Per questo non voglio io a Cosimo fare colpa se Francesco Sforza gli parve essere utile contrappeso, atto a contenere in Lombardia la minaccia delle venete aggressioni. L’Italia oramai più non aveva nè guelfi amici e fautori delle popolari libertà, nè Papi nè Re di Puglia che a quelle si dicessero patroni; nè più all’incontro avea ghibellini che fossero braccio agl’Imperatori di Germania. Ma quante città o quanti popoli si tenessero tuttavia liberi, non più essendo tra loro amicati o non più divisi da un grande pensiero a molti comune, temevano l’uno dell’altro le forze, combattendo chiunque mirasse alla formazione di uno Stato che soggiogasse i piccoli e sopra tutti gli altri prevalesse. Di questo pareva che fosse capace sopra ad ogni altro Venezia: poi v’era Napoli, che per cento anni partita in sè stessa, ora alle mani di un Re forte ambiva conquiste nel cuore d’Italia; e già si erano vedute spuntare nei Papi le ambizioni principesche. In mezzo a questi Francesco Sforza, grande capitano, prudente signore, parea necessario a quell’equilibrio che allora formava la politica sapienza dei migliori uomini in Italia.
Affermano tutti, che a Neri Capponi spiacesse quel torsi dall’amicizia dei Veneziani e fare in Italia grande lo Sforza; questa opposizione di Neri ai consigli i quali prevalsero, accennata da Giovanni Cavalcanti,[374] veniva illustrata con amplie parole dal Machiavelli. Bene vedevano cotesti ultimi difensori d’una Repubblica temperata, quella essere piuttosto consorteria che amicizia, ed a Cosimo piacere come un aiuto a conseguire meno impedita dominazione. Sappiamo che il buono Giannozzo Manetti stava ancor egli perchè si mantenesse l’antica lega coi Veneziani,[375] la quale non era nelle apparenze sciolta per anche; e la Repubblica di Firenze ad essi mandava dopo la rotta di Caravaggio due mila cavalli, che nulla fecero; ed è poi da dire, che subito dopo Venezia e il Conte si accordarono. E Neri, che avrebbe voluto salvare quanto più di libertà fosse possibile, accettava poi le condizioni che i tempi facevano: la forza sua era nella politica di fuori; dentro, al bisogno si arrendeva. Ricusò d’andare ambasciatore allo Sforza quando egli muoveva in aiuto di Filippo;[376] ma due anni dopo abbiamo da certi documenti essere egli stato fautore del dare sussidi al Conte contro ai Milanesi, in ciò accostandosi ai più stretti amici di Cosimo, sebbene degli altri il maggior numero si opponesse.[377]
Cosimo andava, quanto era in lui, diritto al segno: ma non è da credere che fosse egli padrone della Repubblica, dove i Consigli a voti liberi procedevano; e lo studio faticoso da lui adoperato a guadagnarseli non bastava sempre, o le pubbliche lagnanze lui facevano circospetto. Odiosissime riuscivano le prestanze imposte a fine di somministrare danari allo Sforza insino da quando venivano dati perch’egli continuasse a tiranneggiare nella Marca; e molto più poi quando nell’anno 1447 si voltava questi alla difesa del Visconti, nemico antichissimo della Repubblica di Firenze. Troviamo gravezze fino a ventiquattro per volta, distribuite ad arbitrio dei ponitori: Cosimo anticipava sovente il danaro, rifacendosi sulle prestanze o sulle entrate della Repubblica. Lo Sforza chiedeva trentamila ducati per passare in Lombardia; i Veneziani si opponevano, e ne’ Consigli non si vinceva. Cosimo fece porre una legge perchè si riscuotessero i crediti arretrati del Comune, e i deputati a ciò avevano a collo i trentamila ducati che furono messi fuori da Cosimo rimasto padrone della riscossione; e le casse delle porte si andavano a vuotare in casa sua. Più tardi aveva egli imprestato all’amico suo cinquantamila fiorini; ottenne che fossero a lui donati dalla Repubblica, dicendo sarebbe quella chiesta il fine di tutte le chieste;[378] e siffatti modi più altre volte si ripetevano. Ma quando una legge era proposta d’immunità a chi tornasse e che venisse a stare in Firenze pagando quattro fiorini l’anno a testa, si oppose Cosimo, allegando che sarebbero tornati i fuorusciti nemici suoi; e quella legge, che pure a molti pareva buona, fu rigettata. Più che avanzava egli nell’arbitrio e più si rendeva odioso a molti: dicevano ch’egli si valeva del danaro per inalzare edifizi, o sotto pretesto di religiosa pietà o per sua propria magnificenza:[379] una notte gli fu imbrattato di sangue l’uscio di casa sua.
