Così era Eugenio francato da ogni obbligazione verso l’Angiovino, e aveva le mani più libere contro al principale suo nemico lo Sforza e contro ai Fiorentini ed ai Veneziani, dai quali tenevasi per varie cagioni offeso. Quelli uccidendo con tanta sua ingiuria e sotto gli stessi suoi occhi Baldaccio, aveano mostrato di non sofferire che il Conte perdesse la signoria della Marca: e i Veneziani senza alcun rispetto avevano aggiunto ai loro Stati Ravenna, privandone l’ultimo dei Signori da Polenta, da prima tirato iniquamente a Venezia e di là poi mandato a finire insieme con la famiglia sua nell’isola di Candia. Per queste ragioni deliberò Eugenio voltarsi ad Alfonso e riconoscerlo giusto re, spingendolo contro allo Sforza nella Marca: ma ciò era in tutto alienarsi dalla Repubblica di Firenze, dove essendo nella seconda dimora quattro anni stato, deliberò di partire a’ primi dell’anno 1443. La quale partenza dispiacque al popolo, che aveva dalla presenza del Papa lustro e guadagni;[354] ai reggitori dispiacque per questo e perchè vedevano il Papa, chiaritosi nemico loro, mettersi in mano al Duca ed al Re, grandi avversari della Repubblica: più che mai pungeva l’animo loro che volesse egli fermarsi in Siena, dove null’altro lo riterrebbe che il desiderio di fare onta ai Fiorentini in faccia al mondo apertamente. Quindi nei Consigli fu per molti disputato non si lasciasse partire, prolungandosi la deliberazione per tutta la notte la quale precesse alla partenza del Papa:[355] ed egli stesso, che nella mattina poco si teneva certo che non volessero i Signori mettergli inciampo, ne andava infine con decoroso accompagnamento a Siena; rimasto quivi poi gran parte di quello stesso anno.
Congiunte le armi del Piccinino e d’Alfonso, un esercito di ventiquattromila tra fanti e cavalli entrò nella Marca: il Conte percosso da quella tempesta, si rinchiuse in Fano dov’era la moglie, credendosi perdere senza rimedio gli Stati suoi. Ma il duca Filippo, vedute le sorti del Conte inclinare più in giù di quello che avesse egli nei suoi calcoli ponderato, e non volendo che ai danni suoi il Piccinino crescesse o che il re Alfonso troppo s’ingrandisse, mandò per lettere ed ambasciatori a questo chiedendo lasciasse l’impresa: io credo altresì che il Duca, sentendosi affranto del corpo e in sullo scendere della vita, pensasse alla figlia e allo Stato di Milano, perchè non andasse l’eredità sua in mani fatte inabili a difenderla. Comunque sia, Alfonso alle replicate istanze del Duca essendo alla fine rientrato nel Regno, lo Sforza rifatto di genti vinceva il Piccinino rimasto solo; ma per il verno che sopravvenne tutti ritrattisi alle stanze, questi raccoglieva intorno a sè nuove genti in gran numero, perchè molti contestabili o capi inferiori delle milizie venali abbandonavano il Conte Francesco che non reggeva alle paghe, sebbene gli aiuti dei Fiorentini non gli mancassero, ma erano scarsi a tanto bisogno. Così pareva essere il Conte ridotto a estrema ruina, quando Filippo Maria intervenne per la terza volta a torre la certa vittoria di mano al prode e infelice suo vecchio condottiere: per subito avviso e con fallaci speranze richiamava Niccolò Piccinino in Lombardia; il quale vedutosi tradito dal Duca, e udita la rotta e la prigionia di Francesco suo figliolo rimasto in Bologna al governo dell’esercito, moriva lasciando di sè nome di tanto più onorato quant’ebbe più avverse le sorti, e i servigi da lui prestati all’ingrato Duca rimasti erano senza premio.[356] Le armi braccesche dopo lui caddero, e lo Sforza campeggiò solo, con la fortuna più assai di principe che di condottiero. Incontro al quale il Papa sentendo non avere Capitano che fosse capace di stargli a fronte, diede ascolto alle molte istanze che i Fiorentini a lui facevano per la pace. Questa, concordata prima a Perugia, fu poi conchiusa a Roma dov’era Eugenio tornato nel corso dell’anno 1444. Parte della Marca rimase al Conte; d’altre vertenze si fece compromesso in tre Cardinali ed in Cosimo de’ Medici e in Neri Capponi andato a Roma ambasciatore.[357]
