Ma ecco venire d’Oriente novella per la quale gli animi di tutti restarono come incantati dal terrore: Maometto II Sultano dei Turchi aveva per assalto ferocissimo espugnata Costantinopoli: morto era nella difesa l’ultimo degl’Imperatori bizantini, venuto a fine l’Impero greco ultimo avanzo dell’antico mondo e nell’Asia conservatore del nome cristiano e d’ogni intesa con l’occidente. Pareano all’annunzio per tutta Italia cadere ai soldati di mano le armi; si rimproveravano tra loro le stolte guerre, si vergognavano d’avere per basse e scellerate cupidigie aperta al barbaro invasore la porta d’Europa: chi era più abile a fermarlo? Il pontefice Niccolò V, che mai non aveva cessato d’intromettersi per la pace d’Italia, fece venissero in Roma commissari di tutti gli Stati che aveano parte in quella guerra: molto fu discusso e nulla conchiuso, perchè ciascuno metteva innanzi per suo proprio conto esorbitanti ed impossibili pretensioni. Alle quali si contrapponeva freddamente il Papa stesso: voleva pace negli Stati della Chiesa per alleviare i carichi e attendere agli edifici, i quali erano sua prima cura; ma ricordando i tempi passati, temeva la quiete d’Italia non fosse a lui turbazione, tirandogli addosso qualche affamato condottiero, o qualche Principe ambizioso.[388] A questo modo mentre che in Roma si perdeva il tempo, il Duca e il Senato per mezzo d’un Frate trattavano insieme, ed un accordo fu stipulato in Lodi a’ 5 dell’aprile 1454 tra’ due principali contendenti, al quale tutti gli altri erano invitati di consentire. Lasciava al solito le cose com’erano al principio della guerra; ma Castiglione della Pescaia dovendo restare in possessione del re Alfonso, i Fiorentini non vi aderirono se non dopo molte consultazioni,[389] e perchè il Duca a ciò gli costrinse; Cosimo tenendosi malcontento dell’amicizia di questo, che nulla gli aveva fruttato che odio e carichi, dove sperato si aveva l’acquisto di Lucca a lui promesso, come dicevano, dallo Sforza in pagamento di quei danari, che gli erano stati tante volte necessari a conseguire il principato. Il re Alfonso indugiò più mesi prima che ratificasse la pace;[390] nè a quella si tenne poi fermo, sempre ambizioso com’egli era di cose maggiori: al quale fine aveva escluso dal comune accordo i Genovesi ed il Signore di Rimini e quel di Faenza, serbandosi appiglio, quando che fosse, a nuove imprese.[391]
Avvenne che essendo per la pace licenziato dai Veneziani Iacopo Piccinino, si udisse costui insieme con altri capitani senza soldo, essere entrato nella Romagna, dubbiosa minaccia agli Stati confinanti. Il tempo era scorso che i grandi condottieri per proprio loro conto muovessero guerra, tenuti essendo in maggiore suggezione da quei potentati d’Italia che s’erano in sè medesimi rinforzati. Iacopo, com’era solo condottiero che rimanesse di quei lignaggi vissuti di preda, così fu l’ultimo che tentasse di quelle fortune; ed anche non lo fece di proprio suo moto, ma sibbene per istigazione, secondo appare, del re Alfonso. Imperocchè essendo Iacopo entrato in quel di Siena e fattovi danni, all’avviarsi di soldati dei Fiorentini e del Papa e del Duca di Milano, ritiratosi in Castiglione della Pescaia, passò nel Reame, e fu ivi bene ricevuto. Innanzi era morto il pontefice Niccolò V: di lui non abbiamo avuto fatti da registrare sia politici sia guerreschi, ma quel silenzio dell’istoria gli è lode grandissima, e le arti e le lettere lui ricordano munificentissimo tra gli altri Principi: lo squallore di Roma e quasi la solitudine per la dimora dei Papi in Avignone e per lo scisma e pei governi travagliosi ch’avevano avuto Martino ed Eugenio, veniano a mutare in giorni più floridi, e molti edifizi allora intrapresi e la Biblioteca Vaticana da lui cominciata, renderono splendido e benemerito il nome di Niccolò V.