La pace che tolse ai Fiorentini l’impossessarsi di Lucca, non avea dato all’Italia requie; la qual non era nell’animo di Filippo, insofferente di vedersi privato di Genova, e dai Veneziani stretto per la possessione ch’aveano acquistata di Bergamo e Brescia: temeva la lega tra essi ed il Papa e i Fiorentini ed il Conte. A questo faceva brillare sugli occhi il vicino parentado, andando sì oltre ch’egli fermava alla cerimonia il luogo ed il giorno, apparecchiava pubblicamente alla figliola il corredo, e al Conte sborsava i trenta mila ducati promessi pagarli nei patti nuziali. Nè di ciò contento, praticava a fine, che messo il Conte in sospetto pei suoi Stati della Marca, mentre attendeva a guardare questi, si tenesse fuori del giuoco e non cercasse recare aiuto ai Veneziani. Bramava puranche staccare il Papa dalla Lega; ai quali effetti il Piccinino ad un tratto sparse come egli si fosse alienato da Filippo dappoich’era questi tutto del Conte, ed al Papa scrisse offrendosi andare contro al Conte nemico suo vecchio alla recuperazione della Marca, facendo guerra per Santa Chiesa. Rimase Eugenio pigliato all’esca, e mandò danari al Piccinino, e gli offerse terre in feudo, a lui ed a’ suoi figli: così occupava questi in breve ora Bologna e Forlì e Ravenna, il Duca gridando che tuttociò era senza sua saputa, e dando ad intendere che, se una volta potesse, farebbe al Piccinino tagliare la testa. Ma questi allora dal canto suo mutato registro, si fece a dire ed a giurare che traditore non era, e che era il Papa che lo accusava a fine di torlo dall’amicizia del Duca, onde era ben giusto ch’egli ed il Duca se ne ritenessero le terre. Così empiva de’ suoi soldati la riva destra del Po, donde impediva ai Fiorentini e al Papa ed al Conte di soccorrere i Veneziani, mentre egli ad un tratto contro essi muoveva l’armi sue insieme a quelle del Duca. Quanto era iniquo e svergognato l’inganno, tanto fu sapiente quella evoluzione di guerra, per la quale il grande condottiero subitamente e senza impaccio varcato il Po, andava a porre l’assedio a Brescia. Spingeva la guerra dipoi fin sotto alle mura di Verona; e se una di queste due città espugnasse, mostravasi certa la ruina dei Veneziani che di per sè non aveano forze sufficienti alla difesa di terraferma. Allora prestarono opera egregia i Fiorentini; i quali sebbene offesi da loro, ma fattisi innanzi a provvedere al comun pericolo, rinnovarono la lega co’ Veneziani affinchè la guerra a spese comuni fosse condotta in Lombardia.[313]
Ma tutta la somma consisteva in questo, che il Conte Francesco passasse il Po; egli peraltro avea l’animo sempre al parentado, e non voleva lasciare esposti i suoi Stati della Marca sino a che le armi del Duca fossero in Romagna. Ai Fiorentini era pericolosa quella passata del Conte, il quale essendo di là dal Po, il Piccinino avrebbe libera l’entrata in Toscana: ma pure scegliendo tra’ due pericoli il minore, inviarono Neri; il quale incontrato lo Sforza nel campo sotto Forlimpopoli, gli dimostrò che, «se i Veneziani perdeano Verona, si abbandonerebbono dello Stato di terraferma, e a lui leverebbero il pagamento; nè i Fiorentini potrebbono soli reggere la spesa; essi medesimi divenuti al tutto inabili a difendersi.» Consentì lo Sforza che Neri andasse ad offerire in Vinegia la sua passata e trattare della via da eleggere. Andava Neri, ed appena giunto, orando innanzi alla Signoria disse: «che avendo esaminate le condizioni loro, s’era nei Consigli della Repubblica di Firenze venuti d’accordo, non essere altro rimedio che nella passata del Conte col suo esercito alla difensione dello Stato di Venezia; che un tale partito bene conoscevano quanto ad essi, che lo proponevano, riuscisse pericoloso, e che i Lucchesi ed i Senesi se gli scoprirebbero nemici, quando vedessero il Conte tanto dilungato: pure, perchè il pericolo non si vince