La Balìa dalla quale fu richiamato Cosimo de’ Medici continuava sino alla fine del mese d’ottobre, che fu anche il termine della Signoria; alla quale succedette per gli ultimi due mesi dell’anno, e co’ Priori tutti fatti a mano, Giovanni Minerbetti Gonfaloniere. I confinati dalla Balìa troviamo che giunsero al numero di trentuno: e quanto importasse a fortificare quello Stato, fu in quei primi giorni ordinato con le asprezze consuete, ma insieme con manco rispetti a quelle forme di libertà che prima soleano tenersi solenni: la plebe e Cosimo s’intendevano, e a questo ed ai suoi premeva che niuno s’alzasse all’intorno, che la Repubblica non avesse nè capi autorevoli nè forti e sinceri e veramente liberi magistrati. Agli Otto di guardia avevano dato balìa di sangue, la quale valeva contro a chi tentasse novità o che solamente sparlasse; e taluni per discorsi fatti, o vennero uccisi o andarono in bando.[286] Il quale fu esteso infino a dieci anni per quei confinati che prima erano a più breve tempo; vietato lo scrivere ad essi lettere o riceverne; fatte leggi molto strette, con grandissime difficoltà a che potesse mai vincersi nei Consigli e nei Collegi la restituzione dei fuorusciti o ribelli, tantochè di trentasei fave ce ne volevano trentaquattro. Pigliando motivo o pretesto dall’avere gli sbanditi rotto il confine, molti di loro fatti ribelli erano condannati nelle persone e nella roba, le terre e le case vendute a vil prezzo agli amici dello Stato nuovo; e intanto gli avversi che rimanevano in città, o quelli dei quali non fossero chiari, venivano aggravati co’ balzelli più che non potessero portare; così erano astretti a finire nella miseria o farsi clienti a quella famiglia che tanti sapeva co’ doni acquistarne, e che piacevasi di cercare ne’ luoghi più bassi i fondamenti della grandezza sua: Cosimo de’ Medici tirava su molti delle arti minori a farsi abili a’ maggiori ufizi; e soleva dire, che due canne di panno rosato bastano a fare un uomo dabbene, gli antichi avendo egli messi fuori. Le famiglie quasi intere dei Peruzzi, dei Rondinelli, dei Guasconi, dei Castellani, dei Corsi, e molti dei da Ricasoli, dei Frescobaldi, dei Bardi, furono rimossi da ogni ufficio, e messi nel numero dei Grandi o a quello restituiti. Da un’altra parte, togliere via gli antichi ordini contro ai nobili o si temette potesse spiacere al popolo degli artefici, o parve migliore consiglio procedere in questo pure alla spicciolata, e così rompere gli antichi consorzi e tutti gli ordini di persone. Di quel consiglio si disse autore Puccio, cui sempre si attribuivano i pensieri più sottili: e a questo modo i grandi non tutti, ma gradatamente il maggior numero fatti popolani, divennero abili ad esercitare i magistrati, però con divieto per dieci anni dalla Signoria. Perdeano il diritto che prima avevano di sedere un certo numero, comunque piccolo, del loro ordine in molti uffici e magistrati; ai quali veniano eletti di rado, confusi com’erano ora nel numero e sgraditi ai popolani: così era aperta ad essi pure una sola via, servire alla parte che tutto poteva. Dalle arti minori e dalle congreghe degli artefici minuti infino alle stirpi tenute maggiori d’autorità o di sangue, i Medici ebbero ogni cosa tramutato, rimescolato, diviso: poterono bene serbare le forme della Repubblica, della quale erano i nervi disciolti e le resistenze triturate e fatto polvere ogni cosa.[287]

