Ma intanto a Luca Pitti era sembrato che senza rispetti si dovesse fare Parlamento, e Cosimo stesso giudicò che fosse allora il tempo venuto da non lasciare più innanzi le cose trascorrere. Inoltre era Luca tanto volonteroso di pigliare sopra di sè tutta l’odiosità del fatto, quanto era Cosimo di scansarla; bastava lasciarlo fare, ed era Cosimo vecchio maestro nel procurare che altri muovesse le cose da lui volute, o spartirne con molti l’invidia. Fu suonato a Parlamento, e avendo empiuta la piazza d’armati,[409] ed ai Signori ed a circa trecentocinquanta altri cittadini data amplissima balìa di riformare lo Stato, senza che alcun rumore ne seguisse, venne ciascuno alle sue case rimandato. Quella Balìa rifece gli accoppiatori da durare sette anni, dai quali venisse la Signoria scelta; rendè permanente l’ufficio degli Otto di balìa; non pochi cittadini confinava, molti privò degli uffici, essi e i discendenti loro; ai confinati dopo il 34 prolungò i confini d’altri venticinque anni più in là del termine allora posto, o gli dichiarò ribelli, cosicchè per undici case durasse il bando fino all’anno 1499: un Barbadori ed un Guadagni con alcuni altri furono indi per sentenza del Capitano decapitati.[410]
Già insino dall’altra Balìa, ch’era stata nell’anno 1453, fu nelle esterne apparenze rialzata la dignità della Signoria, essendosi ordinato che il Gonfaloniere avesse la mano sul Potestà, che era in antico depositario della potestà sovrana, come abbiamo più volte mostrato, e che oggi non era più altro che un giudice fatto venire a breve tempo di fuori; come non era il Capitano più altro che il capo dei soldati di Palazzo, e l’Esecutore degli ordini di Giustizia ridotto alla bassa condizione di Bargello. Mutarono in seguito la forma dei giudizi, eleggendo al Palagio del Potestà per le cause civili quattro dottori con salario di trecento fiorini, e altri due al Palagio del Capitano per le appellazioni; ed un Notaio forestiero con quaranta fanti per l’esecuzione delle condanne proferite dagli Otto di balìa.[411] Misero innanzi nelle cerimonie anche il Proposto, quello cioè che di tre in tre giorni presiedeva la Signoria avendo la prerogativa delle cose da deliberare: e ordinarono che il Pennone dello Stato, il quale prima dal Potestà si consegnava al nuovo eletto Gonfaloniere, gli fosse dato da quello che usciva. Inoltre fecero che alla Signoria precedessero dodici mazzieri con mazze d’argento; rifornirono più riccamente il Palagio di vasellami e d’arazzi, vollero sgombrato d’ogni impedimento il cortile e anche la Piazza dei Signori. Ai quali mutarono titolo, e dove prima si appellavano Priori delle Arti, perchè a tempo della istituzione della Signoria le Arti contavano ogni cosa; ora decretarono che si chiamassero Priori di Libertà, perchè avendo di questa la realtà distrutta, almanco il nome ne rimanesse. Comandarono che fossero murate case dove il popolo avesse da abitare comodamente, poichè per la grande moltitudine e per l’assai murare di belle e grandi case dagli uomini nobili e potenti, pativa il popolo disagio di abitazioni.[412] Aveano mandato, in quei giorni che vigeva la Balìa, dieci galere tra in Inghilterra e in Barberia ed a Costantinopoli con mercanzie; le quali tornate prosperamente, vantaggiarono il Comune di sopra a cento mila fiorini, con letizia della città.
L’autore di queste cose, Luca Pitti, fu dalla Signoria e da Cosimo e da grande numero di cittadini riccamente presentato;[413] tanto che è fama che i presenti aggiugnessero alla somma di ventimila ducati. Cuoprivano, egli l’ingordigia, e i donatori la viltà, col nome di pubblica gratitudine pei beneficii da lui recati alla città, della quale parea Luca essere divenuto principe in luogo di Cosimo; questi ritenuto per la infermità in casa, e quegli riverito, accompagnato, cedutogli nelle radunanze il primo luogo: fu poi con insolita solennità fatto dal popolo cavaliere.[414] Onde egli venuto in molta superbia inalzava due molto grandiosi edifizi, che l’uno a Rusciano vicino un miglio, e l’altro dentro alla città stessa; palagio che soverchiava quello stesso eretto da Cosimo, avendo il Pitti dato il nome a quella che poi fu abitazione principesca. Per condurre a fine il quale edifizio, Luca non perdonando a modo alcuno straordinario, venia sovvenuto delle cose necessarie non che dai privati ma dai popoli e dai comuni; ed ogni persona sbandita o che temesse giustizia, purchè fusse utile a quella edificazione, dentro sicuro si rifuggiva.[415] Gli altri dello Stato non erano meno violenti e rapaci: la quiete pubblica nascondeva offese private ed ingiustizie d’ogni sorta.