senza il pericolo, consentivano essi a cedere il Conte ai Veneziani; il quale appena fosse avvisato della via da fare, sarebbe mosso.» Nel Senato fu con lacrime di allegrezza quella proposta ascoltata, e dove prima erano abbandonati d’ogni difesa e vestiti a bruno, ripigliarono vigore, e i loro imprestiti migliorarono parecchi per cento. Renderono a Neri ed alla Repubblica di Firenze solenni grazie del beneficio con tali parole, che Neri dichiara come a lui non istesse bene scriverle. Fermata appena la via da pigliare, subito il Conte si mise in via con tutto l’esercito: a’ 20 di giugno era già in Padovana, spiegando i vessilli di Venezia, Genova e Firenze, a lui mandati in segno d’accordo.[314]
Queste cose erano avvenute innanzi che si chiudesse il Concilio: e non è intendimento nostro descrivere i casi vari e memorabili di quella guerra che si combatteva tra due Capitani, i quali non ch’essere i più esperti di quella età, furono maestri di un’arte nuova, secondo che davano le condizioni dei tempi e la qualità delle milizie usate in allora. Trattavano eglino veramente la guerra come arte e quasi a modo di giostra, non correndo essi nè grandi rischi nelle battaglie, nè dalle perdite avendo altro danno da quello in fuori della riputazione. Imperocchè andando coperti i soldati di gravissime armature, pochi erano i morti nelle più grosse battaglie; e gli eserciti dispersi dalla sconfitta e svaligiati, cercando tornare agli usati soldi, stava ogni cosa nel rinvenire chi questi pagasse.[315] Gli Stati, perdendo terreno, perdevano le fonti all’entrate; ma i condottieri faceano vivere i soldati loro a spese dei miseri abitatori dei luoghi dove la guerra si combatteva; e il Capitano ch’avea perduto, se più non trovasse da smugnere quelli che lo avevano condotto, andava a cercarsi più ricco signore, o luoghi non tocchi insino allora, da farvi sacco. Di questa fina arte e iniquo mestiere, solenni maestri erano Francesco Sforza e Niccolò Piccinino: le mosse pertanto di quella guerra, le astuzie, le grandi opere condotte a fin di creare impacci al nemico o a sè agevolezza di marce, sovente inopinate e rapidissime, in tutti quei mesi che andarono fino al verno avanzato, produssero fatti per sè grandissimi, ma per gli effetti che ne seguirono quasi nulli. Intorno a Brescia più volte battaglia; Verona perduta dallo Sforza, e racquistata in quattro giorni; il Piccinino sconfitto, fuggire traverso i nemici, portato, com’era di corpo esile, dentro un sacco da uno de’ suoi, e in pochi giorni tornare in campo più forte di prima.
Infine, parendo a lui che fossero del pari inabili i due eserciti in quelle contrade durante il verno, tornò al pensiero d’assaltare la Toscana, mostrando a Filippo come i Fiorentini sariano costretti a richiamare di Lombardia il Conte o perdersi; e che in ciascheduno di que’ due casi, i Veneziani da sè non poteano nutrire la guerra: al quale consiglio muovevalo in proprio il desiderio di acquistare a sè uno Stato, cacciando Francesco Sforza dalla Marca. Poterono molto appresso al Duca anche le istanze grandissime che faceano Rinaldo degli Albizzi ed i fuorusciti fiorentini, venuti a Milano già prima che il Duca si risolvesse alla guerra, e stati non ultima cagione a fargliela cominciare. Rinaldo, com’era di natura confidente, sperava certissimo in patria il ritorno; ed a Cosimo faceva dire, che la gallina covava. Rispondea questi; male potrà fuori del nido. Un’altra volta gli mandò avviso, che i fuorusciti non dormivano; e Cosimo disse che lo credeva, ad essi avendo cavato il sonno. Ora prometteva l’Albizzi sicuro il passaggio nel Casentino, dove il Conte di Poppi teneva seco amicizia: diceva poi, che dove le armi di Niccolò s’accostassero a Firenze, era impossibile che il popolo, stracco dalle gravezze ed oppresso, non si levasse ad accogliere gli antichi uomini e gli antichi ordini.