Intanto gli esigli continuavano; ogni giorno quasi che rimanea di quell’anno aveva il suo numero di nuovi sbanditi: i nomi ci restano di ottanta o circa, la maggior parte dei più chiari e con essi non pochi oscuri; v’è infino certa Madonna Apollonia pazza: sbanditi di molte famiglie sinanche i bambini nelle fasce e i nascituri. Ben altre volte andarono in bando per grandi frazioni, o tutti insieme come nel settantotto, i primi uomini dello Stato; ma erano balzi prodotti dall’urto di forze contrarie: qui un freddo proposito deliberato, costante; e Cosimo a quelli che lo accusavano di guastare così la città, soleva rispondere: Meglio città guasta che perduta; malvagia parola, e indice d’animo tirannesco. Non poche famiglie rimasero trapiantate nelle città del Reame e di Lombardia; molte ne andarono a fondare case di commercio in sulle rive del Rodano ed a Lione massimamente, dove ci avverrà di ritrovare per tutto il corso dell’Istoria nostra una colonia di fuorusciti, nemici costanti della Casa Medici: non poche di queste famiglie durarono ivi ed in Provenza fino ai giorni nostri, o vi rimangono tuttavia. Di tante male opere nessuna però fu iniqua al pari del bando dato a Palla Strozzi, la cui modestia e civile temperanza parve essere stata cagione che fosse Cosimo restituito: contro a quel buono e preclaro cittadino uscì la sentenza ai 10 novembre; e da quel giorno gli onesti scôrsero alla parte regnatrice mancato il freno anche della vergogna. Il savio Agnolo Pandolfini che, poco avendo amato gli Albizzi, vagheggiava sempre e aveva forse anche sperato da Cosimo un qualche ritorno alla civile egualità, si chiuse in villa dopo all’esiglio dell’amico suo, veduto non essere altro da fare che il buon massaio. Andò Palla Strozzi a Padova in bando per dieci anni, quando ne aveva egli sessantadue: gli fu rinnovato due volte il bando per altri dieci anni; udiva la morte dei figli suoi, esuli anch’essi in altri luoghi, ed egli sanissimo di mente e di corpo, cristianamente tranquillo e consolato dall’amicizia dei dotti uomini e dalla cultura delle greche lettere, moriva compiti gli anni novantadue, e quando moriva Cosimo dei Medici; del quale non credo sia questa contata tra le opere fatte a incremento degli studi e a maggior gloria della città sua.[288] Quel grande artefice di questi fatti, Averardo dei Medici, era morto in Firenze a’ 5 dicembre, avendosi poco goduto il ritorno e le sperate grandezze e le vendette spesso da lui (come tenevasi) consigliate.

In fine a’ Ricordi lasciati da lui si vanta Cosimo dell’avere quanto a sè posto freno alle vendette, e che nei due mesi del gonfalonierato ch’egli assunse il primo gennaio 1435 non fosse alcuno tolto di vita. Bene crediamo noi le passioni dei suoi partigiani più delle sue fossero astiose e cupide; ma è poi vero che tirarsi addosso le parti più odiose è sorta d’ossequio dai clienti solita usare al padrone, ad essi giovando mantenergli quella forza la quale proviene dalla opinione della bontà. Contuttociò noi troviamo in quel tempo altri essere sbanditi o fatti ribelli, e v’ebbero pure condanne a morte, sebbene alcuni per intercessione di Cosimo avessero la vita salva.[289] Ma sei ribelli, i quali avendo rotto il confine si ritrovarono insieme a Venezia, richiesti secondo i patti della Lega per mezzo di un Lodovico da Verrazzano mandato a tal fine a quella Signoria, furono resi, e in Firenze ebbero tagliata la testa.[290] Dipoi un Guadagni, figlio a quel Bernardo che fu Gonfaloniere nel 33, da Luigi di Piero Guicciardini consegnato a Orlando dei Medici tesoriere della Marca, fu privato anch’egli di vita: Bernardo medesimo, dalla Capitaneria di Pisa chiamato in Firenze per esservi giudicato, era morto sulla via per caso oscuro e subitaneo.