essi furono licenziati, perchè non era di bisogno: e a’ cinque rientrarono sul terreno del Comune di Firenze, un anno appunto dacch’essi n’erano prima usciti.[285] Passarono fuori delle mura di Pistoia, e tutto il popolo si fece alla porta per vederli così armati e con tale accompagnamento, essendo incontrati anche sulla via da molti cittadini; cosicchè erano grande numero. A questo modo Cosimo stesso racconta il fatto di questo suo viaggio per l’Italia, che venne dipoi magnificato oltre al vero, e descritto come trionfale di plausi di popoli e di solenni festeggiamenti. Nei giorni più splendidi di Casa Medici e delle arti, tra le allegorie dei fatti di quella famiglia dipinte per mano di artisti eccellenti nel bellissimo salone del Poggio a Caiano, si vede il ritorno di Cosimo figurato per quello di Cicerone quando fu in patria ricondotto (secondo egli scrive) sugli omeri di tutta Italia. A’ sei giugnevano a desinare a Careggi, dove fu gran gente; ma i Signori mandarono a dire non entrassero prima di sera; e perchè tutta la via Larga era piena fino a casa loro d’uomini e di donne, egli e Lorenzo con un famiglio ed un mazziere volgendo lungo le mura vennero dietro la chiesa de’ Servi, poi da San Piero girando presso alle vuote case di Rinaldo degli Albizzi, entrarono nel Palazzo dei Signori; i quali vollero, per non fare maggiore tumulto, che rimanessero quivi ad albergo fino alla mattina. Da questo giorno per trecento anni tutta l’istoria di Firenze si annesta a quella di Casa Medici.

Capitolo IX. GLI STUDI CLASSICI IN FIRENZE; GRANDE INCREMENTO DELLE BELLE ARTI. [AN. 1378-1434.]