Per assicurarsi dello Stato, facevano sempre il Gonfaloniere a mano ed anche i Priori. Abbiamo un esempio dei modi tenuti allora in Palagio, che giova esporre succintamente. Per gli ultimi due mesi dell’anno 1448 erano rimasti d’accordo che fosse Gonfaloniere Agnolo Acciaioli, uno dei primi del reggimento. Sapeasi volere egli promuovere dure cose d’esilii e d’altro; e Neri di Gino, ch’era uno degli accoppiatori, voleva il contrario. Mancavano soli due Priori a fare; disse Neri: «Io voglio esser io, o uno di chi mi possa fidare.» Fu eletto Pandolfo Pandolfini, giovane di grande animo. S’accozzava egli nel priorato con tre altri ch’erano dei migliori, i quali insieme segretamente, perchè i Priori molto erano vegliati, sagramentarono di non rendere mai le fave loro se non d’accordo. Una mattina il Gonfaloniere, fatta serrare la porta del Palagio, propose una legge, che niun partito valesse se il Gonfaloniere non fosse presente e non ci fosse il voto suo: Pandolfo si oppose, e perchè dei nove voti ce ne volevano sei a vincerlo, stando ferme le quattro fave giurate, lo impedivano. Vinto a caso, e approvato da’ Collegi, andò al Consiglio, e quivi i medesimi oprarono fosse imbiancato, sebbene il Gonfaloniere facesse più volte rimettere il partito. Ma non posarono gli autori di quel disegno, e praticavano che molti fossero confinati; diceano volere acconciare le cose in modo che non ci avessino più a pensare: del che era grandissima nella città la paura, e mandavano in Palagio a supplicare i quattro perchè tenessero il fermo: vi andava più volte il buon libraio Vespasiano da Bisticci, dal quale abbiamo questo ragguaglio; e dice che molti furono salvati allora, e che fu gran beneficio alla città recato dai quattro onesti Priori.[380] E vero è poi che per cosiffatte resistenze i cittadini tra loro non si nimicavano tanto da rompere quell’usata bonarietà di costume che non mai cessava nella città popolana. L’Acciaioli e Cosimo stesso rimasero amici al Pandolfini; e si manteneva tra essi e Neri quella unione della quale fu riprova un fatto che abbiamo lasciato addietro, ma che ora giova un poco a minuto narrare, per indi tornare al filo dell’istoria nostra.
Ucciso Annibale Bentivoglio, ma rimasta vincitrice (come s’è detto) la parte sua, grande era in Bologna la devozione a quella Casa, della quale rimaneva solo un fanciullo di sei anni. Ora avvenne che trovandosi ivi Francesco che era stato Conte di Poppi, raccontava come venti anni prima Ercole Bentivogli zio d’Annibale, dimorando in Casentino, avesse avuto dimestichezza con la moglie d’un Agnolo da Cascese, dalla quale nacque un figlio di nome Santi, che tutti dicevano essere figlio d’Ercole, e la somiglianza ciò confermava; tantochè essendo ito a Bologna il fanciullo quando vi si riduceva il Conte di Poppi, Annibale gli aveva detto tu sei de’ nostri. Essendo poi Agnolo e la moglie sua venuti a morte, il fanciullo tornò a Firenze, dove esercitava l’arte della lana in una bottega nella quale Antonio da Cascese suo zio gli avea fatto un capitale di fiorini trecento e lo avea molto raccomandato a Neri Capponi. A questi ne fece le prime parole Agnolo Acciaioli un giorno mentre erano insieme a diporto, domandandogli se avesse egli bramato resuscitare, qualora gli fosse ciò stato possibile, Annibale Bentivoglio ch’era tanto amico suo. E pigliando Neri la cosa in motteggio, l’altro gli espose tutto il fatto, e gli disse come la parte bentivogliesca essendo rimasta senza capo, taluni in Bologna erano entrati in gran desiderio d’avere questo Santi perchè reggesse la parte, ed avesse cura del fanciullo sinchè non fosse in età. Rispose Neri ch’ell’era cosa molto da considerare sì