[291] Ai cittadini era imposto sotto gravi pene consegnare le armi che avevano in casa; il quale ordine da un Niccolò Bordoni essendo pigliato in beffa,[292] e di lui sapendosi avere con altri tenuto discorsi contro allo Stato, vennero tutti presi; ed avrebbero perduto la vita, se non che ad istanza di Papa Eugenio il Potestà contro ad essi pronunziava minore condanna; ma questa poi venne per un secondo giudizio iniquamente aggravata, e lo stesso Potestà fu per Consiglio di popolo casso d’ufficio: dal che si vidde in Firenze cominciare la tirannide, poichè desideravano fare sangue e forzare i rettori.[293] Vennero scoperte pure altre congiure, delle quali una era condotta da certo Frate, cui era stato promesso e tolto il vescovado d’Arezzo: tenevano in questa la mano il duca Filippo Maria Visconti e Niccolò Piccinino, che per motivo di salute dimorava allora ai Bagni di Petriolo nel Senese. Dal quale fu detto pure altra congiura essere ordita contro al Papa, che essi voleano pigliare e quindi trafugare in quel di Lucca, di dove andasse nelle mani del Visconti. Un Vescovo di Novara, che stava in Firenze per conto del Duca, dopo avere intinto in quella congiura, pentito, ne fece la confessione ad Eugenio; e un Riccio, principale autore, fu appeso alle forche, ed un Bastiano Capponi, che n’era partecipe, decapitato sulla porta del Bargello.

Aveva la Repubblica brighe frequenti dai Ricasoli che, stando in mezzo co’ loro castelli tra essa e i Senesi, si difendevano volteggiando in qua e in là con le accomandigie. Due anni prima un Egidio da Ricasoli avea voluto dare ai Senesi il castello della Leccia o Monteluco nel Chianti.[294] Ora Galeotto, signore di Brolio, lasciava occupare quella sede principale di loro famiglia da messer Antonio Petrucci senese, nemico perpetuo dei Fiorentini; i quali, mandatovi gente con artiglierie, ebbero a patti Brolio e lo tennero in nome della Repubblica.[295]

Continuava col Papa e i Veneziani la lega, sebbene le forze di questa fossero abbattute, siccome vedemmo, dall’armi del Duca presso Imola, avanti la ritornata in Firenze di Cosimo de’ Medici. Dopo la quale fu confermata per altri dieci anni la lega in Venezia, essendo ivi andato a questo effetto ambasciatore Neri di Gino e il Papa tuttora in Firenze dimorando, Francesco Sforza, che fu eletto Capitano di tutta la Lega, si mosse a purgare le vicinanze di Roma dalle armi del Fortebraccio, le quali dicemmo averle occupate. Fu questi pertanto necessitato ritrarsi; al che i Romani cercarono accordo col Papa, e consentirono di ricevere un suo Commissario; mentre il Fortebraccio, rinchiuso in Assisi con tutte le forze sue, era ivi oppugnato da Francesco Sforza, facendosi guerra dalle due parti molto grossa e lunga e dubbiosa: tantochè il Duca di Milano, temendo per sè la vittoria dei collegati, mandava ordine a Niccolò Piccinino entrasse in Toscana a divertirne le forze. Contro del quale mosse pertanto il Conte Francesco, avendo lasciato alla cura d’un fratello suo l’assedio: incontro al quale usciva impetuoso il Fortebraccio; e vintolo e preso, andava sicuro all’acquisto delle terre della Marca. Ma il Conte Francesco minacciato in quel possesso, e non sofferendo rimanere senza signoria che fosse sua propria, tornò contro al Fortebraccio; il quale fu vinto e preso e ferito, e della ferita si morì. Dopo di che il Papa riavute le terre del Patrimonio e di Romagna, e il Conte Francesco la signoria della Marca, si fece la pace tra il Papa e il Duca e i Veneziani e i Fiorentini, e lega con patto dovesse ciascuno andare eziandio contro a chi dei quattro avesse rotta la confederazione.[296] Col ritrarsi di Romagna le armi del Duca, essendo fuggito Batista da Canneto, tornava in Bologna la parte dei Bentivogli.

