L’assenza del Piccinino riusciva più grave al Visconti che forse non s’era questi figurato; e bene si vidde che almeno da parte del Duca tutto il fondamento di quella mossa non era stato che nella credenza di richiamare Francesco Sforza alla difesa della Toscana e delle proprie sue terre: dipoi l’impegno già preso e la mossa cominciata e le speranze de’ fuorusciti fecero il resto. Ma in quel mentre che il Piccinino era in Toscana, essendo le forze del Conte superiori ed egli uomo da bene usarle, aveva questi per grande vittoria avuta a Soncino sopra l’esercito milanese, liberato dall’assedio Brescia, cacciato i nemici d’intorno a Bergamo; e il naviglio che il Duca teneva sul Lago di Garda essendo già prima stato distrutto dai Veneziani, il Conte Francesco s’era impadronito di Peschiera sul Lago e d’altri luoghi. Al che il Visconti, cui pareva essere in grande pericolo, faceva ricorso agli usati rimedi; e per mezzo del marchese Niccolò da Este mandò ad offrire al Conte la pace e le nozze della figliola. Dal che ottenne che il rimanente dell’estate andasse la guerra più lenta, perchè i Veneziani, dubitando sempre dello Sforza, si tenevano corti nel fargli le provvigioni: e dall’altra parte già essendo tornato il Piccinino in Lombardia, passò la state, e gli eserciti si alloggiarono per l’inverno. Durante il quale non essendo però del tutto cessata la guerra, questa ripigliavano i due Capitani con forze maggiori nella primavera. Avvenne che essendo andato il Conte alla espugnazione del forte castello di Martinengo, ed il Piccinino con tutto l’esercito essendo accorso alla difesa, mentre ciascuno dei Capitani, usando sua arte, cercava pigliare vantaggio sull’altro; il Piccinino, cogliendo il punto quando era dal Conte lasciato sprovvisto il luogo d’ond’egli potea trarre vettovaglie, l’occupò, e tosto quivi essendosi affortificato con fossi e tagliate, metteva il nemico in tal condizione che dare l’assalto gli era impossibile, e a starsi fermo era per la fame costretto d’arrendersi. Ma nacque caso per cui si vidde quali si fossero quelle guerre, dove nè i Principi avevano mai sicurezza dei loro eserciti, nè i Capitani di sè medesimi a fronte a coloro dai quali erano assoldati. Il Piccinino, che aveva in pugno sì grande vittoria, ponea condizioni al Duca e scrivevagli già essere vecchio e non avere terra che fosse sua dopo tanti servigi da lui prestati allo Stato di Milano; volere ritrarsi, e non avere luogo nemmeno da porvi il corpo suo: altri dei Capitani del Duca d’accordo facevangli eguali domande. E questi, per subito dispetto volendo cedere al nemico piuttosto che a’ suoi, e avendo la scusa del matrimonio della figliola, mandò a profferirne questa volta per davvero la celebrazione al Conte; la quale indi a pochi giorni si fece in Cremona, città che rimase al genero in dote. A questo modo la guerra essendo fatta impossibile, dappoichè lo Sforza più non la voleva, l’altro non poteva, la pace divenne ai collegati necessaria. Della quale essendosi lungamente trattato in Venezia, arbitro lo Sforza, si conchiuse ai 20 novembre 1441 in Cavriana, riavendo ciascuno, secondo l’usanza, quello che aveva prima, e il solo Gonzaga cedendo Peschiera ed altre minori terre ai Veneziani, i quali accertarono per quell’acquisto a sè il dominio sul Lago di Garda. Ma per segreti articoli fu inteso che il Duca tenesse quel ch’egli occupava in Romagna della Chiesa, e di più avesse (così almeno io trovo scritto) Perugia e Siena; il Conte aggiugnesse alla signoria che aveva nella Marca gli acquisti che intorno si facessero o del Reame di Napoli o degli Stati ecclesiastici: per il che il Papa, solo malcontento, gettò alte grida e ricusò di sottoscrivere il trattato; donde ebbero seme le guerre che tosto (com’era solito) si raccesero.[329]

Capitolo II. INTERNE COSE DELLA REPUBBLICA. — BALÌA DEL 1444. — GUERRA DEL RE ALFONSO IN TOSCANA. — GUERRE IN LOMBARDIA. [AN. 1441-1450.]