Morto il re Alfonso, come si è detto, Ferrando suo figlio aveva dubbiosa la possessione del Reame, in Genova essendo il suo rivale Giovanni d’Angiò con le armi francesi, e il papa Callisto, sebbene in addietro fosse stato ministro d’Alfonso, mostrando intenzioni a lui ostili fino a privarlo, come dicevasi, del Reame. Ma Callisto venne a morte dopo soli tre anni di regno, e vecchio già era, e stando in letto la maggior parte del tempo agitava di questi disegni; intantochè per lettere e per legati dava gran voce di guerra contro al Turco per salvazione della Cristianità. Gli succedeva, col nome di Pio II, Enea Silvio Piccolomini, il quale alla sola Crociata intendendo con tutto l’animo e le forze sue, dava a Ferdinando l’investitura del reame di Puglia. Al quale però muoveva guerra Giovanni d’Angiò, che dopo avere con l’aiuto dei principali Baroni quasi occupato tutto il Reame, ne fu cacciato: ed anche Genova in quel tempo gli era caduta di mano, tolta a lui da quei medesimi che ve lo avevano messo; e il Duca di Milano avendo mandato le genti sue a quella impresa, ne ottenne quindi la signoria. I Fiorentini, ricercati dall’Aragonese per la nuova lega, e dall’Angiovino per la secolare inclinazione che essi ebbero a Casa di Francia, rimasero in quella guerra neutrali. Ma queste cose vennero dopo.
Era nell’aprile del 1459 venuto a Firenze il pontefice Pio II recandosi a Mantova, dove egli aveva convocato grande assemblea dei Principi cristiani per la comune difesa contro alla invasione dei Turchi. Si trovarono insieme a Firenze, oltre a Giovanni Galeazzo figlio primogenito del duca Francesco, i Signori di Rimini e di Carpi e di Forlì: portavano questi la sedia del Papa nell’entrata solennissima ch’egli faceva in Firenze. A onore dei quali, e per aggradire al giovinetto Sforza che non arrivava ai diciassette anni, si fecero balli e giostre molto ricche ed una caccia sulla piazza di Santa Croce, dove furono condotti, oltre ai leoni che la Repubblica soleva nutrire, lupi e cinghiali e fiere da mandria: e si portò a mostra una giraffa, nuovo animale in quella età. Cosimo de’ Medici ospitava regalmente il figlio dell’amico suo, dandogli feste e mascherate, nelle quali apparve il nipote di lui Lorenzo, che appena toccava l’undecimo anno, vestito a foggia di non so quale divinità.[416]
Mentre il Papa era in Firenze e la città in festa, moriva qui il santo e dotto Arcivescovo Antonio Pierozzi, al quale perchè era di statura piccola rimase il nome di Antonino. Modesto, rigido a sè stesso,[417] largo nelle opere di carità cittadina e negli esempi virtuosi, assiduo in comporre libri di morale disciplina massimamente per la istruzione degli ecclesiastici, lasciava anche una Cronaca de’ suoi tempi messa insieme la maggior parte da libri che oggi corrono a stampa. Severo ai potenti, non fu ai Medici troppo amico:[418] fondava una pia Congregazione per sovvenire ai poveri vergognosi, detta di San Martino; dei quali era il numero grandissimo allora per le confische e per le spogliazioni ch’avevano ridotto alla ultima miseria famiglie usate all’opulenza.[419] Con alto pensiero volendo che pura si mantenesse quella istituzione, vietava ad essa il possedere o terre o altro fondo qualsiasi, ordinando fosse in tempo brevissimo venduto e speso in elemosine tutto il capitale, comunque grosso, di ogni lascito che fosse fatto alla Congregazione: la quale mantiene quella saggia regola, e vive tuttora dopo quattrocento anni, senza che i mezzi mai le mancassero alle buone opere, libera e monda per tale modo da ogni carico d’amministrazione.
