Cosimo dei Medici ebbe non tocchi da esterne guerre gli anni suoi ultimi, e la città lieta, dalle arti abbellita, fiorente d’industrie; la moltitudine degli artefici assicurata contro alla oppressione delle Arti maggiori. Fonte principale di ricchezza quella della seta, dove è più semplice il lavoro, e quasi che tutto si viene a compiere nelle case con poca ingerenza di quei minuti mestieri che nell’arte della lana tanto disordine producevano: cessato lo sciopero, fra tutti pessimo, delle sedizioni, cresceva il lavoro ed era meglio remunerato. Gli spiriti, è vero, di questo popolo si abbassavano in quella pace, nè il favore di Casa Medici era senza corruttela: ma questo rimase dell’antico stato popolare, che principato non si avesse, nè corte, nè armati a guardia del signore, nè abietto servire, nè silenzio comandato. Cosimo sicuro dello Stato, come si è detto, con l’avere in mano i magistrati e le gravezze, lasciava nel resto le cose andare liberamente[427] ed amministrarsi pei Collegi e pei Consigli, dei quali non era l’autorità vana. Il popolo vedeva non alterate le forme dei suoi magistrati; e questi invece d’appartenere volta per volta a quella fazione che la violenza ponesse in seggio, dipendevano da una Casa che il popolo stesso aveva inalzata, di quella facendosi tutela contro gli avversari suoi e contro ai danni delle sue proprie intemperanze. Dal punto a cui siamo e già decaduta essendo la vigoria di questo popolo di Firenze, ne sembra l’istoria perdere grandezza: ma pure è gloria di questo popolo avere temprato a sè medesimo quella signoria che ad ogni modo qui e dappertutto voleva ristringersi, e che uscita dal suo proprio seno, lasciavagli pure ampiezza di vita: signoria tanto più onorata quanto era più cittadina.
Capitolo IV. PIERO DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1464-1469.]
Il governo di Firenze sebbene alla morte di Cosimo dei Medici si reggesse tuttavia sulla potenza che il suo nome aveva in città e fuori, pure nelle apparenze dipendeva da quei cittadini che stati capi della fazione sua e da lui medesimo promossi, conoscevano sè oggi più liberi e meno sicuri, tanto che dovessero a sè ed alla parte da sè medesimi provvedere. Di questa erano principali Luca Pitti, Dietisalvi Neroni, Agnolo Acciaioli; il primo dei quali, vano e fastoso, era strumento da usare ma senza punto fidarsene; Dietisalvi, di grande ingegno ma dubbio, e non di tale animo che valesse a trarsi dietro le moltitudini; Agnolo, più atto a praticare le corti che non al vivere popolare, e contro al Medici inasprito da offese private. Imperocchè essendosi tenuto certo d’avere per un suo figlio l’arcivescovado di Pisa, Cosimo volle darlo invece ad un suo congiunto Filippo dei Medici, costringendo l’Acciaioli a contentarsi del vescovado d’Arezzo. Inoltre, avendo un altro suo figlio presa in moglie con dote grandissima una fanciulla de’ Bardi, ed essa tenendosi maltrattata in quella casa, uno dei Bardi di notte tempo con molti armati la trasse via; il che parendo agli Acciaioli offesa gravissima, e la causa avendo rimessa in Cosimo, questi sentenziò che fosse la dote ai Bardi restituita e la fanciulla restasse libera. Ma insieme ad Agnolo gli altri due pure invidiavano alla potenza della Casa Medici, e questa credevano, per quanta si fosse, difficilmente potersi tenere da Piero infermo e perduto quasi dalle gotte, nè di tale ingegno che una incerta signoria valesse in sè medesimo a continuare con le arti del padre. Vedevano anche la grande mole della ricchezza lasciata da Cosimo divisa essere in tanti luoghi e amministrata da tante mani, che il governarla era come avere un altro Stato da conservare; faticosa opera, e massimamente gravata essendo dalle tante liberalità e spese ch’egli avea fatte, sicchè il bilancio male potrebbesi ricavare. Di tutte queste difficoltà Cosimo essendo bene accorto, avea prima di morire commesso al figlio si consigliasse con Dietisalvi Neroni circa il governo delle facoltà sue e dello Stato. Il Machiavelli, che narra ciò, aggiugne come avendo Dietisalvi veduto i calcoli delle ragioni e in questo trovato essere disordine, mostrasse a Piero la necessità di fare vivi i danari dei molti crediti lasciati giacenti da Cosimo, e che Piero avendo ceduto a quelle persuasioni disdicesse le somme imprestate con tanta larghezza a ogni qualità di cittadini: i quali tenendosi male trattati come se Piero, anzichè ritorre il suo, gli avesse privati del loro, ne venne egli a perdere riputazione ed amici, imputandosi all’avarizia sua l’incaglio ne’ traffici e i fallimenti che ne seguirono. Aggiugne lo stesso autore, che fosse quell’imprudente consiglio dato a malizia da Dietisalvi, il quale ricchissimo e potente di aderenze e fra tutti reputato sagace e pratico dello Stato, ambisse in tal modo levarsi più in alto con la ruina di quella Casa.