Mentre la pace si negoziava, un atroce fatto avvenne in Firenze, del quale i motivi in parte avvolgonsi nel mistero: noi ne diremo fin dove giunga la nostra contezza. Gli affetti popolari, le ire di parte, e tutte insomma quelle passioni che sono di molti, nate all’aperto e alimentate da grandi cagioni, hanno in sè stesse uno splendore per cui si mostrano evidenti; le vie tortuose delle ambizioni private riescono tanto a rintracciare difficili, quanto a discorrere fastidiose. Baldaccio d’Anghiari, capitano di fanti espertissimo, giovane tuttora di grande animo e feroce in guerra,[330] non si era per anche inalzato al pari dei sommi e più fortunati condottieri per esser l’arme delle fanterie tenuta di grado inferiore; ma per la grande estimazione goduta tra quelle si credeva che se la fortuna a lui arridesse, potrebbe egli formare di tale arme un esercito da contrapporre forse ai maggiori di quella età. Era Baldaccio ai servigi della Repubblica, e si ritrovava allora in Firenze quando pei mesi di settembre e ottobre 1441 fu tratto la seconda volta Gonfaloniere di Giustizia Bartolommeo Orlandini svisceratissimo di Casa Medici, e quello stesso che noi vedemmo avere aperto al Piccinino vilmente il passo di Marradi; del che era egli stato e con parole e con lettere da Baldaccio vituperato. A’ 6 settembre, quando era entrato l’Orlandini di pochi giorni in ufizio e quasi che fosse scelto a quel fine, mandò a chiamare Baldaccio in Palagio; il quale andato, e mentre col Gonfaloniere discorrendo passeggiavano su e giù per l’andito della Signoria; usciti ad un tratto da un camera vicina certi soldati che l’Orlandini aveva fatti segretamente venire dall’Alpe, uccisero Baldaccio con molte ferite: poi gittato il corpo dalla finestra che dava in Dogana, quivi per bullettino mandato al Capitano gli fu mozzata la testa; ed egli dopo la morte fatto rubello e gli averi suoi messi alla Camera. Di lui rimase la moglie Annalena dei Malatesti e un piccolo figlio, il quale venuto anch’egli a morte, l’Annalena virtuosa donna fece monastero della sua casa, e rinchiusa quivi con più altre nobili femmine, visse santamente; di lei essendo rimasta in Firenze memoria onorata, e il monastero continuato fino ai primi anni di questo secolo.[331]

Per tutta Italia di quella morte fu grande rumore; ma quali colpe o false o vere se gli apponessero contro, non bene sappiamo.[332] Di un saccheggio dato senza ordine della Repubblica a Suvereto, abbiamo cenni:[333] altro motivo troviamo pure, cioè l’aver egli cercato di torre Piombino alla donna degli Appiani, che n’era signora; del che ripreso, avrebbe risposto superbamente ai Priori.[334] Ma ciò dovette essere stato più mesi innanzi, nel gennaio di quell’anno stesso, nel quale tempo Neri Capponi andava a posare la cosa di Piombino e di Baldaccio, correndo sospetti che i Senesi ed altri cercassero di levare la donna e Piombino dalla divozione della Repubblica di Firenze.[335] Altra cagione vi ebbe però assai più forte e verosimile: era Papa Eugenio tuttora in Firenze; il quale nel maggio di quell’anno stesso aveva condotto contro a’ Bolognesi Baldaccio,[336] ed ora segretamente volea mandarlo ad assalire nella Marca Francesco Sforza, al quale effetto gli aveva sborsato già ottomila ducati d’oro. Ciò era stato il giorno stesso che precedette alla uccisione di Baldaccio; della quale Eugenio pigliò tanto sdegno, che a stento poterono i Fiorentini rammorbidirlo per l’opera di Giannozzo Manetti, uomo probo ed in lettere di molta fama.[337] Avrebbe pertanto quella morte giovato allo Sforza sì contro ai timori per lo Stato della Marca, e sì perchè io tengo avesse già questi in odio Baldaccio, siccome colui che solo in Italia promuoveva l’arme allora avvilita delle fanterie: così gli guastava come in mano l’arte, e questi temeva che in Italia prevalendo nel guerreggiare un altro modo pel quale gli Stati potessero avere milizie non tutte sotto all’arbitrio dei condottieri, di questi venisse a cadere la fortuna. Lo Sforza e Cosimo già s’intendevano: leggiamo che dubitando Baldaccio se egli si dovesse recare in Palagio sulla chiamata dell’Orlandini, e chiestone Cosimo, fosse da lui rassicurato.[338] Questi ad ogni modo e i suoi lo temeano per gelosie nate da interne cagioni; e Cosimo usava dire, che gli Stati non si tengono co’ paternostri.

