Così erano entrati il mondo greco ed il latino dentro al pensiero degli Italiani, al quale era dato un libero spazio fuori della disciplina dei maestri e delle tradizioni delle scuole. Alla grandezza dei fatti ed alla copia delle dottrine si univano la magnificenza delle forme, la varietà d’esse, e un’eleganza da ottenersi con l’uso dell’arte. Ma con la forma va la sostanza; e l’antichità prestava intorno alle cose nuovi concetti e giudizi nuovi, e certa finezza d’osservazioni e di sentenze, benchè autorevoli, sempre disputabili: un fare insomma tutto diverso da quello che aveva sino allora formato gli animi e dominato gl’intelletti. Età più incolte viveano di fede e di passioni; ora gli animi s’erano alquanto ingentiliti ma non per anche universalmente guasti, nè la corruttela del seguente secolo si vidde spuntare in Italia prima che declinasse il quattrocento. Guaste le Corti e i letterati; ma per tutti quegli anni dei quali si è finquì discorso, il popolo meno agitato da passioni le quali fossero a lui proprie, teneasi più quieto e più castigato: quando il governo è in mano di pochi, si adoprano questi generalmente a mantenere gli ordini posti in tempi migliori. A Firenze le arti belle, cresciute in quelli anni, furono educatrici buone; del popolo vero pareva che fossero a capo gli artisti, e n’erano spesso tra’ più virtuosi.
Fu troppo creduto (secondo pare ai moderni critici) che la pittura dopo Giotto avesse aspettato quasi cento anni prima di avanzare un altro gran passo per opera di Tommaso da San Giovanni in Val d’Arno, che noi conosciamo sotto il nome di Masaccio. Di lui si fece come una leggenda, nè abbastanza si riconobbe come la maniera del dipingere d’alcuni dei predecessori suoi già mostri un progresso. Certo è che Masaccio ampliò i confini dell’arte; diede al concetto maggiore sostanza, ed alle figure più rilievo; per la espressione da dare ad esse ed al conversare dell’una coll’altra, non si appagò della verità semplice degli atteggiamenti nè di accennare la bellezza delle forme, studiandosi renderle più evidenti con la esecuzione: di queste cose fu maestro a quelli che dopo lui vennero, e che da lui furono eccitati a studi maggiori e fatti abili a più ardimenti.
Da Giotto a Masaccio e da questo a Fra Bartolommeo e ad Andrea Del Sarto, può dirsi che l’arte in Firenze lentamente percorresse tutto il suo cammino, segnato dai nomi d’uomini eccellenti: di questi ve n’ebbe tanto gran numero, che deve bastare a noi solamente fermare il discorso su quelli che furono come principi dell’età loro, e dalle seguenti furono tenuti in conto di maestri. Ma non potremmo senza peccato tacere del più caro e più veramente spirituale dei pittori, Frate Giovanni soprannominato Angelico per la singolare bontà de’ costumi e per la fervente devozione che a lui fu sola ispiratrice dell’arte; per il che non volle trattare altro che argomenti sacri, e il suo dipingere era una preghiera. Benchè nato nel Mugello, fu detto da Fiesole dov’egli vestiva l’abito dei Predicatori: delle opere sue grandissimo è il numero, più spesso in piccole figure, ma cercate molto ai giorni nostri perchè, a tutti superiore pel sentimento, ebbe dall’arte già progrediente e dall’ingegno in lui grandissimo, acconci mezzi a bene esprimere e a colorire ogni suo concetto. Nato nel 1387, moriva nel 1455.