Egli pertanto e l’Acciaioli essendo in tutto risoluti d’abbattere Piero, a sè tirarono facilmente Luca Pitti con dargli speranza di fare lui principe della città; e usato che avessero il molto seguito di lui e le ricchezze e la temerità non rallentata, sebbene fosse egli già vecchio, erano certi di farlo quindi per la incapacità sua agevolmente cadere. Con essi era un altro reputato cittadino e assai potente nella Repubblica, Niccolò Soderini, il quale mosso da non private ambizioni ma da onesto desiderio di restaurare la libertà, cercava con tutte le forze dell’animo l’abbassamento di Casa Medici. Così nello Stato furono manifeste le divisioni: la parte che aveva il nome da Luca si chiamò del Poggio, fabbricando egli il suo Palagio su quello di San Giorgio; e del Piano l’altra, che stava pei Medici: segrete combriccole si tenevano per la città; molto sparlavasi in aperto. Di Piero dicevano: non essere da tollerare in città libera tale continuità di maggioranza da padre in figlio; molte cose essersi concedute alla prudenza, all’età ed ai servigi resi da Cosimo alla patria sua, le quali non si doveano a Piero concedere, avaro, altero, di poca esperienza, e per le sue infermità poco o niente utile alla Repubblica. Ma gli altri dicevano, che Luca vendeva lo Stato a ritaglio; che aveva la casa piena di sbanditi, di condannati e d’ogni sorta di scellerati uomini; che sotto apparenza di cortesia e di liberalità rubava il privato, spogliava il pubblico, e non prezzando nè Dio nè Santi confondeva le cose umane e le divine. A questo modo continuandosi gran parte dell’anno 1465 le divisioni, gli avversi a Piero misero innanzi che i Magistrati ricominciassero, serrate le borse, a trarsi a sorte; il che da Piero fu consentito perchè la cosa piaceva tanto, che il contrariarla sarebbe stato tirarsi addosso troppo gran carico. Fu vinto con tale consentimento ed allegrezza dei cittadini, che nel partito di tutto il Consiglio non si trovarono che sei fave bianche.[428]
Usciva dipoi Niccolò Soderini Gonfaloniere per gli ultimi due mesi di quell’anno, e parve che per lui si avesse a restaurare la libertà con modi civili, secondo che gli uomini più assennati desideravano; laonde fu egli accompagnato in Palagio da gran moltitudine di cittadini, e per via gli fu posta in capo una corona di ulivo. Ma egli, com’era più atto a svelare con l’eloquenza i mali che non con l’opera a correggerli, avendo al principio del suo magistrato due volte radunato prima cinquecento e poi trecento cittadini, e ad essi con lunga ed ornata diceria mostrato i disordini, e chiesto che ognuno in quanto ai rimedi volesse esporre il parer suo, molti dicitori saliti in tribuna, chi l’una e chi l’altra cosa proponevano; così le due volte pei dispareri dei consultori nessuno effetto ne conseguitava. Tentarono quindi egli ed i suoi di levare via il Consiglio del Cento che disponeva di tutte le cose importanti della città; al che essendosi opposti alla scoperta gli amici di Piero, finalmente ciò impedirono. Ebbe anche pensiero il Soderini di rivedere i conti a coloro che avessero avuto amministrazione nello Stato; del che Luca Pitti non volendo per nulla sapere, non se ne fece cosa alcuna. Corresse con molta fatica poche delle esorbitanti cose fatte in addietro; volle dal popolo essere creato Cavaliere, ma non l’ottenne. Infine avendo consumato il tempo dell’ufizio suo nel rivedere le borse e fare il nuovo squittinio, lunga opera e odiosa a molti, cedeva con poca sua reputazione il magistrato il quale con tanta aspettazione aveva preso. Al che si credette averlo condotto massimamente i consigli di messer Tommaso Soderini suo fratello, che era molto amico a Piero e uomo da non volere commettere, senza utile certo, a nuovi pericoli le sorti della città.[429]