In Firenze fu grande sgomento; e quello che dava maggiore sospetto era il pensare che senza un qualche vicino aiuto avrebbe dovuto al Duca parere imprudentissima quella mossa, nè egli era uomo da troppo arrischiarsi. Temeano pertanto che segretamente fosse il Duca sicuro del Patriarca Vitelleschi da Eugenio preposto al governo dello Stato, sì fattamente che mentre il Papa dimorava tuttora in Firenze, costui in Roma era come principe. Temeano cercasse novità in Firenze, intendendosi coi fuorusciti; e quindi con molta diligenza s’adopravano prima a scalzare nell’animo del Papa la fede grandissima che egli aveva nel Patriarca, dipoi mostrandogli come lo avesse egli troppo alto locato da poterne vivere sicuro. A questo fine, cogliendo il tempo, gli misero innanzi una lettera intercetta a Montepulciano, che il Vitelleschi senza consenso del Papa scriveva a Niccolò Piccinino. Laonde il Papa deliberò infine assicurarsi del Patriarca: al quale effetto Luca Pitti andato in Roma, s’intese col Capitano che aveva la guardia di Castel Sant’Angelo. Costui aspettava il destro; ed un giorno che il Patriarca, essendo in sul muovere verso Toscana, gli aveva fatto dire scendesse giù fuori del Castello perchè aveva cose da conferir seco, uscì ad incontrarlo; e in mezzo a discorsi trattolo sul ponte, che mobile era, fece segno ai suoi d’alzarlo: rimasto così prigione ad un tratto quell’uomo infine allora potentissimo, non si seppe più altro di lui. Il Papa mandava poi di buon animo le sue genti alla difesa di Toscana.[316]
Tra ’l Conte frattanto e i Veneziani erano dispareri circa la condotta di quella guerra. Voleva quegli ripassare il Po e scendere verso Toscana dietro al Piccinino, massime dopo avere udito che i figli di Pandolfo Malatesta, i quali erano nella Lega, aveano dovuto venire a patti col Visconti; dal che si temeva che Pier Giampaolo Orsini, mandato con cinquecento cavalli dai Fiorentini in quelle parti, essendo preso e disarmato, le terre del Conte rimanessero senza difesa: questi protestava, che da signore di Stati non volea tornare condottiero. Laonde mandava la Repubblica Neri Capponi ad aggiustare le cose: il quale avendo prima trattato in Venezia con la Signoria, e quindi in Verona col Conte, pareva l’imminenza del doppio pericolo non dare alcun modo che a tutti soddisfacesse; quando venute novelle che i Malatesta non mancherebbero alla fede, e che l’Orsino avea potuto liberamente scendere in Toscana, consentì lo Sforza di rimanere oltrepò, avendo anche dati millecinquecento de’ suoi cavalli a Neri, che seco in Firenze gli condusse, dov’egli giugneva nel mese d’aprile 1440.