[392] A lui successe Callisto III spagnuolo, donde ebbero l’Italia e la Chiesa dono funesto la Casa Borgia. Veniano a scuoprirsi in questo frattempo le intenzioni d’Alfonso, il quale muoveva con grandi forze contro ai Genovesi, e allora il doge Pietro Fregoso cedeva l’impero di quella città al Re di Francia, che a pigliarne la possessione mandava Giovanni d’Angiò partitosi non molto prima da Firenze; a cui la Repubblica aveva donato, oltre ai danari della condotta, venti mila fiorini d’oro e novanta libbre d’argento lavorato in vasellamenti di bell’artificio. Le quali mosse all’Italia furono principio di altre perturbazioni, sebbene a mezzo di quell’anno 1458 il re Alfonso venisse a morte: a lui fu dato soprannome di Magnanimo; e generoso era, esercitato nelle armi di terra e di mare, magnifico in ogni suo fatto, e grande promotore delle lettere e degli uomini letterati.[393]
Ora è da dire quale fosse in questi tempi l’interno stato della Repubblica. In mezzo alla guerra, l’anno 1453 una Balìa nuova era stata presa fuor di tempo e rinnuovata poi l’anno dopo, quando scadeva il quinquennio: avea facoltà oltre all’usato amplissime, e queste adoprava più che altro nel porre gravezze soprammodo esorbitanti, essendo le spese allora grandissime: la guerra di fuori costava settantamila ducati al mese.[394] Trovo di seguito due gravezze poste, che una di cinquecento ottanta migliaia di fiorini e l’altra di trecento sessanta; cinquanta mila erano imposti ai non sopportanti, a quelli cioè che di regola doveano andarne esenti, e gli ecclesiastici ne furono anch’essi gravati: pei tanti carichi dello Stato erano i danari del Monte caduti al venti per cento.[395] Norma all’imporre, l’arbitrio solo: e questa era un’arme in mano di Cosimo che percuoteva con le gravezze chi avverso gli fosse, e con le supplicazioni per gli sgravi faceva a sè molti dipendenti; tanto che andare con lui (che appellavano avere lo Stato) importava essere leggermente tocchi; e gli altri invece erano disfatti. La Casa dei Pazzi, ricchissima d’averi ma per le gravezze malconcia, si rilevò quando pel parentado co’ Medici entrava nel numero anch’essa delle Case favorite.[396]
Troviamo che nei primi venti anni della dominazione repubblicana di Casa Medici, settantasette case di Firenze pagarono, di straordinarii, imposti ad arbitrio, quattro milioni ottocento settantacinque mila fiorini. Un solo cittadino de’ più reputati ma non dei più ricchi, Giannozzo Manetti, venuto in sospetto o in uggia a Cosimo, pagò in più tempi sino a centotrentacinque mila fiorini d’oro, avendo dovuto per una paga vendere a dieci e un quarto una parte de’ suoi crediti sul Monte, che a lui costavano cento. Imperocchè avevano a lui posta una gravezza di centosessantasei volte la rata che a lui per l’estimo veniva assegnata, e che formava l’unità d’imposta; doveva pagarne tre per ogni mese. E qui noi vogliamo narrare le sorti di un tale cittadino.