Ma in questa si venne a scoperta divisione quando per la morte di Francesco Sforza duca di Milano, avvenuta il giorno 8 di marzo 1466, parve casa Medici avere perduto l’antico sostegno ed essere in dubbio la pace d’Italia. Sebbene Venezia impegnata nelle guerre contro al Turco, sola difendesse la Cristianità sul mare intanto che gli Ungheri la difendevano sul Danubio, pure la molta potenza di quella Repubblica e l’ambizione perseverante e la finezza dei consigli e quella stessa superbia di modi ch’ella usava nel trattare con gli altri Principi e Stati d’Italia,[430] a tutti la rendevano odiosa e temuta; e quindi la lega che lo Sforza e Cosimo avevano stretta, ed alla quale Ferrando re di Napoli aderiva, parea necessaria a comune difensione. A questo Re si era lo Sforza congiunto per iscambievoli parentadi, e fu accusato d’avere anche avuto le mani nello scellerato tradimento pel quale Ferrando tirava a morte Iacopo Piccinino tra mense ospitali e sotto apparenze d’amicizia sviscerata.[431] Con arti migliori teneva lo Sforza il ducato di Milano, dove tra’ Visconti non era stato, a mio parere, chi lo agguagliasse nelle virtù di principe, come niuno lo avea pareggiato nella scienza della guerra. Levando in istima tra gli stranieri il nome suo e le armi d’Italia, aveva mandato in Francia soccorso di quattro mila cavalli al re Luigi XI nella guerra contro ai suoi Baroni e contro ai Duchi vassalli di Borgogna e di Brettagna; ed era in quelle armi Galeazzo Maria suo figliuolo primogenito, quando essendo il duca Francesco venuto a morte quasi all’improvviso, al figlio convenne ricondursi nello Stato, non senza pericolo d’insidie per via, ma quivi accolto ed acclamato. Fu sempre fatale ai principi Italiani che se uno sorgesse di pregio eminente, avesse figliuoli al tutto degeneri: Galeazzo educato al fasto e ai riposi della corte, ignaro delle armi, nè illustrandosi che pei vizi, di molto abbassava nel breve suo regno la reputazione della Casa Sforza.
La Repubblica di Firenze mandava ambasciatori a Milano Bernardo Giugni e Luigi Guicciardini, i quali offerissero al nuovo Duca tutte le forze della città e sopravvegliassero ai casi occorrenti. Trovarono quello Stato in gran disordine di danari, e qualche sospetto di guerra co’ Veneziani: richiesti, scrissero a Firenze perchè si stanziasse, come s’era fatto più volte nei tempi del duca Francesco, qualche danaro in prestanza, pigliando l’assegna sopra alle entrate più vive della città. Fu risposto che offerissero quaranta mila ducati; e su questa sicurezza vennero in Firenze, co’ due che tornavano, gli ambasciatori del Duca per trattare i modi e procurare lo stanziamento.[432] Piero dei Medici e i suoi allegavano le antiche ragioni che ebbe suo padre di mantenere l’amicizia con lo Sforza; gli avversari, quelle che già noi vedemmo ai tempi di Cosimo essere addotte contro una lega la quale pareva d’utile privato più che di pubblico: aggiungnevano ora, non valere il figlio quello che il padre valeva, e non v’essere motivo sufficiente di scomodarsi per lui. Al che non bastando avere opposto, che la debolezza del giovine Duca tanto più dava necessità di fare sforzi a mantenerlo, il ch’era salute di tutta Italia; non fu il pagamento, sebbene promesso, mai pei Consigli deliberato.