E già il Piccinino scendeva in Toscana; della quale non credendo vincere il passo attraverso le alpi di San Benedetto, dove Niccolò da Pisa prode Capitano facea buona guardia, disegnò forzare quello di Val di Lamone, dov’erano genti raccogliticcie, ed alla difesa del castello di Marradi Bartolommeo Orlandini vilissimo uomo, che al primo appressarsi dei nemici fuggì, non prima fermatosi che a Borgo San Lorenzo, e quando già era il Capitano del Visconti con tutto l’esercito entrato in Mugello. Di là scorreva liberamente infino ai poggi di Fiesole; e questi varcati, si era accostato fino a tre miglia vicino a Firenze, avendo fermato il campo a Remole e passato l’Arno, facendo prede e devastazioni fino a Villamagna. I contadini s’erano messi in salvo dentro alle mura della città con le robe loro; i bovi e le mandrie ingombravano le vie; e la penuria, la quale incominciava a farsi sentire, cresceva il tumulto.[317] Nel quale Rinaldo prometteva nascerebbe qualche movimento in favore degli usciti; ma non fu nulla, perchè già tutta la moltitudine dei più infimi stava pe’ Medici, e questi tenevano il governo stretto in mano di pochi, pronti a frenare con la severità chiunque tentasse alzare il capo.[318] Crudele ambascia dovette premere allora l’animo di Rinaldo, che giunto in vista della città sua non ebbe persona che si muovesse per lui; e già era il Capponi entrato in Firenze con le genti di Lombardia, e quindi Piero Giampaolo ed altre genti. Null’altro potendo, Rinaldo faceva istanza perchè andasse almeno il Piccinino all’impresa di Pistoia, la quale fidava condurre col mezzo dei Panciatichi suoi aderenti. Ma quegli che non avea le speranze ostinate di Rinaldo, e non voleva cedere a consigli disperati, pigliava altra via.
La famiglia dei Conti Guidi possedeva da oltre quattro secoli il Casentino, del quale Francesco del ramo da Battifolle teneva allora la signoria col titolo di Conte di Poppi: quivi era e tuttora si vede il palagio di quei Signori, bello ed ornato ed in bel sito, essendo la terra di Poppi nel centro del piccolo principato, ma lieto per la freschezza dei luoghi e la vigoria degli uomini; oltrechè abbondante di forti castelli nelle pendici dei colli o nei gioghi degli appennini che soprastanno a quella provincia. Quel ramo dei Conti Guidi aveva seguitato dai primi tempi la parte guelfa, talchè dipoi vissero in grande amicizia con la Repubblica di Firenze. La quale poichè ebbe esteso il dominio così da cingere poco meno che da ogni lato il Casentino, rendevasi quella amicizia necessaria più e più sempre ai Signori del piccolo Stato, rimasti soli in mezzo a tante baronie distrutte; cercavano che alla Repubblica paresse d’avere nei Conti un vicario. S’aiutavano anche di matrimoni pei quali a sè procacciassero appoggio di qualche potente signore, e il Conte Francesco avea maritata una sua figlia al Fortebraccio, che fu principio ad alienarlo dalla Repubblica per le cose che tosto vedremo. S’aggiunse dipoi altra cagione di mali umori verso Cosimo dei Medici, il quale avendo prima trattato di maritare il figlio suo Piero ad una figliola del Conte di Poppi, ruppe le pratiche perchè a Neri e ad altri amici di Cosimo non piaceva questo imparentarsi con signori che avessero Stati.[319] Cosimo, perch’era signore di fatto, dovea fuggire ogni apparenza che fosse contraria alla civile egualità. Per queste cagioni il Conte di Poppi era tutta cosa di Rinaldo degli Albizzi e della sua parte, ai quali si diede in braccio da quando il Piccinino entrò in Toscana così da fidare alla vittoria di quello le sorti sue, che fu cagione a lui di ruina. Ma quanto a me tengo che in fondo a ogni cosa stesse la certezza che la Repubblica ad ogni modo avrebbe voluto ingoiarsi il Casentino: il ch’egli cercava prima evitare legando a sè col parentado la Casa Medici; e