Il duca Filippo, tra molte sue voglie, da più anni tirava a soggettarsi Bologna, dove la parte dei Canneschi a lui aderiva; ma questi essendo stati in quei giorni popolarmente distrutti dopo l’uccisione che avevano fatta d’Annibale Bentivoglio, e Bologna governandosi nell’amicizia dei Fiorentini e dei Veneziani, il Duca mandava in Romagna nuove genti. Cosicchè bentosto per questo e per altri dissidii e sospetti tra lui ed il genero, si rinnovava la guerra, dov’erano da una parte Veneziani e Fiorentini e Bolognesi e il Conte Francesco, dall’altra il Duca e il Papa ed il Re. Non tema il lettore ch’io voglia descrivergli i vari casi di questa guerra più che non facessi delle precedenti: al nostro assunto basti notare come lo Sforza, impedito spesso dall’inopia di danaro, poco facesse, ed i Fiorentini, che a lui ne davano ma segretamente, si fossero contro tirati una grande nimistà del Papa. Il quale una volta facea sostenere nel Castello di Sant’Angelo e sotto il pretesto di certi debiti colla Camera Bernardetto dei Medici inviato in Napoli al Re: e i Fiorentini pigliavano sulla via due Vescovi che s’erano imbattuti a passare per la Toscana; e Cosimo de’ Medici avea consigliato al Conte Francesco l’impresa di Roma, dove lo chiamavano alcuni Baroni, e perfino Cardinali ed altri uomini della Corte gli promettevano, se v’andasse, che il Papa farebbe con lui ogni accordo. Ma indugiò tanto che trovò Eugenio ben provveduto, e fosse mancanza di danaro o altro, lo Sforza andato sino a Montefiascone tornò indietro.[358]
Per tutto questo ai Fiorentini parea male stare, e si chiamavano abbandonati dai Veneziani, ai quali due volte era inviato Neri Capponi a fine d’indurli a muovere in Lombardia la guerra. Al che i Veneziani andavano lenti, di prima essendosi raffreddati con la Repubblica di Firenze, e cominciando quasi a temere il Conte già come futuro signore di Milano. Infine avendo i Fiorentini consentito di pagare a mezzo la spesa della guerra che si farebbe oltrepò,[359] e il Duca trovandosi mal provveduto di condottieri, andavano prospere le armi della Lega fin sotto le mura di Milano. Aveva Filippo invano chiesto soccorso al Re di Francia e al Duca di Savoia: gettavasi allora in braccio allo Sforza, scrivendogli non volesse egli abbandonare a estrema ruina il suocero vecchio e cieco. Lo Sforza pareva cedesse a quella preghiera, confortato anche dal Papa e dal Re che seco praticavano accordi segreti;[360] ed era con le armi vicino al Po, quando s’intese il duca Filippo Maria essere morto nel suo Castello di Porta Zobia, a’ 13 agosto 1447. Egli, ultimo della grande e lungamente possente Casa dei Visconti, aveva trent’anni vessato con guerre continue l’Italia ed i suoi sudditi e sè stesso: moriva lasciando lo Stato più angusto e più minacciato di quello lo avesse egli dai progenitori suoi. Fu lode sua avere con studio incessante impedito l’inalzarsi dei condottieri dei quali era costretto servirsi; per questo vietava che il Piccinino facesse acquisto di Stati, e cercò tenere basso lo Sforza benchè lo avesse già designato a successore. Così la prepotenza dei condottieri fu in qualche parte diminuita, ma senza che le armi divenissero più sicure in mano a’ principi o alle repubbliche d’Italia. Avrebbe Filippo con più antiveggenza adoperato, formando un esercito di fanti suo proprio; al che il tempo non gli mancò nè il danaro, nè forse gli uomini a ciò adatti. Allora lo Stato di Milano avrebbe avuto grandezza solida e durevole, ed egli poteva come gli piacesse col maritaggio della figliuola aggiugnersi le armi e la mente di Francesco Sforza, o fare tutt’uno della sua possanza e di quella dei Duchi di Savoia: sì l’uno e sì l’altro partito poteva essere all’Italia salvamento. Ma era ciò troppo chiedere all’animo di Filippo Maria ed al secolo, di tali opere incapaci. Invece la morte di lui, che parve a molti respiro, non fece che porre di nuovo in sospeso le sorti d’Italia.