rispetto al giovane e sì per sè stessa: ma essendo molti venuti a vedere Santi e accertatisi della somiglianza e guardandolo con affezione grande, consentiva Neri di farne motto a lui, che a prima giunta se ne turbò per la vergogna della madre. Ma i Bolognesi facendo maggiori istanze, furono insieme Agnolo e Neri con Santi in casa di Cosimo dei Medici, il quale dopo altri ragionamenti disse al giovane: «Vedi, se tu sei figliolo d’Ercole, la natura ti tira in Bologna alle grandi cose; ma se tu sei figliolo d’Agnolo da Cascese, tu te ne starai in San Martino alla bottega: però io non ti conforto nè ti sconforto ad andare, ma dove ti tira l’animo; sarà quella vera sentenza di chi tu sia figliolo.» Soprassederono più mesi e aveano rimessa la cosa in Neri, il quale quanto più larghezza gli concedevano, tanto più sentendosi obbligato a dargli il consiglio fedele e migliore, tenea la sentenza sospesa. Ma infine essendo Neri per le ambasciate a Venezia passato più volte da Bologna, lo pressavano fino a dire che se il giovane venisse loro negato, lo toglierebbero per forza. Neri, accertatosi del loro buon animo, confortò Santi a commettersi alla fortuna e andare, dicendogli: «Io che sono in Firenze non dei minori e da dovermi contentare quanto niun altro cittadino, e anche ben voluto; se mi volessero in quel luogo non come figliolo d’Ercole ma come figliolo di Gino, io v’anderei ad essere loro partigiano e capo; perchè ivi si poteva dire d’avere a disporre a suo volere di quella città, la quale era una delle otto maggiori d’Italia; e a Firenze si aveva a pregare con grande umiltà a volere una piccola cosa non che una grande.» Mandarono quindi con grande onore a pigliarlo, e menatolo a Bologna con festa, lo misero in casa d’Annibale ed al governo della città, il quale poi tenne sino alla morte felicemente.[381]
Sì tosto come Francesco Sforza fu entrato al possesso dello Stato di Milano, la Repubblica di Firenze gli inviava quattro de’ suoi maggiori cittadini a rallegrarsi del grande acquisto: erano con Piero di Cosimo dei Medici Neri Capponi, Luca Pitti e Dietisalvi di Nerone. Scambiate parole com’era usanza festive, e oltre all’usanza per quella volta sincere; gli altri tornandosene, Piero e Neri ebbero incarico di recarsi a Venezia. Quivi era di già residente Giannozzo Manetti, il quale sembrando in quelle congiunture troppo amorevole al Senato, parve bene mandare quei due che a lui s’aggiugnessero. Le apparenze di amistà che tuttavia si mantenevano tra le due Repubbliche covavano semi di forte dissidio per gli scambievoli malcontenti: Cosimo in Firenze antivedeva che bentosto tra’ Veneziani e il Duca sarebbe guerra, nella quale era egli risoluto di tenere la parte di questo; ed i Veneziani ciò sapendo, cercavano indurre i Fiorentini ad una lega con essi loro, tardi pentiti dell’averli prima col falso procedere da sè alienati e per quei modi avere lo Sforza fatto signore di Lombardia. La quale pratica molto essendo avviata con Giannozzo, e perchè a Firenze nel Palagio non si poteva ottenere che si rompesse, Cosimo scrisse al figlio privatamente, che senza indugio si partisse da Venezia:[382] Neri per l’usata circospezione e Giannozzo di mala voglia lo seguitarono, cominciando infin da quel giorno apertamente a dividersi le due Repubbliche, le quali intanto ciascuna per sè avevano fatta pace con Alfonso. Venezia stringeva con lui durevole amicizia; ma la pace coi Fiorentini non fu che tregua da essi accettata ad inique condizioni, rimanendo Alfonso in possesso di Castiglione della Pescaia che gli apriva per la via del mare l’entrata in Toscana, ed il Signore di Piombino facendosi a lui vassallo con dargli in segno d’omaggio ciaschedun anno una coppa d’oro.[383]