Aveva Baldaccio amicizia molto grande con Neri Capponi; e questi per la recente vittoria contro al Piccinino era salito sì alto, che siccome pareva con quella avere salvato lo Stato ai Medici, così dubitavano che s’egli volesse ostare a Cosimo, gli sarebbe agevole torlo ad esso di mano col favore di Baldaccio. Neri ed i più gravi e migliori cittadini male sentivano quel levarsi dall’amicizia dei Veneziani, mettendo lo Stato quasi a discrezione dello Sforza:[339] Neri, oltre alla molta estimazione ch’aveva in città, si era guadagnato con le frequenti ambascerie forti aderenze negli altri Stati; e pel governo delle milizie, molta entratura presso a’ condottieri di queste e ai soldati generalmente. Pareva a Cosimo che egli avesse (come scrive il Guicciardini) forse più cervello che alcun altro in Firenze:[340] e si trova scritto di que’ due primari cittadini, Cosimo essere il più ricco, e Neri il più savio; la quale parola si deve intendere per la conoscenza e per la pratica di più cose in guerra ed in pace. Il molto favore da lui acquistato pubblicamente per vie scoperte, faceva a lui voltare gli occhi di tutti coloro ai quali spiacevano i modi tirannici e le ingorde cupidigie e i pravi disegni della setta che reggeva. A questa pertanto parve essere necessario battere Neri, a lui togliendo di mano la forza che avea da Baldaccio, e insieme mostrare sè stessi potenti e capaci d’ogni cosa, tanto che ognuno pigliasse paura di loro. Il Machiavelli scrive infatti, che per la morte di Baldaccio, Neri venne a perdere reputazione; con che egli intende l’opinione della forza, usando in un modo tutto suo proprio quelle parole le quali importano morale giudizio. Troviamo infatti che Neri essendo, quando fu ucciso Baldaccio, ambasciatore in Venezia con Agnolo Acciaioli, questi solo poi sottoscrisse la pace;[341] e Neri in quel luogo dei suoi Commentari cessa ad un tratto di porre innanzi il nome suo, nè per due anni poi troviamo a lui data ambasceria o commissione. Ma dopo quel tempo sembra essere stata tra Cosimo e lui saldata ogni cosa; e questi tornava, come nulla fosse (ignoro s’io debba per lui dolermene), all’antico grado.[342]

Per questo e per altri minori fatti si vede come un po’ di terrore apparisse necessario di tratto in tratto a quel reggimento, sebbene portato dai minuti uomini che ad esso erano larga base, ed assicurato con l’avere in mano le borse e le gravezze, o in altri termini, la Repubblica e le private fortune di tutti i singoli cittadini. Alla Balía del 33 aveano fatto riserva che non potesse nè muovere le borse nè abolire il Catasto; ma quella del 34 non ebbe limite, e bentosto le borse s’empirono di uomini disperati, che per ingiurie patite o per cupidigie nuove erano pronti alle offese ed alle rapine. Il Catasto fu annullato, perchè a quella parte che tutto reggeva l’egualità non si conveniva; ma un altro modo si rinvenne, ch’era di genio delle moltitudini; i Ciompi nel 78 l’avevano chiesto, e ai Medici fu continua regola nell’imporre tasse. Pigliando a norma l’antico Estimo, le quote assegnavano con tal proporzione che fosse minima nelle poste minori, e andasse via via progredendo su per una scala (così l’appellavano) congegnata con gran sottigliezza, talchè se i poveri (a modo d’esempio) pagassero della loro rendita il mezzo o l’uno per cento, i ricchi pagassero il due il tre il quattro e più: ma questa era un’arme intesa a battere gli avversari, perchè ogni volta pochi dei più confidenti venivano eletti a porre le tasse; delle quali era norma l’arbitrio o, come dicevano, la discrezione e coscienza degli ufiziali preposti al reparto. Vero è che un balzello di sessanta mila fiorini, posto su’ primi dell’anno 1441, apparve distribuito con giustizia, essendo la maggior parte andata su’ ricchi e sopra coloro stessi che tenevano lo Stato.[343] E un’altra gravezza del 1443, a questo effetto regolata sottilmente, ebbe nome la Graziosa; ma che a molti fosse graziosa non credo.[344] E se anche il modo paresse buono al maggior numero, riusciva il peso a tutti esorbitante. Aveano posto in poco tempo ventiquattro gravezze, a quattro a sei per volta, metà delle quali nel solo anno 1442 produssero centottanta mila fiorini d’oro.[345] Fecero anche un’altra legge, la quale importava ricercare gli arretrati a quelli che avessero pagato meno del loro giusto.[346]