[397] Aveva egli fatto rimprovero al Medici dell’essere stato autore primo della rottura con la Repubblica di Venezia, e tra essi due era mal’animo. Due anni dopo, Giannozzo essendo legato in Roma, dove il papa Niccolò cercava pace fra tutti, e Pasquale Malipiero ambasciatore veneziano studiavasi indurre a questa i Fiorentini, si lasciò il Manetti andare a vistose intelligenze col veneziano, per le quali si rendeva egli sospetto o inviso del tutto ai Reggitori; onde questi con le prestanze cercarono di fare che ruinasse la sua fortuna, stata assai prospera fino allora. Talchè Giannozzo deliberava ricoverarsi appresso al Papa, che lui tenendo in grande stima, gli diede ufficio e provvigione. Poteansi in Firenze acconciare le faccende sue quando egli volesse farsi a Cosimo tutto dipendente; e questi, a proposito della gravezza, gli aveva fatto dire, non essere quella infermità mortale; così volendo Giannozzo intendesse il modo d’uscirne. Ma nè questi volle così abbassarsi; e Luca Pitti, che fu autore della gravezza, in quelle cose tirava innanzi senza misericordia. Tanto che in Roma gli fu mandato ordine d’appresentarsi a un termine dato, senza che sarebbe chiarito ribelle: Giannozzo si stava dubbioso, ma il Papa lo sovvenne pure questa volta con dargli lettere credenziali di suo oratore, da presentare al bisogno. Cosimo aveagli data promessa di un salvacondotto, che poi gli mancò; ed era Giannozzo in Firenze timoroso,[398] quando per la discesa in Toscana del Duca di Calabria dovendosi fare i Dieci di guerra, Giannozzo fu eletto tra gli altri con grande numero di voti. Null’altro dipinge come questo fatto sì al vivo lo stato di vacillamento tra libera e serva, nel quale vivevasi allora la Repubblica di Firenze. Ed egli condusse quell’ufficio a termine felicemente; ma indi parendogli di stare in patria troppo male, tornò in Roma, dove ebbe buono ed onorato collocamento. Poi quando il papa Niccolò fu morto, cercato dal re Alfonso, andò a Napoli; quivi dimorando infino al termine della vita.[399]
Durante la guerra, la Signoria ed i Collegi si facevano sempre a mano; ma quella finita, ricominciarono ad essere tratti a sorte, con grande allegrezza dei cittadini: bene un cronista però scriveva, durerà poco.[400] Intanto molti animi si erano sollevati come a un ritorno di libertà; e non mancava tra gli stessi amici di Cosimo chi disegnasse valersi di quella larghezza per abbassarlo, e poichè vecchio egli era e infermiccio, fondare sotto all’ombra sua, ed usando il nome di lui, una sorta di governo d’ottimati, che fu continuo e sempre vano desiderio dei principali nella città. Ma questo allora essi potevano meno che in altro tempo mai, perchè erano pochi, e alcuni di essi uomini nuovi, gli antichi essendo in gran parte fuorusciti, ed i rimasti, pregiudicati col farsi ligi ad un uomo solo, senza del quale sentivano essere come allo scoperto, esposti all’odio di quei tanti ch’aveano offesi. Tutta la forza di quello Stato era dunque nella persona sola di Cosimo, sì pel grande seguito ch’egli aveva già nel popolo, e sì per l’essersi obbligati gli uomini più ragguardevoli col sovvenirgli profusamente, ed anche non chiesto, in ogni loro bisogno; tanto che può dirsi, pochi essere allora nella città di Firenze che a lui non fossero debitori; ed egli, pazientissimo creditore, nè sorte ripeteva nè interessi: altri poi erano fatti partecipi dei guadagni che dava a lui la mercatura, create avendo per questo modo Case ricchissime i Sassetti, i Portinari, i Benci, i Tornabuoni. Così lasciava egli correre innanzi quei disegni senza pigliarne paura; ed aspettava, tenendosi in disparte, che a lui ritornassero coloro che avevano bisogno di lui più ch’egli di loro, e i quali a quel solo barlume di libertà vedevano a sè scemare il credito, e negli uffici entrare uomini che impedivano a loro i soprusi della padronanza e in molte cose gli soverchiavano.