Da indi in poi gonfiati gli animi, le divisioni si resero vie più manifeste. Ma i primi sei mesi di quell’anno 1466 le due parti stavano l’una contro dell’altra in aspetto; e la Signoria, volendo pure fare qualcosa, ordinava che i cittadini atti ai maggiori uffici prestassero giuramento di non s’obbligare a parte veruna, di non fare segrete combriccole e di non servire che alla Repubblica.[433] Giuramenti, come avviene sempre ne’ casi politici, osservati da coloro cui non bisognavano. Agli altri però giovava, sebbene diversamente, l’indugio: Piero tenendosi in possesso, ed i nemici di lui reputando che per essere le tratte libere si dovessero i magistrati bentosto empire d’uomini della parte loro, donde agevolmente e senza disordini la Casa dei Medici venisse a cadere da una autorità che risedeva in mani deboli; giudicavano che dove a Piero venisse meno la facoltà di valersi de’ danari del Comune, non potendo egli più sostenere l’antico credito nelle mercanzie, ruinerebbero le sue private sostanze e insieme con esse la reputazione nello Stato. Così aspettando volta per volta che una Signoria uscisse che fosse opportuna ai loro disegni, cercavano intanto di farsi aderenze negli altri Stati d’Italia, dove la pace era in dubbio, e nuove occasioni potevano suggerire consigli nuovi. Piero dei Medici era amico naturale al giovane duca Galeazzo Maria; ed un Nicodemo Tranchedini, uomo di gran fede col duca Francesco e che in Firenze risedeva da più anni oratore, manteneva quell’amicizia e consigliava Piero in tutte le cose. I congiurati aveano qualche speranza nel re Ferrando di Napoli; ma questi, per avviso di messer Marino Tomacelli che per lui stava in Firenze, pigliava partito di aspettare osservando senza scuoprirsi per alcuna parte. A Pio II era succeduto nel pontificato Pietro Barbo veneziano, che assumeva il nome di Paolo II. Questi da principio amico allo Stato dei Fiorentini, s’era poi molto alienato da essi quando alla morte del cardinale Scarampi, ch’era camarlingo della Chiesa ed uomo ricchissimo, volendo i nipoti di lui succedere nella possessione di gioie e danari ed altro mobile per somma grandissima che il Cardinale aveva in Firenze, e Luca Pitti come parente agli Scarampi favorendo quelle pretensioni loro, il Papa al contrario voleva che andassero alla Camera apostolica. Il che non poteva egli ottenere per la potenza di Luca Pitti: e ne fu per nascere gran divisione, il Papa essendone adirato forte; insinchè alla fine e dopo lunghe pratiche n’ebbe ragione, ed egli si tenne almen per allora neutrale in mezzo alle divisioni che pur minacciavano per tutta Italia di manifestarsi. Imperocchè tra’ Signori di Milano e la Repubblica di Venezia, se guerra non era, mantenevasi costante l’inimicizia: vedeano quelli dalle finestre del loro castello sventolare la bandiera di San Marco sulle mura di Brescia e di Bergamo, freno e minaccia alla potenza loro. I Veneziani mal sofferivano che le emule navi di Genova andassero congiunte agli eserciti di Lombardia, sempre avendo l’animo all’acquisto di questa provincia. In Romagna con la possessione di Ravenna tenevano come stretta Ferrara, obbligando quel Signore, e seco più altri minori Principi, a seguire la parte loro. Bologna intanto, sotto al governo de’ Bentivogli, stava con lo Sforza e coi Fiorentini: tra queste due parti dividevasi l’Italia, e guerra poteva uscirne ogni tratto, se quella col Turco non avesse trattenuto le male nascoste cupidigie del Senato di Venezia. Su questo fondavano gli avversi al Medici le speranze loro, mutare lo stato della Repubblica di Firenze essendo lasciare lo Sforza solo, e non temendo essi di rompere quella sorta d’equilibrio per la quale teneasi allora che stesse ferma la pace d’Italia.