Venivano anche i poveri a soffrire, oltrechè dall’assenza di tante famiglie sbandite, dall’avere molti degli antichi cittadini abbandonata la città, recatisi in villa per torsi dinanzi alla perversità dei nemici loro, e per non potere più reggere le gravezze, nella speranza di fuggire così anche la prigionia delle Stinche, alle quali era condannato chi non pagasse. Fecero legge che i morosi dannava al confine, e alcuni v’andarono: «ma due volte l’anno correvano messi e berrovieri in campagna, votavano le case, toglievano le ricolte, logoravano gli alimenti; e niuna di queste valute era posta a piè della ragione del debitore,» perchè andavano in via di penale. Quei di città si ridevano degli andati in villa, e gli chiamavano i cittadini salvatichi. Gli antichi di schiatta vituperavano i nuovi uomini venuti pel favore dei potenti a stare in città, e a questi davano nome di villani raffazzonati.[347] Chi aveva debito di gravezze e nel tempo stesso crediti inverso al Comune, gli mettevano il credito in polizze, le quali per non essere venuta la scadenza non erano ricevute. I cagnotti del reggimento e i minuti amici di esso (questi appellavano del secondo pelo) coglievano al canto i possessori di quelle polizze, e le compravano chi il quarto e chi il quinto della valuta; che ad essi, perchè erano dei favoriti, venìa pagata per intero; e così molti si arricchirono.[348] A questo modo Puccio Pucci, venuto su dalla povertà della merceria, avea in poco tempo accumulate grandi ricchezze. Comprava a prezzo bassissimo i crediti inverso il Comune di coloro i quali per la povertà o per essere tenuti avversi allo Stato non potevano farli valere; così ebbe dal Comune in sette anni cinquantaquattromila fiorini d’oro: altri cittadini, domestici a’ Medici o agli altri potenti, erano venuti abbondantissimi di ricchezze.[349] Studio dei Medici pare fosse rendere povera la Repubblica ed i cittadini ricchi.

Ma quei che soffrivano delle rapine e che vedevano mai queste in addietro non essere state tanto gravi, rimpiangevano lo stato degli Albizzi. Dicevano questo governo puccinesco essere di più amaritudine che mai alcuno altro, passando d’ingiurie e di torti i recenti e gli antichi. A chi si doleva, gli statuali obiettavano la durezza delle antiche leggi, per le quali a chi non pagasse le multe o gravezze era pena della testa: ma rispondevasi che per quelle a niuno tolsero la persona, perchè quella pena che più si scosta dalla natura è più difficile a pagare. Ed aggiungevasi: «voi avete annullato il Catasto per iscostarvi dal convenevole della gravezza. I vostri emuli eccettuarono due cose, le quali ci fanno certissima fede che la rovina della città al tutto non volevano. L’una cosa fu, che il Catasto stesse fermo; e l’altra, che le borse non si rimuovessero. Ma voi toglieste l’egualità del Catasto, e dite: che differenza è dal governatore al governato, se non che il governatore comanda e il governato è fatto ubbidire? Chi fia quegli che ci ubbidisca, se il Catasto vegghia? noi avremo a ubbidire la legge; e se il Catasto annulliamo, la legge e gli uomini ubbidiranno noi, e così noi saremo signori.» Ma questo appunto non volevano gli offesi, e dicevano: «voi vendete i luoghi tolti ai miseri cittadini; voi rompete i testamenti; voi, con offesa della libertà del Monte e della pubblica lealtà, fate che mentre l’università de’ cittadini non hanno le loro paghe, i maggiorenti siano interamente pagati; dal che il credito si viene a perdere, che pure è nerbo della Repubblica.» Era in Firenze il Monte delle Doti, nel quale faceansi depositi in testa delle fanciulle, donde avessero con certe regole al tempo del loro collocamento una dote; e se la fanciulla moriva innanzi d’andare a marito, il padre lucrava la metà della dote che avrebbe la figlia avuto in ragione del fatto deposito. Ma qui pure aveano, secondo si legge, posto le mani, sebbene fosse cosa sacrosanta; e quelle doti non si pagavano, col dire «che il Comune era in troppa necessità: non avendo riguardo che niuna mercanzia è tanto pericolosa a sostenere, quanto è nelle fanciulle il fiore della giovinezza.[350]» Così giuste erano le lagnanze.