In quegli anni stessi fu ritrovata in Firenze un’arte plastica, dove la pittura chiamata a soccorso della statuaria, venne con l’opera dei colori a fare più vivi ed a variare gli effetti che si ottengono dal bassorilievo. Luca della Robbia [n. 1400], dopo avere provato sè stesso nel marmo e nel bronzo, inventò questa molto più spedita maniera di lavorare, con la quale fece anche talvolta grandissimi quadri con molte figure e bellissime composizioni, avendo trovato il segreto di una vernice rilucente e tanto solida, che più secoli non hanno bastato ad alterare quelle opere, le quali tuttora ci appariscono come fatte ieri: fu anche eccellente negli ornati con frutta e fiori, dei quali faceva cornici ai bassirilievi. Per questo modo condusse a fine grandissimo numero di opere, continuate nella sua famiglia per oltre un secolo: Andrea ed un altro Luca furono tali artisti che si confondono facilmente col primo inventore; ma il secondo Luca essendo morto in Parigi dopo il 1551, lasciò perir seco il bel segreto della vernice che fu impossibile imitare. Di queste opere, cui rimane il nome della Famiglia che le faceva, molte ve ne ha sparse per l’Italia, e ne è piena la Toscana, dove più volte m’è occorso trovarne in luoghi affatto deserti: fra tutti bellissimi e grandiosi, quelli della chiesa dell’Alvernia.
Questo fu il tempo nella città di Firenze dei più splendidi edifizi. Prima d’allora i palagi pubblici e più assai le chiese avevano aggiunto al fiero stile dei rozzi secoli qual cosa di più italiano, dove le classiche reminiscenze s’intravedevano, poi fatte palesi nel Campanile di Giotto: aveva l’Orcagna disegnata ad arco tondo la grande sua Loggia. Ma nell’aprirsi del quattrocento erano entrati nella giovinezza tre grandi ingegni, dei quali ci siamo riservati a dire per ultimo: le forme del bello già educavano anche per mezzo della scrittura la mente agli artisti, ai quali nel tempo stesso divenivano grande studio i monumenti dell’antichità, dimenticati per lunghi secoli nella stessa Roma. Ed era Firenze allora in grande fortuna e splendore, cresciuta di stato e meglio ordinata che in altri tempi mai, fiorente di molto diffusa ricchezza per le manifatture di seta e pei lavori d’oro e d’argento; i maggiori artisti uscivano spesso dalle botteghe d’orificeria.
Era della fabbrica di Santa Maria del Fiore condotta a termine la navata, e alzati i quattro grandi pilastri su’ quali doveva posare la Cupola: questa intendevano fare a somiglianza del Pantheon d’Agrippa; ma farla girare su base ottagona aveva grandissime difficoltà, e molto se ne disputava, quando si fece innanzi tale uomo che pensò altro modo, e compiè un’opera di cui non aveva lasciato esempio l’antichità. Filippo di Ser Brunellesco [n. 1379], d’illustre casato ma di piccola fortuna, prima nella bottega d’un orafo imparò il disegno, e lavorando di quell’arte, presto divenne eccellente in legare pietre fini, e nei lavori di niello, e figurette d’argento e bassirilievi. Ma il grande suo ingegno molto inclinato alla speculazione si diede bentosto alle combinazioni della meccanica, tantochè fece di mano sua buoni orologi, avanzò la scienza della prospettiva, e la insegnò ad altri, piacendosi molto dell’immaginare cose ingegnose e difficili; esercitò l’arte della scultura, facendo in quella opere che sono anche ai dì nostri molto ammirate. Ma più che ad altro sentiasi nato all’architettura, e credo pensasse fin dai primi anni alla Cupola del Duomo, perchè nel 1401, venduto un poderetto che aveva, si condusse a Roma, e dimoratovi lungamente, altro non faceva che esercitarsi dietro agli antichi edifizi, e cercarne sotterra le rovine, studiando i modi a girare le vôlte, ed i congegni delle pietre ed ogni parte delle costruzioni. Alternò fino al 1417 la dimora tra Roma e Firenze, dove interrogato circa la Cupola, fece prevalere il suo consiglio di cavarla fuori del tetto, sottoponendole un fregio o tamburo di quindici braccia che avesse per ognuna delle otto faccie un occhio grande. Già fino dal 1407 si erano cominciate a costruire le tre grandi tribune intorno al coro, ciascuna con le cinque sue cappelle, e si chiuse l’anno 1420 la terza tribuna. Filippo intanto, che