A questo effetto andavano messi innanzi e indietro, segreti e palesi: fine d’ogni cosa era, una lega con la Repubblica di Venezia, la quale non si volendo scuoprire per allora sinchè non avesse fatta la pace col Turco, si tenevano le pratiche personalmente con Bartolommeo Colleoni da Bergamo, il quale essendo in sul finire della condotta co’ Veneziani, avrebbe in suo nome fatto quell’impresa. Trattavano anche di far venire in Italia il duca Giovanni d’Angiò, quando uopo fosse di contenere il re Ferrando mentre che i Veneziani, entrati nel ballo, opprimessero lo Sforza; al che si credevano anche soli di potere essere sufficienti. Conduceva queste pratiche Dietisalvi Neroni, intanto che Agnolo Acciaioli in nome di tutti scriveva al duca Borso d’Este richiedendogli consigli e aiuti, siccome quello che assai mostravasi ad essi amico. Rispose il Duca offrendosi andare, quando tempo fosse, co’ Veneziani, e che darebbe con le genti sue frattanto la mano alla mutazione dello Stato.[434] Era il mese d’agosto, e la Signoria che allora sedeva incerta e divisa, essendo prossima a cessare, poteva uscirne un’altra a Piero tutta amica; nella quale dubbiezza, e fidati sopra l’aiuto di Modena e accesi molto dalle parole di Niccolò Soderini, fermarono insieme un obbligo terribile innanzi a Dio e innanzi agli uomini e molto segreto, al quale accenna, ma senza più dichiararsi, lo stesso Agnolo Acciaioli in una sua lettera.[435] Chiamarono in Toscana subito le genti del Duca; il quale con ottocento cavalli, due mila fanti e mille balestrieri, mandava Ercole suo fratello: e questi era pervenuto insino a Fiumalbo, quando per lettere di Giovanni Bentivogli ne giunse avviso a Piero dei Medici che villeggiava infermo a Careggi. Era nel Bolognese un capitano del Duca di Milano, al quale in quella sorpresa Piero tostamente scrisse, comune essere il pericolo, comune dovere essere anche la difesa; e quegli, come erano le intenzioni del Duca, scendeva con le sue genti a Firenzuola. Intanto Piero si faceva quel giorno stesso portare a Firenze, aveva la moglie seco e molti armati: si trova scritto presso che da tutti, e variamente narrato, che i congiurati lo aspettassero a Sant’Antonio del Vescovo per ammazzarlo; ma che avendo Piero tenuto altra via occulta ed insolita, scampasse la vita. Al che gli giovava, secondo taluno, la sagacità del figlio Lorenzo, che andato francamente per l’usata via, teneva a bada gli appostati col dare ad intendere che il padre lo seguitasse.[436] E intanto Piero, giunto a casa, facea dal contado venire armati segretamente in Firenze: quei della contraria parte mandarono anch’essi per gli amici loro: la città era piena di fanterie, ed in gran pericolo.
Piero de’ Medici, venuto in Firenze, ragunava gli amici e ordinavasi alla difesa; chiamato essendo quindi dalla Signoria, mandava in Palagio i due suoi figli Lorenzo e Giuliano con le lettere del Bentivoglio, che annunziavano l’avanzarsi già presso a Toscana d’Ercole da Este. Al quale i Signori mandato avendo un Commissario perchè si fermasse, ordinarono a ciascuno posare le armi, e che le discordie per vie civili si componessero. La parte di Luca, perchè a lei pareva essere più debole, mostrò consentire: Piero, licenziati alcuni di fuori ma tenendo armati gli amici di dentro, faceva nascondere nelle sue case ed all’intorno assai numero di soldati. Volendo frattanto che i nemici si scuoprissero e che gli amici incerti o deboli si obbligassero, siccome colui che in città stracca sapeva bene il maggior numero essere i paurosi, metteva in giro dei fogli su’ quali chi a lui aderiva si dovesse sottoscrivere; e tanto era incerta la fede degli uomini, che taluni apposero in quelle liste i nomi loro che prima gli avevano in su’ registri dei congiurati. Venivano a Piero anche fanti dal contado, e molti ne aveano mandati da Figline i Serristori. La parte contraria, che aveva più capi, andava tarda nelle provvisioni: teneano consigli senza effetto nelle case di Luca Pitti; dove il Soderini avendo messo partito, che senza indugio si muovesse contro a Piero e si levasse la plebe a rumore, non ebbe seguaci; contrapponendosi alle accese parole di lui, più vivo degli altri, Dietisalvi Neroni, perchè avendo la sua casa prossima a quella dei Medici, temeva la plebe, mossa una volta, non si desse a saccheggiare anche lui. Ma Luca Pitti, cessando ad un tratto dall’usata sua temerità, già era tirato in contraria parte dalle seduzioni di Piero, che a lui per mezzo di amici comuni prometteva maggiore stato di quello che era Luca solito d’avere a tempo di Cosimo; e che lo terrebbe in luogo di padre, facendogli anche brillare sugli occhi il maritaggio di una figliuola sua col giovine Lorenzo. È certo che Piero, il quale dai consigli di sangue ripugnava e dei partiti animosi non era capace, usando le arti ch’erano vecchie in casa sua, ottenne che Luca lo andasse a trovare giacente nel letto, quivi in presenza dei figli facendogli patti i quali sapeva che tosto verrebbero a cadere.