Quindi era pensiero di taluni dei più confidenti, che fosse allora venuto il tempo di ripigliare lo Stato e con la forza assicurarselo. Piaceva a Cosimo l’indugiare, siccome colui che non temendo per sè, godeva nell’abbassare quei presontuosi, lasciandogli, come suol dirsi, frollare sino a che non fossero costretti gettarsegli in grembo. Già fino da quando ritornato dall’esilio dava egli principio e fondamento alla potenza sua, vedeva essere in Firenze molti grandi cittadini a lui amici e stati cagione che fosse egli rivocato; i quali tenendosi a lui come eguali, gli era necessità temporeggiare con loro, a fine di potersegli mantenere, mostrando volere che essi potessero quanto lui. Cotesta fu opera di grande fatica, ed usò fina arte a cuoprire l’autorità sua; il che gli serviva anche a fuggire l’invidia col dare apparenza che le cose che egli voleva procedessero da altri e non da lui proprio, che infino all’ultimo gli fu grande mezzo a conservarsi. E ad uno di coloro i quali vedeva andare in cerca di grandezze pericolose quanto più erano appariscenti, disse una volta: «Voi andate drieto a cose infinite, e io alle finite; voi ponete le scale vostre in cielo, e io le pongo rasente la terra per non volare tant’alto che io caggia.[401]» Parole che danno ragione di tutta la vita e dei modi tenuti da Cosimo per farsi capo della Repubblica.
Intanto che visse il re Alfonso, anche il sospetto di lui sconsigliava dal rimescolare la città con dei partiti sempre dubbiosi. Ai quali era avverso Neri Capponi, e faceva argine ai più arrischiati; Cosimo stesso vivente, Neri stava in rispetto. Sapeva essere in lui congiunta con la potenza la grazia, avendo egli amici più che partigiani[402] (qui uso parole bene appropriate del Machiavelli); ma pure badando non si alzasse troppo, a lui opponeva nei Consigli Luca Pitti, ch’era uomo da fargli fare ogni cosa; fervente partigiano fra tutti in Firenze, ma non di tale cervello che molto dovesse Cosimo di lui temere.[403] Così tutto l’anno 1457 duravano quelle medesime condizioni; sul fine del quale Neri Capponi venne a morte, e allora la parte Medicea non ebbe più amici che alle peggiori opere si contrapponessero: Neri avea goduto l’antica Repubblica, e verso quella inclinava sempre.
Poco prima era stata denunziata una congiura ordita da un Ricci, di quella famiglia che avendo spianata la strada ai Medici, ne fu messa fuori: v’era un Adimari ed un Valori, altri erano stati nella tortura nominati falsamente dal Ricci, ch’ebbe il capo mozzo e il denunziatore fu premiato. Un medico, Giovanni da Montecatini, il quale insegnava con ostinata pubblicità che l’anima dovesse morire col corpo, nè mai volle cedere ad ammonizioni, fu impiccato e poscia arso.[404] La peste in quegli anni si era più volte raffacciata, e vi ebbero calamità di terremoti e piene d’Arno. Più spaventoso e strano accidente devastò non piccola parte di Toscana la mattina de’ 24 agosto 1456. Dalle parti di Valdelsa di là da Lucardo cominciò sull’alba ad apparire un folto ammasso di nuvoli che si stendevano per la larghezza d’un terzo di miglio; procedendo per San Casciano, vennero giù nel Piano di Ripoli, e passato Arno verso Settignano e Vincigliata, poco più in là mancarono, andatisi tra quelle alture a consumare: avevano percorso circa venti miglia. Quei nuvoli erano nerissimi e bassi a poche braccia da terra; s’urtavano tra loro a modo di zuffa con grande rumore, e spaventevole era la forza del vento che da quelli usciva; baleni spessi, pochi tuoni e piccoli, rada gragnuola ma grossa; vapori e nuova specie di saette, che nella tempesta varia, incessante, male si discernevano. Si trovarono alberi grossissimi portati lungi dalle radici loro, muraglie rotte e pel cozzare de’ venti cadute a pezzi ed in più versi, tetti portati via di netto d’insopra i muri e andatisi a sfasciare a terra discosto; uomini levati in aria e gettati lontano più braccia. Fu gran ventura quello sterminio non traversasse che luoghi dov’erano rade le case e le popolazioni; ciononostante fu il danno grandissimo, il suolo era ingombro di sparse ruine.[405]