tutti quelli anni avea studiato segretamente e preparato il suo modello, cominciò a dirne ed a mostrarne qualcosa agli uficiali preposti all’Opera; i quali per mezzo de’ mercanti fiorentini che dimoravano in Francia, in Lamagna, in Inghilterra ed in Ispagna, aveano chiamato a concorrervi i più sperimentati e valenti ingegni che fossero in quelle regioni: questo almeno si legge. Nel marzo del 1420 si tenne un Consiglio generale, dove ciascuno dei maestri, presentato il suo modello, e fattesi le più strane proposte sul modo di volger la Cupola, il Brunelleschi mostrò e difese il suo concetto che parve cosa impossibile ad eseguire; ond’egli irritato e per le bestiali cose che furono dette, s’infervorò tanto da essere creduto pazzo e dai donzelli sarebbe stato fatto portare di peso fuori della sala. Documenti certi mostrano poi come un mese dopo venendosi più seriamente a trattar seco, il Brunelleschi mettesse in iscritto l’istruzione per eseguire il suo modello, su di che l’opera gli fu allogata. Voltare la Cupola con nuovo ardimento, senza armature che la reggessero durante la costruzione; farla salire a sesto acuto, il che era darle una maggiore e più terribile elevatezza di sentimento; sovrapporre alla Cupola interna un’altra fuori, in modo che fra l’una e l’altra si cammini; collegare insieme le due cupole con morse di pietra, e assicurare tutta la fabbrica facendo girare le faccie di quella sopra il tamburo con una forte incatenatura di ventiquattro travi di quercia fasciate di ferro: questo fu il disegno che il grande architetto potè condurre ad esecuzione, facile a lui che nella mente aveva da prima ogni cosa preveduto. A’ dì 7 agosto del 1420 si cominciò a murare, e nell’anno 1434, che fu di sì grande mutazione nelle cose di Firenze, fu chiusa la Cupola: mirabile opera sopra ogni altra non solamente dei tempi antichi ma dei moderni, perchè quella che il Buonarroti fece in Roma, piantata più in alto, non ha in sè stessa maggiore ampiezza, e meno intende verso il cielo. Anche il disegno della Lanterna è del Brunelleschi; se non che l’opera andò in lungo, ed egli intanto dirigeva altri edifizi, tra’ quali le chiese di Santo Spirito e di San Lorenzo; ed a Luca Pitti fece il disegno del Palazzo che poi finito ed ampliato assai, divenne reggia ai principi di Toscana. Moriva Filippo l’anno 1446.
Donato, più spesso appellato Donatello, trovò la scultura rimasta indietro alle Arti sorelle, e la condusse tanto innanzi da potere essa prestare ogni cosa che a lei chiedessero il genio e l’anima dell’artista. Quasi coetaneo al Brunellesco, era egli andato seco in Roma a fare pratica sulle antiche statue; non però divenne imitatore degli antichi, seguendo piuttosto la propria sua indole, che nulla aveva del romano e non abbastanza del greco sentire. Non ebbe chi lo agguagliasse quanto alla intelligenza del vero, ed alla scienza dei movimenti, ed al possesso di tutti i mezzi dell’arte e alla maestria dell’esecuzione; ottimamente riuscì ad esprimere gli affetti comuni, ma giunse di rado alle profondità del sentimento, e nelle forme non parve intendere a ideale bellezza: fu tale insomma, che portò l’arte della scultura fino alla eccellenza, ma egli medesimo non ne toccò il colmo. Vero è però che il grande artista superò sè stesso nella statua di San Giorgio, una di quelle che adornano l’imbasamento dell’edifizio d’Or San Michele; qui pare la bella persona muoversi dentro al marmo, ed un’espressione dignitosa è nelle fattezze di quel nobile soldato. In quella faccia del Campanile che sta di contro a San Giovanni, è in alto una nicchia con entro la statua di un uomo calvo; questa Donatello solea chiamare il suo Zuccone, mostrando amarla più d’ogni altra cosa sua, e nel guardarla diceva ad essa motteggiando: parla, che ti venga la malora. Fu eccellente nei bassorilievi, e osò primo nei moderni tempi fare una statua equestre in bronzo, che i Veneziani decretarono al Gattamelata, e sta in Padova sulla Piazza di Santo Antonio. Vissuto a lungo, è grande il numero dei suoi lavori; ma egli semplice e modesto, e trascurato del molto danaro che avea guadagnato, non soffrì mai di abbandonare la sua bottega nè il grembiule di artigiano.