Intanto Maometto, vittorioso per terra e per mare, avea conquistato sul Danubio tutte le provincie del caduto Impero, e contro ai Veneziani la Grecia e le Isole, quivi spegnendo i principati che rimanevano dei Latini: tra’ quali Francesco Acciaioli ultimo Duca d’Atene periva strozzato per la crudeltà di Maometto. La virtù maravigliosa di Giorgio Castrioto, soprannominato Scanderbeg, sola teneva lontani i Turchi dalle spiaggie dell’Adriatico: in Europa niuno si mosse alle sollecitazioni del Papa, ma questi di nuovo nell’anno 1464 chiamava in Ancona non più i Principi a congresso, ma le forze tutte della cristianità; egli stesso deliberato salire sulle navi e porsi a capo, vecchio ed infermo com’egli era, di tanto gloriosa e santa impresa. Cosimo dei Medici quando diceva motteggiando che il Papa era vecchio e volea fare impresa da giovane, mi pare aderisse troppo alla dottrina mercantile dell’utilità. I Veneziani, nemmeno essi molto credevano a quella impresa; ma pure il vecchio loro doge Cristoforo Moro, fu anch’egli costretto dal pubblico grido recarsi in Ancona.[420] Quivi il Papa spossato moriva, ogni apparecchio di guerra essendosi per quella morte disciolto; ma egli chiudendo con isplendore quella sua vita affaccendata, e in tanta bassezza di cose cercando rialzare quanto era in lui l’Italia e la sedia pontificale.[421]
Il 1 d’agosto 1464 Cosimo de’ Medici, consunto da lunghe infermità e vecchio di settantacinque anni, moriva in Careggi. Pochi mesi prima aveva sepolto il minore suo figlio Giovanni, ed innanzi un bambinello che avea questi avuto dalla Ginevra degli Alessandri. Rimaneva Piero con due figli, Lorenzo e Giuliano, entrati appena nell’adolescenza; e il padre soleva fidare in Giovanni più che non facesse in Piero, impedito molto dalle gotte, da cui lo stesso Cosimo era stato più anni afflitto. Questi negli ultimi mesi della vita facendosi portare per casa, dicea sospirando ch’ella era troppo gran casa per così poca famiglia. Lasciò anche un figlio naturale, Carlo, che divenne cherico e fu Proposto di Prato. Lorenzo, fratello minore di Cosimo, era morto nell’anno 1440; e i discendenti di lui continuati con poca celebrità finchè durava il lignaggio primogenito, montarono con l’estinzione di quello a viemaggiore fortuna, avendo dato alla Toscana per duegento anni i suoi Granduchi.
Cosimo aveva per testamento vietato che se gli facessero esequie solenni: ma l’usata magnificenza della famiglia e il dolore di molti, e l’ossequio dei magistrati, onorarono la fine di questo fra tutti potente ed insigne cittadino.[422] Colui che aveva detto «meglio città guasta che perduta,» fu per decreto pubblico soprannominato Padre della Patria, quel titolo ancora leggendosi sopra il marmo che ricuopre il corpo suo nella chiesa di San Lorenzo. Fu Cosimo di comunale statura, magro e olivastro, di aspetto benigno, non senza acume e gravità. Parco dicitore ma efficacissimo a persuadere, veniva al fatto senza ornati; breve nel rispondere, non si spiegava innanzi d’essere chiaro egli stesso si chiudeva in detti ambigui. Nessuno lo vinse quanto ad accortezza; alla fortuna dovette l’essere portato in alto dai suoi nemici, a sè medesimo il potersi bene difendere dagli amici: le malvage opere parcamente usava e a quelle sapeva trovare compagni. Ebbe grandezza di principe, e vita e costumi di privato cittadino: fuori lo tenevano come signore della città, ed i principi e le repubbliche si condolsero della sua morte.[423] Ma in Firenze ciascuno trattava famigliarmente con lui, nel vivere giornaliero non oltrepassava le usanze comuni. Venuto in potenza, non si volle imparentare con signori; ma diede a Piero in moglie la Lucrezia dei Tornabuoni, e le due figlie di lui maritava in Casa i Pazzi ed i Rucellai. Ebbe ricchezza tale, che niuno privato uomo e pochi principi l’agguagliavano; era al suo tempo il primo banchiere in Europa, tenendo banchi e ragioni in molte città, ed il nome di Casa Medici avendo credito dappertutto. Narra Filippo de Comines come i danari di Cosimo fossero di grande aiuto a Eduardo IV d’Inghilterra per sostenersi nel Regno, tenendo fuori per conto suo alcuna volta più di centoventi mila fiorini, ed avendoli pe’ suoi agenti fatta malleveria verso il Duca di Borgogna una volta di cinquanta, ed una di ottanta mila altri fiorini.