poi fallito questo disegno, non ebbe più altro che da sperare nella vittoria dei fuorusciti, a sè obbligandoli per un beneficio di tanto più grande quanto era a lui più arrischiato. La Repubblica pur nonostante lo aveva eletto suo Commissario, e datogli bombarde per la difesa; ma egli chiamava le armi ducali nel Casentino: dove entrato il Piccinino, prese alcuni minori castelli, e quindi Bibbiena che si teneva pei Fiorentini. Ma trovò intoppo grandissimo e fuori d’ogni sua credenza nella piccola fortezza di Castel San Niccolò, alla quale poneva assedio e con ogni ingegno di guerra e con ogni crudeltà sforzandosi d’espugnarla, rimasero le sue genti sotto a quelle anguste ma forti mura ben trentadue giorni; che fu salvamento alla Repubblica.[320] Perchè avendo quella dimora infruttuosa del Piccinino lasciato tempo che giungessero soldati in copia, e che ogni maniera di provvigioni nella città si facesse; al Piccinino venne a mostrare che la impresa di Firenze, non sovvenuta da commozioni civili, riusciva impossibile. Ben avrebbe il Conte di Poppi voluto che egli dimorasse tra que’ monti, ma non erano luoghi da farvi stanziare un esercito: il Piccinino gli rispose, che i suoi cavalli non mangiavano sassi; e avendo già fatta risoluzione di tornare in Lombardia, prima s’accostava ai monti per la Valle Tiberina, e quindi pigliandogli vaghezza di rivedere la patria sua, fece con pochi soldati entrata in Perugia, magnifica sì ed acclamata da’ cittadini, ma tosto seguìta da cosiffatte dimostrazioni che a lui parve bene uscirne, perchè dava ombra a molti l’avere in casa un tanto grande concittadino; il quale sapevano quanto si struggesse di acquistare anch’egli una qualche città in possessione. Tornando, faceva sopra Cortona qualche disegno; ma fu la congiura dei malcontenti nella città scoperta bentosto; e Niccolò venne con tutto l’esercito a porsi nel Borgo di San Sepolcro, per indi pigliare la via dei monti e ricondursi in Lombardia.
Innanzi però, ed egli bramava molto di onorare le armi sue con qualche fatto, e i fuorusciti vivamente a ciò lo pressavano, e l’occasione pareva buona perchè l’esercito dei nemici avendo più capi e più voleri, l’autorità dei Commissari Neri Capponi e Bernardetto dei Medici era da credere fosse attraversata: per la Chiesa era il Cardinale Scarampi, nuovo patriarca d’Aquileia, con titolo di Legato; ed i soldati di Lombardia scesi ubbidivano a Pier Giampaolo Orsino ed a Micheletto Sforza Attendolo. Aveano fermato il campo sul colle che ha in alto il forte castello d’Anghiari, di dove stendevasi per l’ampia pendice la quale discende giù verso il Tevere, sito bene scelto:[321] ma il Piccinino si fidò coglierli trascurati un giorno di festa, a’ 29 giugno che è dì di San Pietro, e quando il caldo era grandissimo, quattro ore innanzi al tramontare del sole.[322] Il che a lui sarebbe venuto fatto se Micheletto, vecchio capitano, da un polverio ch’egli scorse di là dal Tevere accostarsi per la strada che da Borgo San Sepolcro conduce ad Anghiari fatto certo d’avere battaglia, non avesse chiamato alle armi il campo, che in fretta potè ordinarsi. Il Tevere ha un ponte, che il Piccinino passò a furia co’ suoi; ed avendogli affoltati giù nella pianura, fece impeto sopra i primi nemici che erano discesi, i quali cedendo e pel terreno che saliva congiugnendosi man mano alle squadre che sopravvenivano, fu per tre ore varia fortuna, senza che potessero nè il Piccinino rompere l’oste dei collegati che in largo sito poteano muoversi ordinatamente, nè questi forzare il passo del fiume sin verso sera. Ma non sì tosto furono i Ducheschi costretti a ritrarsi sull’altra ripa, qui la difesa era tutta impedita da fosse ed argini e vie strette, nè il Piccinino che non potè raccogliere in grossa mano i soldati suoi, ebbe agio di fare degna resistenza. Fu