Era morta la reina Giovanna di Napoli, avendo lasciato erede nel regno Renato d’Angiò della famiglia di Provenza, e privato della successione il re Alfonso Aragonese; il quale essendo allora in Sicilia, e chiamato da taluni baroni del Regno, nonostante che il maggior numero tenesse le parti angiovine, venne accompagnato da molti principi; e fermata la sede in Capua, mandò l’armata ad assaltare Gaeta che si teneva per i Napoletani. Chiederono questi aiuto a Filippo; ed egli persuase facilmente ai Genovesi, ch’avea in ubbidienza, armare il possente naviglio loro incontro a quello del re Alfonso; il quale raccolto molto numero di navi, ed egli medesimo salito sopra una di queste, cercava animosamente la battaglia. La quale avvenne nelle acque di Ponza con isconfitta del re Alfonso, che vi rimase prigione col Re di Navarra e grande numero di principi e signori,[297] egli avendo ceduto la spada a Giacomo Giustiniani capitano genovese. Per questa vittoria pareva Filippo fatto signore di tutta Italia; ma tosto gli effetti nacquero diversi dalla opinione; imperocchè il Duca avendo fatto venire, con dispiacere dei Genovesi, Alfonso a Milano, questi troppo grande prigioniero per un tale uomo qual era Filippo, fattosi ad un tratto suo consigliero, gli mostrò avere egli male combattuta Casa d’Aragona per condurre Napoli in potestà d’uno di quei principi francesi i quali ambivano già fino d’allora il ducato di Milano. Poterono tanto siffatti argomenti sull’animo di Filippo, ch’egli rinviava a Genova Alfonso con grande onore e tutto suo amico, comandando ai Genovesi restituirgli le navi perchè sopra quelle tornasse nel Regno. Voleva Filippo così anche abbassare la città suddita, che parevagli essersi fatta troppo grande per quella vittoria. Coteste sono arti lodate di regno; ed a lui fruttarono che i Genovesi per subita ribellione, ucciso il Governatore che stava pel Duca e cacciate in pochi giorni le armi di questo e presi i castelli, scuotessero il giogo che odiavano, essendosi dipoi stabilmente rivendicati in libertà.[298]

Per questi fatti mutate essendo le condizioni d’Italia, rimase di subito scompaginata la lega, la quale di nome era conchiusa tra il Papa e il Duca e i Veneziani e i Fiorentini. Questi mandarono soccorso a Genova di vettovaglie e di fanti armati sotto Baldaccio d’Anghiari alla difesa d’Albenga, sebbene ciò fosse copertamente,[299] perchè la lega non volea dirsi per anche rotta, ciascuno essendo tenuto in rispetto dalla incertezza degli eventi, e il Papa adoprandosi con grande studio perchè alle armi non si venisse. Aveva egli nel mese d’aprile 1436 lasciato Firenze, dopo esservi dimorato quasi due anni, ed alla Repubblica usato ogni sorta di benevole dimostrazioni. Poco innanzi della partenza sua Eugenio, il giorno venticinquesimo di marzo, ch’è la festa dell’Annunziazione ed era in Firenze principio dell’anno, consacrò il tempio di Santa Maria del Fiore, essendo già l’occhio della grande Cupola stato chiuso da Filippo di ser Brunellesco due anni prima, quando era al termine lo Stato degli Albizzi.[300] Fu celebrata quella consacrazione con molto grandissima solennità, essendosi dalle scalee di Santa Maria Novella, dove il Papa dimorava, infino a quelle del Duomo alzato un palco ricco di tappeti e d’ogni magnificenza, sul quale andassero fuori della calca egli e tutto l’accompagnamento suo, ch’erano molti Cardinali e Vescovi e Principi ed Ambasciatori e tutta la Signoria, tenendo la coda del papale ammanto il Gonfaloniere Davanzati, che fu da Eugenio per mano di Gismondo Malatesta fatto insignire della cavalleria. Il Papa dipoi recossi a Bologna, venuta di fresco in potestà sua, dopo esservi stato ucciso Antonio Bentivoglio.[301]