Per gli ordini posti nel 34 si dovevano ogni cinque anni rifare le borse e rinnovare gli squittinii; il quale termine essendo venuto per la seconda volta l’anno 1444, e la città molto trovandosi infetta di mali umori, e la pazienza dei molti oppressi e degli invidiosi venuta al termine ancor essa, avvenne che molte fave fossero date ai parenti degli usciti e ad altri sospetti: lo chiamarono lo squittinio del fior d’aliso, questo fiore essendo bello a vedere, ma poi riesce putrido e fetido a odorare. Così avvenne di quello squittinio, imperocchè Cosimo e gli amici suoi, veduto che molti di contrario animo erano entrati nelle borse, cassarono quello ch’era stato fatto, avendo i Collegi con l’aggiunto di circa dugento cinquanta cittadini ripreso balìa di riformare la città di squittinii e di gravezze e d’ogni cosa. Prolungarono agli sbanditi il termine del loro confino per altri dieci anni; molti confinarono di nuovo, cavandoli dalle Stinche, dove erano prigioni, e a queste ricondannarono un Giovanni Vespucci, che già prima eravi stato chiuso: posero a sedere i Mancini, i Baroncelli, i Serragli, i Gianni, eccetto di quelle case alcuno che tralignasse, ed un Ridolfi ed il figlio di ser Viviano delle Riformagioni, e Francesco della Luna, il quale era detto avere fatto il Catasto, e Bartolommeo Fortini, uomo di grande bontà, e più anni dopo restituito:[351] in tutto dugentoquarantacinque cittadini. Cassarono ser Filippo Pieruzzi Cancelliere: fecero i dieci Accoppiatori, i quali durassero quanto era il tempo delle borse dello squittinio. Questi, innanzi che si facesse la pubblica tratta, dovevano scegliere chi avesse a sedere nei seggi delle magistrature: così ogni cosa che il popolo e la Balìa avessero fatto, veniva sottoposto al parere di quei dieci. Tra’ quali erano Alamanno Salviati e Diotisalvi Neroni e un Soderini ed un Martelli, e con essi uomini recenti e veniticci, anima e corpo di coloro su’ quali vivevano, e pronti e rotti ad ogni cosa.[352] Per questi modi pareva a Cosimo ed a’ suoi d’aversi assicurato lo Stato; il quale volendo meglio ordinare di tutto punto, cosicchè nulla facesse difetto o pericolo nell’avvenire, crearono l’anno dipoi 1445, quando Cosimo de’ Medici la terza volta era Gonfaloniere, otto cittadini a rivedere i libri delle antiche Riformagioni e racconciare quanto a loro potesse dar noia, notando altresì quello che fosse nell’avvenire da provvedere con le Balìe. Tra questi otto era Neri Capponi, già bene allora riconciliato.[353]

Non era per anche (siccome dicevano) rasciutto l’inchiostro della pace sottoscritta nel fine dell’anno 1441, e questa si venne a turbare perchè Fiorentini e Veneziani erano soli a volerla, cadendo sovr’essi tutto il peso delle guerre. Ma il Papa cercava, come già notammo, guastare i disegni segreti che avessero tra loro accordati il Piccinino e lo Sforza; e quando per opera dei Fiorentini pareva che fosse Eugenio rassicurato, un’altra cagione di muovere guerra veniva dai fatti i quali compievansi in quel mezzo nel Reame. Quivi era disceso Renato d’Angiò, che si teneva di quello stato legittimo re, ma dopo svariate fortune veniva dalla virtù militare del re Alfonso d’Aragona condotto in termine che la sola città di Napoli rimaneva in sua possessione. Quindi, al sentire la pace fatta in Lombardia, Renato chiedeva aiuto al Conte suo amicissimo, a lui promettendo restituire le terre e le baronie di Puglia, delle quali Alfonso lo aveva privato; premi gloriosi che il primo Sforza si aveva acquistati col valore del suo braccio. E il Conte Francesco a quella impresa correva, quando Alfonso eccitando la gelosia del duca Filippo, la quale non era per nulla cessata nonostante il parentado, lo indusse a voltargli contro il Piccinino; del che gli faceva istanze anche il Papa sperando nel cozzo tra’ due condottieri levarseli a un tratto entrambi d’addosso. Calato pertanto Niccolò dalla Romagna, metteva il Conte a dure strette; i Fiorentini, ch’aveano proposito di non entrare in quel ballo ma privatamente sovvenivano lo Sforza di molto danaro, due volte condussero questi e il Piccinino a fare tra loro accordi solenni, ma tosto violati perchè da Eugenio mai non voluti ratificare; talchè la guerra nella Marca ed in Romagna più mesi durava con vari accidenti. Renato in quel mezzo perduta avendo anche la città di Napoli, dove era entrato il re Alfonso per quello stesso acquedotto (pel quale vi era entrato novecento anni prima Belisario); uscì dal Reame e venne in Firenze, dov’era il Pontefice, recando con sè un vano titolo e nessuna speranza d’aiuto; sicchè dimorato quivi poco tempo, tornava dipoi nei suoi Stati di Provenza.