Venuto l’anno 1458 fu rinnuovato il Catasto; e ciò fu per opera di quei cittadini i quali intendevano ad allargare lo Stato, imperocchè gli altri temevano sopra ogni altra cosa quella rinnovazione, la quale avrebbe ad essi tolto l’ingiusto favore ed i vantaggi di cui godevano e i modi più usati ad opprimere i contrari.[406] Nuove ricchezze erano sorte dopo il 34, che ora il Catasto veniva a percuotere; gli acquisti di terre non potevano nascondere, ma i capitali messi in su’ traffici, sempre a conoscere malagevoli, faceano sparire con l’alterazione dei libri palesi tenendo poi altre segrete scritture. Talchè le denunzie menzognere non si potendo correggere, e oltre ciò parendo che l’obbligazione di mostrare i libri nuocesse al credito dei commercianti ed offendesse la libertà loro, si tornò al modo delle tassazioni; dove perchè necessariamente regnava l’arbitrio, si facevano composizioni ma disuguali, e guardando sempre alla qualità delle persone ed al favore di cui godevano. Però è da dire che il proemio della legge del nuovo Catasto e le minute avvertenze quanto ai defalchi ed agli sgravi, oltre al mostrare grande perizia nella materia delle tasse, mantenevano a favore dei poveri e degli innocui ed umili cittadini quella benignità, dalla quale meno ancora d’ogni altro governo voleano i Medici dipartirsi.[407]
Da tutto ciò appare fuor d’ogni dubbio, che nei primi mesi di quell’anno la parte dei molti impedisse quella che sempre cercava di ristringere in pochi lo Stato. A tal segno che un Matteo Bartoli Gonfaloniere, volendo co’ voti fare decretare una Balìa, non che essergli ciò acconsentito dai suoi compagni nella Signoria, fu anzi schernito da loro; e costretto essendo tornarsene a casa, uscì partito per cui volevasi al tutto rendere impossibili nell’avvenire tali disegni. Imperocchè fu vietato il fare Balìa se tra’ Signori e nei Collegi non fosse il partito vinto con tutte le fave nere, e poi non passasse di mano in mano nei Consigli del Popolo e del Comune e per ultimo in quello del Dugento, sottomettendo a gravi pene il Proposto ed i Signori che a questa legge contravvenissero.[408] Ciò accadde nei mesi di marzo e d’aprile: il primo di luglio entrava per la terza volta Gonfaloniere Luca Pitti, uomo del quale non è da dire se a lui più che agli altri spiacesse il Catasto, e s’egli inclinasse ai modi violenti. Pare la legge posta due mesi innanzi non gli desse grande ombra, perchè senza venire a Parlamento, cercò d’ottenere per via dei Consigli che s’ardessero le borse e che si tornasse al fare a mano la Signoria, ch’era la somma d’ogni cosa: ma fu impossibile a lui di vincere quella pratica, massimamente perchè da pochi anni essendosi messa usanza di dare i partiti a voti coperti, si davano questi con meno paura. Ed un Girolamo Machiavelli con parole franche denunziò quella ch’egli usò chiamare tirannia dei pochi; per il che fu preso, e richiesto nei tormenti chi avesse partecipi di tale ardimento: denunziò due altri cittadini, i quali ebbero anch’essi la corda. Il Machiavelli dipoi confinato e per l’Italia cercando muovere nemici contro alla Repubblica, fu per inganno dei Marchesi di Lunigiana condotto in Firenze, dove tormentato un’altra volta, e stato cagione di altre condanne, moriva nel carcere.