[424] Ma niuno mai fece più di lui nobile uso della ricchezza, e nelle liberalità sue metteva splendore ma non senza accorgimento; piacevasi molto a servire di danaro con cortesia fina i primi uomini del suo tempo. Così aveva fatto con frate Tommaso da Sarzana, che divenuto Niccolò V lo fece depositario in Firenze della Chiesa, della quale nel Giubbileo del 1450 si trovò avere in mano oltre a cento mila ducati. Avea molte possessioni, e queste amministrava con diligenza, essendo egli intendentissimo dell’agricoltura, tantochè si dilettava alcuna volta di sua mano potare le viti ed innestare i frutti che amava di avere singolari. Ma la magnificenza sua mostrava più che altro negli edificii; oltre al palagio di Firenze, fabbricava ville grandiose a Careggi, a Fiesole, e nel Mugello, al Trebbio ed a Cafaggiolo. Vedemmo com’egli edificasse una Libreria in Venezia, restaurò un Collegio degli Italiani in Parigi; la Casa in Milano, dove un Portinari teneva il Banco in nome suo, vinceva ogni altra d’ornato sontuoso ed elegante; rimane essa in piedi tuttora. Le quali spese erano di molto passate da quelle che egli faceva pel divin culto: alzò in città dai fondamenti la Basilica di San Lorenzo, ampliò la Chiesa e il Convento di San Marco; sul monte di Fiesole edificò la Badia ed un Convento a San Girolamo; nel Mugello, un altro Convento pei Frati Minori: in molte chiese fondò altari e cappelle splendidissime. Nè a ciò fu contento, che fino in Gerusalemme apriva e dotava co’ suoi danari uno Spedale pei poveri pellegrini. «Facea queste cose (scrive il biografo che gli fu amico) perchè gli pareva tenere danari di non molto buono acquisto; e soleva dire, che a Dio non aveva mai dato tanto che lo trovasse nei suoi libri debitore. E altresì diceva: io conosco gli umori di questa città, non passeranno cinquant’anni innanzi che noi ne siamo cacciati; ma gli edifizi resteranno.» Sapiente parola quanto era magnifica, e buon fondamento alla grandezza di Casa sua.[425]
S’imbatteva egli in quella età nella quale le arti belle si esercitavano con più squisitezza di sentimento, come abbiamo già veduto: i sommi artisti ebbe familiari, ed egli col dare ad essi lavoro gli sovveniva; ma non ottenne che Donatello, al quale avea mandato a casa una roba di panno rosato, volesse andare altro che in giubbetto. Stavano quegli artisti a bottega, ma invece le lettere, dacchè si fondavano principalmente sulla erudizione, erano signorilmente trattate; e per l’acquisto o per le copie dei libri antichi latini e greci, che in tanto numero quasi ad un tratto veniano in luce, volevano spesa cui non bastavano che i più ricchi. Per quanti vizi ella si avesse, certo era splendida quella età; e i Principi a gara promuovevano gli studi, ed in Firenze erano molti cittadini facoltosi che vi ponevano la persona e il tempo e l’opera e il danaro loro. Cosimo si stava in mezzo tra questi; non era egli di molta dottrina, benchè senza lettere non fosse, ma quanti a lui ricorressero trovavanlo sempre aperto e facile. In San Marco fondava una prima Biblioteca, la quale volle che fosse a comune uso degli studiosi; ne aperse un’altra nella Badia di Fiesole, e aveva in sua casa grande numero di codici, pei quali ebbe principio la libreria che fu poi detta Mediceo Laurenziana. Da Vespasiano, che per lui faceva copiare i libri, sappiamo quanta cura vi ponesse;[426] e così nel raccogliere anticaglie ed ogni genere di preziosità. I Greci che innanzi al Turco fuggivano, e che aprirono alle lettere un campo vastissimo e fino allora non esplorato, trovarono lauto rifugio in Firenze; e l’Argiropulo ed il Crisolora ed altri vi tennero cattedre per opera massimamente di Cosimo, e vissero familiarmente con lui. Ma si onorava egli soprattutto col sollevare la giovinezza povera ed oscura di Marsilio Ficino al quale donava una casa in città ed una villetta a Careggi: la scuola fondata dal buon Marsilio fruttò a quel secolo quanto ne uscisse di più elevato nelle dottrine, e nella vita di più onesto e dignitoso.