Filippo Maria, tentata invano la recuperazione di Genova, fece che tutte le forze sue con Niccolò Piccinino venissero innanzi per la riviera di Levante verso allo Stato dei Fiorentini. Aveva mandato prima sotto Pietrasanta due suoi minori capitani, Cristoforo da Lavello e Luigi dal Verme, che si ritrassero per comandamento dello stesso Duca. Ma il Piccinino occupò Sarzana de’ Genovesi ed alcune terre che la Repubblica di Firenze avea sulla Magra; donde poi venne a fermarsi in Lucca, mostrando intenzione d’andare nel Regno. Nè per essergli negato il passo, rompeva di subito il Piccinino la guerra; nè i Fiorentini, che inviarono a Pisa Neri Capponi con quante forze aveano in pronto, vollero altro che porsi in guardia contro ogni assalto da quella parte. Era il conte Francesco Sforza allora ai servigi del Papa, ed a Cosimo già molto amico: lo aveva questi con grande onore accolto in Firenze, dove ebbero giostre nella piazza di Santa Croce, balli di donne in quella dei Signori. Dipoi, non senza difficoltà e patti di non andare in Lombardia nè muovere guerra contro al Duca di Milano, concesse Eugenio venisse il Conte ai servigi dei Fiorentini. Poneva il campo questi a Santa Gonda con cinque mila cavalli e due mila cinquecento fanti: il Piccinino all’incontro aveva sei mila cavalli con minore numero di fanti. Non fecero mossa i due famosi Capitani, l’un l’altro osservando; e anche tenuti in aspettazione dai negoziati che non cessavano tra il Papa e il Duca: infinchè a mezzo il verno, ad un tratto, il Piccinino, avuta speranza di occupare Vico Pisano, muoveva per là; di dove respinto, correa la campagna già come nemico. Dipoi assaliti altri minori castelli, andò poderoso in Garfagnana, ponendo il campo sotto alle mura di Barga. Per il che essendo ogni rispetto cessato, la Repubblica ordinava al Conte ed a Neri soccorrere Barga. Andarono, e diedero grave percossa al Piccinino, costretto ritrarsi quasi che rotto in Lunigiana; d’onde egli dovette quindi passare in Lombardia, perchè i Veneziani, veduto la guerra dal Duca essere cominciata, mandato aveano in Ghiaradadda Giovanni Francesco da Gonzaga loro capitano, che molto stringeva le terre del Duca. I Fiorentini poichè viddero questo impegnato in Lombardia, e Lucca, che s’era per lui dichiarata, sprovvista essere d’altro aiuto, tornarono al solito prurito d’avere quella città: del che Cosimo de’ Medici ardeva di voglia, perchè se il governo degli Ottimati acquistò Pisa, voleva pur egli ornarsi di qualche splendido acquisto alla Repubblica; oltrechè a lui faceva bel gioco avere gli ufizi in Lucca e le terre dei Lucchesi da dividere ai suoi partigiani; e con quella esca, da altri non tocca, un maggior numero guadagnarsene. Anche tra ’l popolo quella guerra avea però sempre grande favore, ed alla spesa tutti concorrevano in quei principii alacremente.