Sei mesi innanzi la morte del duca Filippo Maria Visconti era venuto a mancare un altro Principe irrequieto e nelle imprese poco felice, che fu il papa Eugenio IV. A lui succedette Tommaso Parentucelli da Sarzana, e pigliò nome di Niccolò V per la riverenza ch’egli aveva a Niccolò Albergati pio ed illustre Cardinale di Santa Croce.[361] Pontefice buono e savio principe, s’illustrava promuovendo le arti e le lettere da lui medesimo coltivate; grande amatore della pace, e mal soffrendo le brighe della temporale signoria allora più che in altro tempo mai ai Pontefici disputata, si contentava lasciare alle città indipendenza ed ai Signori la vicaría col solo obbligo di pagare alla romana Sede un annuo tributo riconoscendosi suoi vassalli. Vissuto ne’ primi anni in Firenze, dov’era stato ripetitore dei figli di Rinaldo degli Albizzi e poi di Palla Strozzi, onorava la Repubblica d’un grado uguale a quello dei Re nelle cerimonie dell’ambasceria che andava a lui quando fu asceso alla sedia pontificale.[362] Bramoso non d’altro che della quiete d’Italia, si diede per prima cosa a praticare che una pace mettesse fine a quelle misere e perpetue guerre, inviando a tale effetto in Ferrara il Cardinale Morinense, col quale convennero gli ambasciatori di Firenze e quei di Venezia; e già dell’accordo si cominciava a trattare,[363] quando per la morte del Duca rimasero disciolte le pratiche e senza effetto quel buon volere.
Gli ambasciatori andati in Roma per la creazione di Niccolò V avevano avuto incarico di recarsi a fare atto di reverenza al re Alfonso che dimorava allora in Tivoli.[364] Ma intanto che i Commissari fiorentini per la pace erano in Ferrara, la Signoria ebbe avviso di certi movimenti che si vedevano sui confini inverso Roma; poi dell’essere una mano di soldati all’improvviso entrata in Cennina, castello del Valdarno superiore, gridando Aragona. Era il principio d’una guerra che il re Alfonso muoveva contro alla Repubblica di Firenze; entrato in Toscana con sette mila cavalli e molto numero di fanti, e avendo cercato la congiunzione dei Senesi che solamente gli consentirono la vettovaglia pe’ suoi soldati, volse il cammino inverso Volterra, ed occupati Ripomarance ed altri castelli, parea disegnasse per la Val d’Era entrare nel Pisano;[365] ma invece poneva assedio a Campiglia, dove incontrata difesa valida, andò con l’aiuto dei Conti della Gherardesca alla espugnazione d’altre terre della Maremma di Pisa. Quindi, per essere entrato l’inverno, poneva il campo sulla marina, tenendo il colle dove in antico era la città di Populonia: giace quivi appresso Piombino, sul quale Alfonso avea gran disegni, ed io credo che fosse il fine di tutta la guerra. Del Reame di Napoli era debolezza il non poterlo difendere che fuori del Reame, come si vidde in ogni età pei tanti eserciti che appena entrativi lo ebbero subito conquistato. E Alfonso, ch’era uomo di grandi concetti, io non dubito cercasse di farsi uno scalo nell’Italia superiore, al quale effetto gli era Piombino luogo tra gli altri opportunissimo. Rinaldo Orsino ne aveva allora la signoria, tenendo in moglie una donna degli Appiani; uomo di guerra, chiudea le porte al Re infestandogli le provvigioni per via di mare. Pareva la guerra dovere essere molto grossa: capitani per la Repubblica di Firenze erano Gismondo Malatesta e Federigo da Montefeltro conte d’Urbino, che si rendè chiaro nelle arti di guerra e di pace fra tutti i Principi di quel secolo; discordi tra loro, gli contenne la prudenza dei due già bene sperimentati commissari Neri Capponi, che prima era andato a Venezia,[366] e Bernardetto de’ Medici.