Veniva in Italia come a dislocarsi tutto l’ordine delle alleanze tenute fin qui; e i singoli Stati, prima di entrare in guerra tra loro, s’adopravano a riconoscersi, continuo essendo per tutto quell’anno il vario muovere degli ambasciatori da un capo all’altro dell’Italia. Venezia, che s’era oltrechè ad Alfonso collegata al Duca di Savoia ed al Marchese di Monferrato, richiedeva di lega i Senesi: cercava in Bologna mutare lo Stato per una congiura scoppiata in città, e da Santi Bentivoglio compressa non senza combattere; egli mostrandosi degno del grado a cui lo ebbe per modi sì strani alzato il gioco della fortuna. Le quali pratiche essendo intese contro al Duca ed ai Fiorentini, questi da principio mandarono loro legati a Venezia, che ivi non furono ricevuti con la scusa del non potere i Veneziani alcuna cosa trattare senza il re Alfonso; e questi due avendo però mandati insieme legati loro alla Repubblica fiorentina a fare doglianze, alle quali Cosimo dei Medici ebbe incarico di fare risposta, parve da principio che niuna volesse delle due parti venire alle rotte. Ma tosto dipoi la Signoria Veneta ed il Re avendo arrestate negli Stati loro le mercanzie dei Fiorentini, e ciò nonostante mandato altri ambasciatori a Firenze, quelli di Venezia non furono ricevuti, e quelli d’Alfonso non vollero soli trattare; cessando così ogni pratica tra le due parti, le quali ordinate ciascuna in sè stessa, già si apprestavano alla guerra. E i Veneziani veniano a questa con tanta passione, ch’aveano richiesto il greco Imperatore d’arrestare anch’egli le mercanzie de’ Fiorentini; ma questo Principe ricusò macchiare gli estremi suoi giorni e quei dell’Impero col farsi ministro delle altrui passioni contro ad un popolo di Cristiani.[384]
Veniva in Firenze a’ 30 gennaio 1452 l’imperatore Federigo III di Casa d’Austria, che andava in Roma per essere ivi incoronato: avea prima chiesto alla Repubblica il passo;[385] così erano i tempi mutati! I due primi Federighi recavano seco cento anni all’Italia di stragi e ruine, il terzo null’altro che le spese degli alloggi e dei solenni ricevimenti. Seco era Enea Silvio Piccolomini senese, e rispondeva alle arringhe come Cancelliere: grande e vario personaggio in quella età, ingegno del pari atto allo scrivere, al parlare, ed esercitato nel trattare le cose maggiori della Chiesa e degli Stati in Alemagna, dov’era egli lungamente dimorato; ora seguiva l’Imperatore, e in Siena congiunse lui con la sposa Eleonora di Portogallo arrivata in Livorno a’ 2 di febbraio, ed accompagnata con grande onore nel passare ch’ella faceva per la Toscana. Furono insieme a’ 15 marzo coronati in Roma dal pontefice Niccolò V; e indi nel maggio essendo tornato l’Imperatore in Firenze, ne partì subitamente per certo sospetto in lui venuto della Repubblica. Imperocchè egli traendo seco il giovine Ladislao, erede legittimo del regno d’Ungheria, lo custodiva col nome di tutela, negandosi darlo agli Ungheresi che ne facevano istanze grandissime. In Firenze erano ambasciatori di questa nazione, i quali chiedevano segretamente alla Signoria prestasse loro mano ad involare il giovanetto, la cui presenza tolto avrebbe di mano quel regno alla austriaca usurpazione: e sebbene per timore la Signoria ciò negasse, non ne fu chiaro l’Imperatore se non quando ebbe con sè in Alemagna il pupillo spossessato.[386] L’Imperatore questa volta nemmeno aveva chiesto danari alla città ed ai signori, com’era usanza dei predecessori suoi quando scendevano in Italia; ma vendeva per moneta titoli e gradi, tra’ quali a Borso Marchese d’Este quello di Duca di Modena e Reggio che dipendevano dall’Impero.