[302] Nel mese d’aprile 1437 il Conte Francesco muoveva l’esercito; e prima andato a recuperare Sarzana e Lavenza, e alcune terre di Lunigiana o genovesi o fiorentine, prese facilmente Viareggio e Camaiore ed altri luoghi,[303] mentre che i Lucchesi tenevansi chiusi nella città, confidando questa potere guardare per le sufficienti forze che avevano dentro e perchè il popolo tutto intero vegliava geloso alla cittadina libertà. Laonde l’esercito dei Fiorentini avendo fatto nel piano di Lucca quei maggiori danni che poteva col guastare i campi allora coperti di grano e di biade, tagliare le viti, e dei bestiami fare preda,[304] volgevasi tosto alla espugnazione di Monte Carlo, castello tenuto infino allora come difesa e guardia di Lucca; ma fatta piccola resistenza, cedeva: e fu quello il termine ultimo alle cupidigie fiorentine, per gli accidenti che indi avvennero.[305]

I Veneziani avendo a petto in Ghiaradadda il Piccinino, ed essi rimasti senza Capitano, perchè il Gonzaga mutando parte era passato ai soldi del Duca, facevano istanza per avere Capitano di tutta la guerra in Lombardia Francesco Sforza. Il che ai Fiorentini dispiaceva molto, vedendo fallire a questo modo l’impresa di Lucca, della quale aveano tanta passione: ma erano soli in tal desiderio, perchè nè il Conte nè i Veneziani per nulla bramavano che la Repubblica acquistasse la signoria di una città la quale aveva per sua difesa più volte aperto gli appennini agli eserciti di Lombardia. Era il Conte rattenuto da altri pensieri, non volendo egli con l’impegnarsi oltrepò lasciare esposti alle aggressioni gli Stati suoi nella Marca;[306] e avendo poi sempre gli occhi a Milano, della quale il Duca facevagli innanzi balenare con fine arti la successione: strumento a quei giuochi di vile astuzia essendo la misera e tuttora giovinetta Bianca Maria, figlia sola ed erede, benchè illegittima, al Duca Filippo. Laonde lo Sforza tergiversava: ed una volta, per certi ammenicoli che i Fiorentini inventarono ed ai Veneziani poco soddisfecero, consentì andare fino a Reggio; dove un ambasciatore veneziano, Andrea Morosini, avendogli protestato pigliasse la guerra di là dal Po francamente, o la Repubblica gli torrebbe la paga e il comando; venuti insieme a grave alterco si separarono, e lo Sforza ripigliava la via di Toscana, allora prestando più facili orecchie alle insinuazioni di Filippo. Alla Repubblica di Firenze parea male stare; e lo stesso Cosimo de’ Medici andava ambasciatore a Venezia, sperando col caldo dell’amicizia a lui mostrata dai Veneziani potere a questi persuadere, provvedessero che il Conte non si accordasse col Duca, dal che verrebbe pericolo grave egualmente alle due Repubbliche; intanto lasciassero (qui era la somma di tutto il negozio) fornire al Conte l’impresa di Lucca. Ma il Doge Francesco Foscari gli replicava, bene conoscere il Senato le forze sue proprie e quelle degli altri Stati d’Italia, non essere usi i Veneziani pagare coloro che ad essi non servivano, nè avere voglia di fare crescere il Conte Francesco a loro spese: in quanto a Lucca, i Fiorentini provvedessero; per sè, non capire qual motivo avessero d’entrare con loro in cosiffatti ragionamenti.[307] Così fu Cosimo ributtato, senza che potesse ai Veneziani mai cavare altro di bocca: donde egli principiò ad alienarsi da loro;[308] e avendo in quel mentre le arti del Duca tirato a sè Taliano da Forlì, che per lo Sforza teneva la Marca, questi pauroso di perderla, o doverla guardare da sè, concluse l’accordo col Duca, e costrinse i Fiorentini ad accettare la pace con Lucca, ritenendo questi per sè Monte Carlo e Uzzano che aveano successivamente guadagnato. Fu buona pace, perchè muniva ad essi il confine inverso Lucca; ma i Fiorentini, che ebbero a male vedersi levata la terza volta in cento anni come di bocca questa città, riempirono Italia con lettere piene di rammarico; e, come nota bene il Machiavelli, «rade volte occorre che alcuno abbia tanto dispiacere d’aver perdute le cose sue, quanto ebbero allora i Fiorentini per non aver acquistate quelle d’altri.[309]»