[367] Restaurarono, sebbene si fosse nel cuore del verno, la guerra e riebbero molte perdute castella in quel di Pisa e di Volterra, essendosi Alfonso ritratto a svernare nelle terre della Chiesa; ma in quel frattempo tolse ai Fiorentini Castiglione della Pescaia, che riuscì perdita molto grave. Venuto innanzi a primavera, si affortificava sotto Piombino, e teneva il mare dal quale venivano all’esercito i fornimenti; per il che la Repubblica armò galere, ma per miseria (come scrive Neri) poche e non bene in punto da stare a petto a quelle di Aragona. Pure condussero in Piombino trecento buoni soldati e polvere ed armi: quattro però, che recavano le provvigioni all’esercito, furono prese o sbaragliate da quelle del Re, le quali in quel mezzo aveano pigliato l’isola del Giglio. Per terra nessuna delle due parti s’arrischiava frattanto a combattere; e tutte due stavano male, il Re avendo attorno l’esercito fiorentino sparso nelle macchie di Campiglia,[368] e questo soffrendo per la mancanza del vino, ristoro ai soldati necessario in quei luoghi, l’estate essendo sopravvenuta. Laonde si venne ai ragionamenti di pace, ed a tal fine Bernardetto si recò al campo del Re; ma questi voleva innanzi tutto che la Repubblica gli abbandonasse Piombino; il che essendo recato a Firenze, molti parevano consentire. Ma Neri, venuto dal campo, mostrò quella pratica essere un tizzone di fuoco che da qual parte si pigliasse bruciava la mano: pericoloso lo stare in campo, dove i soldati già per l’inopia si sbandavano: ma il Re con la pace acquisterebbe reputazione e Piombino; e rimanendo (Neri disse) vicino nostro, poteva torre a noi tutto il contado di Pisa per la mala disposizione del paese; e tolto il contado, non saremmo noi atti a difendere Pisa, essendo lui potente in mare ed in terra. Fu vinto per vent’otto fave sopra trentasette, non venire a pace se non si salvasse il Signore di Piombino; il quale pigliarono in accomandigia, dandogli mille cinquecento fiorini al mese. Infine il Re, che aveva provato con molte bombarde grosse e mangani e con replicato assalto d’avere Piombino per forza, facendo quei di dentro buona difesa, e molti essendo infermi dei suoi o morti, e avendo i cavalli in disordine, deliberò partirsi innanzi giugnesse Taddeo dei Manfredi da Faenza di nuovo assoldato dai Fiorentini con mille dugento cavalli e dugento fanti. Tornò nel Reame Alfonso come rotto e malcontento, e promettendo con molte minacce maggiore assalto a primavera. Ma l’anno seguente 1449 passò in Toscana senza guerra.[369]
La successione del duca Filippo Maria, sebbene avesse pretendenti i Duchi di Savoia ed i Reali di Francia ed il re Alfonso, tutti aspettavano che andasse a Francesco Sforza.