grande la rotta, preso lo stendardo del Capitano, i prigionieri molte centinaia, tra’ quali erano uomini di qualità; ma sempre i numeri noi dobbiamo tenere mal certi; tremila sarebbero i cavalli venuti in potere dei vincitori. Il Piccinino s’andò a chiudere nel Borgo San Sepolcro con forse millecinquecento cavalli, tra buoni e cattivi e quelli da carriaggio. Di là non aveva l’uscita libera, e sarebbe stato anch’egli preso; ma i Commissari, benchè facessero la mattina dopo infino a terza il possibile, non trovarono un condottiero che gli seguisse, perchè i soldati attendevano alla preda, e spogliati i prigioni gli lasciavano andare in farsetto; tanto vili erano quelle guerre: Niccolò Piccinino in sulla terza muoveva per tornare in Lombardia.[323] Quella battaglia assicurava lo stato dei Medici, avendo levati d’ogni speranza i fuorusciti, i quali dipoi non fecero mossa: di Rinaldo degli Albizzi sappiamo, che essendo ito a visitare il Santo Sepolcro, moriva in Ancona l’anno 1442: aveva sposata una figliola sua ad uno dei Gambacorti cacciati di Pisa.[324]
Essendo rimasto vuoto il Borgo San Sepolcro, i Commissari della Repubblica l’occuparono. Era quella terra ai Fiorentini già stata offerta dal Conte di Poppi, che vi teneva ragioni per la figliola sua stata moglie al Fortebraccio. La Repubblica rispose allora di non volersene impacciare per rispetto del Papa che aveva in casa, ma si fece raccomandatrice delle ragioni del Conte presso ad Eugenio che non voleva sentirne parlare. Questi allora diede Borgo San Sepolcro in deposito alla Repubblica di Firenze: dopo la battaglia, tra’ Commissari e il Legato fu qualche vertenza con male parole;[325] ma infine il Papa, bisognoso di danaro, lasciava occupare per venticinquemila ducati d’oro Borgo San Sepolcro come pegno ai Fiorentini, nei quali rimase. Subito dopo la vittoria, Bernardetto dei Medici andato a Monterchi, aveva avuto a patti la possessione di quella terra da una madonna Alfonsina o Eufrosina, figlia del Conte di Montedoglio e vedova di Bartolommeo da Pietramala con tre figlie da marito. Dissero a lei: «se aveste atteso come donna al governo della famiglia, non avreste ora perduto lo Stato vostro.» Ma i signori de’ castelli avevano sempre gli occhi al Duca di Milano, protettore e capo di quanti erano per l’Italia continuatori di signorie al modo antico ghibellino. Rispose la donna: «che avea fatto quello gli era ito per l’animo, e che sperava nel suo signore Duca di Milano, che aveva assegnato a lei millecinquecento ducati d’oro all’anno, e dal quale avrebbero essa e le figlie sue buono stato.» «Saranno di quelli del Re Erode,» a lei replicarono i Fiorentini motteggiatori.[326] Rimaneva da punire il Conte di Poppi; al che andò Neri con alcune centinaia di soldati sotto Niccolò da Pisa. Avuta Rassina per minaccie, poneva il campo intorno a Poppi, dov’era il Conte che per mancanza di vettovaglie in capo a pochi giorni trattò di resa; per la quale essendo egli disceso giù sul ponte d’Arno ad abboccarsi con Neri, la prima cosa ch’egli disse fu: «potrà egli essere che i vostri Signori non mi lascino questa casa, la quale è nostra da novecento anni? (la boria e le false carte facevano raddoppiare gli anni): del resto, fate quello volete.» Rispose Neri: «pensate ad altro, chè voi non avete tenuto modi che i miei Signori vi vogliano per vicino. Vorrebbono volentieri che voi foste un grande signore nella Magna.» E quegli: «ed io desidererei voi più là.[327]» Io me ne risi, aggiunge crudamente Neri: e il Conte partivasi dal luogo antico de’ padri suoi, co’ figli e le figlie,[328] e portando seco trentaquattro some di roba. Tutto il Casentino entrava così nel dominio della Repubblica, la quale premiava Neri e Bernardetto di ricchi doni, avendo offerto anche di onorarli della cavalleria, che rifiutarono.