Il giorno stesso che l’Imperatore da Ferrara entrava sul territorio dei Veneziani intimavano questi la guerra al duca Francesco Sforza; ed Alfonso pochi giorni dopo ai Fiorentini, contro i quali veniva alle offese. Ferdinando suo figliolo naturale, e da lui fatto Duca di Calabria, poneva l’assedio al castello di Foiano in Val di Chiana: dugento soldati che vi stavano per la Repubblica bastarono quivi a ritenere l’esercito regio prima che il castello s’arrendesse. Di là Ferdinando accostandosi al confine dei Senesi nel Chianti espugnava Rencine, e tentato Brolio fortezza dei Ricasoli e da quella ributtato, s’accampò intorno la Castellina, dove stette più tempo, ma per difetto di artiglierie gli fu impossibile ottenerla. Scorreva le campagne fin presso a Firenze, facendovi danni grandissimi; e intanto all’esercito dei Fiorentini, condotto dal signore di Faenza Astorre Manfredi, bastava tenersi sulle difese; e passava il verno, dopo il quale avendo il duca Francesco mandato in Toscana con due mila cavalli Alessandro Sforza suo fratello, con le armi congiunte i due Capitani recuperarono le terre perdute e costrinsero l’armata regia ad abbandonare il forte di Vada che aveano in quel mezzo dal mare assalito, e per l’invalida resistenza preso: tale ebbe successo l’impresa d’Alfonso contro alla Repubblica di Firenze. Quivi era discorso, in quella caldezza di successi fortunati, di muovere guerra contro ai Senesi, parendo essi non aver fatto in quei pericoli buon vicinato alla Repubblica; ma Cosimo e Neri, apposta chiamato da Pistoia dove risedeva Capitano, mostrarono come ad Alfonso non potrebbe farsi maggior piacere che dargli in mano a questo modo necessariamente lo Stato di Siena. Così fu sventato il mal consiglio; e la Repubblica frattanto faceva un acquisto dov’era a’ suoi danni macchinato un tradimento. La Contea di Bagno tenevasi allora da Gherardo Gambacorti, data in compenso (come vedemmo) al padre suo della cessione di Pisa; ed a Gherardo piacendo meglio possederla come feudo dell’Aragonese, aveva egli trattato con lui; ma scoperto, mandava il figlio ostaggio in Firenze: e pur nonostante avrebbe fatto entrare nella terra le armi del Re, se un Antonio Gualandi pisano che vi stava dentro, con pari fede e risolutezza chiudendo la porta in faccia a’ soldati ch’entravano, non avesse conservato alla Repubblica tutto quel territorio, ch’essa poi tenne in vicariato, privati avendone per sempre allora i Gambacorti.
E in Lombardia la guerra tra quei due possenti nemici non venne a produrre che piccoli effetti, perchè lo Sforza la conduceva con intendimenti di principe e non più oramai di condottiero; cosicchè avendo per grave rotta costretto il Marchese di Monferrato a chieder pace, ed egli passata l’Adda minacciando Bergamo e Brescia dov’erano in grande forza i Veneziani, trascorse il tempo del combattere senza che alcuna delle due parti cercasse venire a giornata per tutto quell’anno. Ma perchè gli apparecchi fatti contro a’ Veneziani non pareano essere sufficenti, essi tenendo ai soldi loro la miglior parte dei condottieri; la Repubblica di Firenze, a cui toccavano le prime parti dov’era spesa, avea mandato già l’anno innanzi in Francia Agnolo Acciaioli chiedendo a quel Re passasse in Italia, egli erede di Carlo Magno che aveva riedificato Firenze, e naturale principe e capo della parte guelfa, recando con sè quindici mila cavalli almeno: le parole erano umilissime, grandi gli ossequi e le supplicazioni.[387] Aveva la Repubblica Fiorentina chiamato in Italia gli stranieri più altre volte, e questa pure inutilmente: l’ora s’appressava, ma giunta non era, che i monarchi rispondessero condegnamente a quegli inviti; già si allestivano, ma per anche non credeano essere bene in punto. Carlo VII, impegnato contro gli Inglesi a Bordeaux, non venne in Italia; concesse però che vi scendesse un’altra volta con due mila quattrocento cavalli Renato d’Angiò, perch’era guerra contro all’Aragonese, e quegli cercava sempre se vi fosse modo a farsi una via nel Regno di Napoli. Ma il passo gli era conteso per le Alpi dal Duca di Savoia; laonde Renato con pochi eletti per la via del mare scese a Ventimiglia, e quindi il Delfino di Francia, che poi fu il re Luigi XI, ottenne che il Duca lasciasse calare in Lombardia le altre genti. Qui la guerra da principio fu impetuosa, ma non fruttava che il racquisto di pochi castelli del Cremonese e di Pontevico di là dall’Adda: giunse l’inverno, e tutti si ritrassero nei quartieri. A primavera sperava il Duca e disegnava maggiori imprese, quando gli giunse avviso che Renato voleva ad ogni modo tornare in Francia, nè istanze bastarono: rimase in Italia la sua bandiera con poche genti e col figlio di lui Giovanni, che si faceva anch’egli appellare Duca di Calabria; questi ponea lunga dimora in Firenze.