[370] Ma la città di Milano volle fare prova di governarsi da sè per via d’un Senato di nobili avvezzi alle albagìe dei castelli ed all’ossequio delle Corti; e chiamandosi Repubblica, mandò dicendo ai collegati che, morto il Duca, era cessata tra essa e loro ogni cagione di guerra. Intanto però le altre città del Ducato, una volta che Milano s’era fatta libera, diceano venire di conseguenza che tornassero libere anch’esse: così lo Stato si discioglieva, e le cose nella Lombardia quasi parevano ricondursi al punto dov’erano tre secoli addietro. In questo Venezia, dopo avere trastullato i Milanesi più tempo, rifiutò la pace, deposto ogni velo alle ambizioni; ed io per me credo quel patriziato orgoglioso, quanto più sentiva avere in sè del sangue latino, tanto più si reputasse chiamato a raccogliere in questa Italia, divisa ed incauta, l’eredità dell’antica Roma. Parve male al Conte Francesco che il premio sperato gli venisse innanzi quando egli era men atto a ghermirlo; ma pure volendo frattanto legare a sè i Milanesi in quel modo che poteva, consentì ad essere Capitano di quella Repubblica. Piacenza e Lodi s’erano date ai Veneziani: lo Sforza avendo a sè tirato con altri condottieri i due Piccinini, rivali perpetui delle armi sue, ed assicuratosi di Parma, costrinse il nemico di là dal fiume dell’Adda. Pavia, antica città regale e insofferente d’ubbidire ai Milanesi, accettò lo Sforza per suo signore; questo era un primo passo e un segnale che egli dava. Non volle commettersi con le armi francesi venute innanzi ma in poco numero, e mandò contr’esse Bartolommeo Colleoni, già chiaro in guerra, che facilmente potè respingerle; ed egli intanto andato della persona sua contro a Piacenza, con la forza delle artiglierie l’espugnò, avendola poi abbandonata a saccheggio crudele inaudito, e tale che per sempre ne fu disertata quella misera città. Quindi recatosi oltre l’Adda ed afforzatosi in Caravaggio, ottenne per l’imprudenza dei Veneziani intera vittoria, prima avendo bruciato un grande naviglio di quella Repubblica nel fiume del Po.
Venezia così pagava la pena de’ suoi scaltrimenti, ma non gli cessava. Sapea la Repubblica dei Milanesi avere trattati col Duca di Savoia, col re Alfonso e con quel di Francia: d’Alfonso temeva che la guerra male riuscitagli in Maremma volgesse sul Po; i quali timori allo Sforza erano comuni, com’era comune la necessità delle cautele, perchè la vittoria lo aveva affralito, dei condottieri che aveva seco non si fidava; ed il Senato dei Veneziani poteva credere, con dare a lui mano, dividere poi le spoglie, e ridurre la Lombardia in brani, se torre di mano allo Sforza non potevano l’eredità dei Visconti. Quegli, fidando in sè stesso, consentiva intanto d’avere Milano con l’armi e con l’oro della Repubblica di Venezia, e innanzi la fine del 1448 un trattato fu conchiuso in Rivoltella a questo effetto. I Milanesi a grande ragione lui chiamarono traditore, ma lo Sforza andava diritto allo scopo; Piacenza, Tortona, Alessandria, Parma erano venute in sue mani, e poi Vigevano per lungo assalto fortemente sostenuto dai cittadini; il Colleoni aveva rotto i soldati di Savoia, sebbene a combattere più duri di quello che fossero gli Italiani. Ma la guerra tirava in lungo, e le forze della grande città di Milano non erano esauste: parve allora ai Veneziani che fosse da cogliere il punto, e di nuovo mutando lato ed accostandosi ai Milanesi, notificarono al Conte Francesco un trattato al quale essi lo consigliavano di accedere, per cui ritenendo egli Pavia e Cremona e tutti gli Stati sulla diritta del Po, alla Repubblica milanese rimarrebbero Como e Lodi, e quel che avanzasse tra l’Adda e il Ticino dell’antico principato dei Visconti. Il