Di rado avviene che ad un artista sia dato raccogliere in una sua opera quanto egli abbia in sè d’eccellenza ed egli medesimo passarne il segno. Ma ciò si vidde in Lorenzo Ghiberti, che figlio di un orafo valente, avendo bentosto superato il padre, si diede a gettare figure in bronzo e a lavori di tal sorta con molta sua lode: si esercitò ancora nella pittura che gli fu di grande aiuto (come vedremo), alle altre sue opere. Era Lorenzo di età giovanissima quando i Consoli dei Mercanti deliberarono fare al tempio di San Giovanni una Porta in bronzo a somiglianza di quella che Andrea Pisano aveva fatta cento anni prima; e, come era buona usanza in Firenze, chiamarono artisti che facessero a concorrenza ciascuno una storia sul disegno di quelle d’Andrea. Fra molti anche il Brunelleschi e Donatello presentarono per saggio la storia loro; ma, essi medesimi consenzienti, fu data l’opera al Ghiberti, che riescì bellissima; e fu grande progresso nell’arte: se non che essendosi nello spartimento delle storie voluto seguire il disegno del vecchio artista, parve nell’insieme essere qualcosa che non aggiungesse l’eleganza cui gli occhi già s’erano esercitati in Firenze. Ma nelle figure tutti ravvisarono quanto Lorenzo valesse: talchè non appena finita la prima, gli diedero a fare la Porta maggiore che sta in faccia al Duomo. Di questa null’altro è a dire, se non che ogni cosa è bello di quanta bellezza è capace l’arte; nè mai gli antichi avean fatta opera somigliante. In essa le dieci grandi storie sono quanto alle figure ed alle composizioni quadri veri da stare accanto ai più eccellenti; pare a guardarli, vedervi dentro il colore. La grazia, la verità e la varietà delle mosse, le invenzioni e la maravigliosa esecuzione delle cornici di foglie e frutta che girano attorno alla porta, la perfetta proporzione e l’armonia di tutta l’opera, tali si mostrano, che il Buonarroti la chiamò Porta degna del Paradiso. Io non ricordo avervi mai posati su gli occhi, che io non dicessi in me medesimo: qui è perfezione. Mentre il Ghiberti attendeva quasi per tutta la vita a queste due opere, altre ne fece pure lodatissime; l’arca storiata di San Zanobi in Santa Maria del Fiore, e tre delle grandi statue in bronzo che stanno attorno ad Or San Michele. Era egli anche stato dato compagno al Brunelleschi nell’opera della Cupola, ma parve non essere altro che d’impaccio, e dovè ritrarsene. Lasciò alcuni Commentarii intorno ai suoi studi: mai non aveva abbandonato l’arte sua prima, e di oreficeria lavorò sempre; il che gli dava grossi guadagni. Fece a Martino V un bottone da piviale con gioie e figure d’oro in rilievo; ad Eugenio IV una mitra di trasmodante ricchezza e di bellissimo artificio. Dovemmo tacere di lui e del grande e vario numero degli artefici, tante opere insigni di cui si abbellivano i forzieri dei privati, le case, le ville e le cappelle ornate a quel tempo nel quale in Firenze parve risedere il fiore del bello. Queste cose erano state prima che le arti e le lettere sentissero la protezione di Casa Medici.