Mentre era in Venezia Cosimo de’ Medici, trovò anche nata ivi gelosia per le cose del Concilio, delle quali egli aveva prima tenuto discorso in Ferrara con Eugenio che da più tempo vi dimorava. Imperocchè sedendo in Basilea la Sinodo che doveva essere continuazione di quella in Costanza, pel molto numero che vi era di Prelati tedeschi e per quelle semenze che già nella Germania pullulavano, si andò tant’oltre, che fatto scisma da Eugenio, elessero antipapa sotto nome di Felice V quel Duca Amedeo VIII di Savoia, il quale avendo deposto il governo nelle mani deboli del figlio, viveva irrequieto con le apparenze d’eremita in un suo castello presso al Lago di Ginevra.[310] Laonde Eugenio, riprovando quel di Basilea, aveva intimato un altro Concilio da tenersi in qualche città d’Italia; e perchè non si poteva in Lombardia, per qualche aderenza che era tra ’l Duca Filippo e quel di Savoia e perchè non voleano andare a mettersi sotto all’ombra della Repubblica di Venezia, fu scelta Ferrara. Già s’eran ivi cominciati a radunare; ma per la peste che v’era entrata, ottenne Cosimo si trasferissero in Firenze, con qualche invidia di quella Signoria e amare parole verso i Fiorentini. Voi Papa (dicevano), voi Concilio, voi Lucca, voi tra poco volete ogni cosa.[311] Nel Concilio si doveva trattare d’unione della Chiesa greca alla latina, e l’Imperatore Giovanni Paleologo stretto dai Turchi, e per ogni modo ma invano cercando avere soccorso dagli Stati d’occidente, era con molti de’ suoi Prelati venuto in Ferrara, donde egli ed il Papa ed il Patriarca di Costantinopoli facevano entrata con grande seguito in Firenze negli ultimi di gennaio 1439. Alloggiò il Papa, com’era consueto, nel convento di Santa Maria Novella, dove si tenne il Concilio; e l’Imperatore nelle case dei Peruzzi, allora sbanditi. Cosimo de’ Medici avea in quei due mesi il grado supremo di Gonfaloniere; ed i Fiorentini, quanto soleano essere parchi nelle private cose, tanto più godevano mostrarsi splendidi nelle pubbliche. Fu aperta la Sinodo, alla quale intervennero da centosessanta tra vescovi e abati latini e greci;[312] e gli animi essendo alla concordia inclinati, l’unione tra le due Chiese e sovra esse la supremazia del Papa fu pubblicata con grande solennità e letizia a’ 6 di luglio nel maggior tempio di Santa Maria del Fiore. Moriva in Firenze poco avanti la promulgazione il vecchio Gioseffo Patriarca di Costantinopoli, ed ha sepoltura in Santa Maria Novella. L’Imperatore innanzi di partire fece privilegio e carta solenne al Gonfaloniere Filippo Carducci, e (stando al Cambi) l’avrebbe fatta anche ai Priori, che fossero Conti di Palazzo, portando nelle armi loro il segno dell’Impero, ch’era l’aquila a due teste, con autorità di fare Notari, con dare ad essi anche l’esercizio, e di legittimare i figli naturali. Concesse altresì alla Repubblica esenzioni di gabelle e grazie in tutto l’Impero suo, che estendevasi allora non molto fuori delle mura dove Costantino più di mille e cento anni prima lo aveva condotto. Rimase in Firenze il Papa, ed in seguito appianò le differenze ch’aveano diviso la Chiesa pure degli Armeni da quella di Roma.