Senato di Venezia mostrò questa volta troppo allo scoperto quel ch’egli volesse; e il Conte, vincendolo d’accorgimento, facea le viste di acconsentire, lasciando anche i Veneziani impadronirsi di Crema, secondo era nel trattato: raccolte le genti a svernare in buoni alloggiamenti, lasciavasi aperti gli sbocchi a Milano dov’egli impediva l’entrata dei viveri. Dentro erano grandi le divisioni; alcuni nobili, ch’erano appellati ghibellini, volevano porre un governo temperato in mano allo Sforza, ma furono uccisi essi e poi lo stesso ambasciatore veneziano per sedizione. Allora una turba, che si chiamò popolo, invase il governo ma tenere non lo sapeva; e già la fame avendo condotti a disperazione i cittadini tumultuanti, fu ordinato deliberare in grande congrega sopra le sorti della città: gridarono tutti piuttosto al Gran Turco o al demonio che allo Sforza. Ma quando un Gaspare da Vimercate osò pronunziare questo nome che teneva da prima in serbo, e dimostrato non essere altro da fare, o altrimenti Milano sarebbe mancipio a Venezia; tutti consentirono. Il giorno dipoi, ch’era degli ultimi del febbraio 1450, sebbene avesse Ambrogio Trivulzio opposta invano qualche resistenza sulle porte, faceva lo Sforza entrare in Milano i suoi soldati carichi di pane che per le vie distribuivano: v’entrava egli stesso nei giorni seguenti, e tra feste e plausi dei satolli cittadini facea proclamarsi Duca di Milano.[371]
Capitolo III. AMICIZIA CON FRANCESCO SFORZA DUCA DI MILANO. — NUOVA BALÌA E NUOVO CATASTO. — VECCHIEZZA E MORTE DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1450-1464.]
In tutti i fatti che precederono troviamo, al dire degli storici e nelle memorie di quel tempo, Cosimo dei Medici avere tenuto con Francesco Sforza costante amicizia, ma nei Consigli della Repubblica non sempre palese, e quindi sospetta popolarmente o mal gradita. Quando poco innanzi la morte del duca Filippo Maria faceva lo Sforza deliberazione di soccorrerlo, rompendo la fede alla Repubblica di Venezia, racconta l’istoriografo di lui Giovanni Simonetta, che lo avesse molto esortato a quel partito Cosimo, al quale solea confidarsi delle cose più segrete, molto ascoltando i suoi consigli.[372] E già prima di quel tempo troviamo sussidi mandati allo Sforza, ma scarsi perchè difficili a vincere nelle pubbliche deliberazioni; talvolta dal Medici dati in segreto e privatamente, o con rivalse sul pubblico erario nel quale aveva egli le mani. Certo è, che tra due i quali intendevano a signoria personale era concordia necessaria; e colui che aveva attraversato in Firenze e infine distrutto un governo d’Ottimati, non potea molto essere amico alla Repubblica di Venezia: la quale in quegli anni avendo dismesso con l’arengo (arringo) sin’anche le ultime apparenze popolari, sdegnava l’antica appellazione di Comune, sè stessa chiamando la Signoria di Venezia, e tutto lo Stato a lei suddito, il dominio.[373] Queste erano cose che state sarebbero odiose in Firenze, e Cosimo andava per opposta via: ma oltre alla essenziale contrarietà del principio che informava il Governo suo, Venezia con le armi invadeva quelle che avevano nome d’italiche libertà; nè termine si vedeva alle ambizioni di lei, siccome non era in quella perenne diuturnità di volere, la quale a Venezia non cessava mai per caso di morte o per mutazione di signore.