Intanto giugneva il dì 28 d’agosto nel quale doveansi fare le tratte; la nuova Signoria con Ruberto Lioni Gonfaloniere essendo uscita (non senza qualche sospetto di frode) amica ai Medici, si consumavano i giorni seguenti ad allestire le cose: tosto ai due settembre Piero essendosi assicurato nella città, della quale aveva fatto chiudere la porta a San Gallo ed arrecarsi le chiavi a casa, metteva in piazza grande numero d’armati ch’aveano per capi due della famiglia Bardi d’onde era uscita la madre di Piero.[437] Suonò la campana, e il popolo fu chiamato in sulla Piazza a parlamento, nel quale trovasi che intervenissero Luca Pitti di già guadagnato; e Dietisalvi, che si studiava in ogni evento restare a galla. Ma presa Balìa e data questa a’ 6 settembre a otto cittadini insieme col Capitano del popolo, uscirono tosto i nuovi provvedimenti. Primo dei quali fu l’ordinare che per dieci anni le borse del Priorato si tenessero a mano, ed appresso furono letti i nomi dei confinati: l’Acciaioli con i figliuoli a Barletta, il Neroni con due fratelli in Sicilia, e Niccolò Soderini in Provenza, tutti per venti anni; un Gualtieri Panciatichi, per dieci fuori del dominio. La domenica seguente, mentre s’allestiva una grande processione e i Magistrati erano in Duomo ad ascoltare la messa, gli Otto di Balìa faceano pigliare per la città dai famigli loro più altri che avevano nel loro animo già proscritti. Nella chiesa stessa metteano le mani addosso ad un Nardi; il quale essendosi rifuggito ai piedi del Gonfaloniere suo parente, questi tenendoselo sempre appresso lo conduceva salvo in Palagio. Uno dei Capitani di Parte guelfa, Guido Bonciani, fu tratto dalla schiera dei suoi compagni e messo in carcere con grande oltraggio a quel magistrato.[438] Con molti altri cittadini tutti i parenti di Dietisalvi Neroni andarono presi: era di quella casa l’Arcivescovo di Firenze, il quale si elesse in Roma esilio volontario. Luca Pitti, con sua gran vergogna rimasto in patria spregiato ed abietto, perdè quelle vane mostre di potenza le quali fruttavano a lui più che altro privati favori e guadagno di ricchezze: i doni già fattigli veniano richiesti, ora allegando ch’erano prestiti: il Palagio ch’egli innalzava restò imperfetto, sino a che i Medici per farsene reggia non lo compiessero: e Luca finiva oscura la vita, senza che l’istoria nemmeno ricordi l’estremo suo giorno.[439]
I principali degli sbanditi, per non avere osservato il confine ed essere andati a Venezia, ebbero condanna di ribelli: quella Repubblica assegnava a Niccolò Soderini, stante la povertà sua, cento ducati al mese.[440] Agnolo Acciaioli, ch’avea sperato salvarsi e poteva forse perchè meno intinto degli altri e per gli antichi suoi meriti verso la Casa dei Medici, avea da Siena scritto a Piero con parole dignitose mostrandogli essere dell’onor suo rimetterlo in patria: a cui Piero con orgogliosa benignità rispose, che bene poteva egli perdonare, ma la Repubblica non poteva («la quale di noi ha piena e libera potenza»), e per l’esempio non doveva.[441] Così l’Acciaioli sconfortato andava in esilio. Ma il Neroni continuava le arti solite, e nell’adombrare in una sua lettera le grandi cose che s’apparecchiavano, promette, quando egli potesse tornare in patria, mostrare i rimedi e adoprarsi a mantenere lo stato di Piero.[442] Questo scriveva egli da Malpaga, dove risedeva Bartolommeo Colleoni capitano generale della Repubblica di Venezia; ma era la condotta sua vicina a scadere, ed egli audacissimo sebbene già vecchio, e imbaldanzito dal non avere più chi l’agguagliasse tra’ condottieri d’Italia e dalla fortuna toccata allo Sforza, mulinava strani disegni. Gli scriveano da Milano promettendogli gran cose in quella inesperta gioventù del nuovo Duca, intanto che il Neroni e gli altri fuorusciti seco o ch’esulavano per l’Italia da’ tempi di Cosimo, standogli attorno, gli soffiavano nelle orecchie potere egli farsi grande arbitro e grande innovatore delle sorti d’Italia: mutare le condizioni di questa, solo che in Firenze mutasse lo Stato; qui essere la chiave la quale teneva Napoli e Milano insieme unite in continuità di lega, opposta come argine alla potenza dei Veneziani. Tutte queste cose il Colleoni ascoltava; e il Senato di Venezia bene s’accorgeva ch’era da farne suo pro, ma con l’usata circospezione, temendo entrare in un’altra guerra prima d’avere assicurata la pace col Turco, per la quale s’adoprava: e però lasciando che si muovesse il Colleoni a tutto suo rischio e dandogli mano, poteva poi sempre dire che non era egli più a’ soldi di lei, e ogni volta che le cose volgessero male ritrarsi dal ballo più agevolmente. Ma confidava che il Duca di Milano, avendo nemico quello di Savoia e gli Svizzeri male disposti e nei sudditi poca affezione, perderebbe anche gli incerti soccorsi che a lui potessero venire da Napoli, massimamente se intercetti dal volgersi contro a lui lo stato dei Fiorentini.[443] Così muoveva il Colleoni nel maggio dell’anno 1467, accompagnato dai fuorusciti, in nome dei quali faceasi la guerra e che ne portavano per grande parte la spesa; guidava un esercito di otto mila cavalli e sei mila fanti, seco avendo Ercole da Este, e Alessandro Sforza signore di Pesaro e zio dello stesso Duca di Milano, e gli Ordelaffi di Forlì, ed il Manfredi di Faenza, ed i Signori di Carpi e di Camerino, e il Conte dell’Anguillara: fiorente esercito, che l’eguale non aveva messo insieme in Italia, dopo al Piccinino, alcun altro condottiero.
A queste mosse i Fiorentini, ristretta la lega con Galeazzo duca di Milano e col re Ferrando di Napoli, e datisi a raccorre genti, fecero di tutti capitano il valoroso Federigo conte d’Urbino. Il quale osservando cautamente i nemici finchè l’esercito intorno a lui si formasse, non lasciava ad essi occupare altro che poche castella dell’Imolese; ma giunto essendo con molte forze lo stesso Duca di Milano e genti mandate da Giovanni Bentivoglio e da Taddeo degli Alidosi signore d’Imola, poneva il campo non lungi da questa città ed incontro al Colleoni, il quale s’era fortificato alla Mulinella. Poco si ottenne nei primi giorni per l’impedimento che avea il Capitano dalla persona di Galeazzo; il quale, giovane e presuntuoso, nè sapeva fare nè lasciava che altri facesse. Talchè i Fiorentini con bella maniera invitatolo a sollazzo nella città di Firenze, ed egli recatovisi; il savio Conte, cogliendo il destro di quell’assenza, mosse l’esercito in ordinata battaglia; la quale durata più ore del giorno, e riuscendo molto sanguinosa, terminava quando le tenebre sopravvennero, con esito incerto sicchè ambe le parti si arrogassero la vittoria, ma però bastata d’allora in poi a contenere da ogni altro assalto il Colleoni. Tornava nel campo il duca Galeazzo a cose fatte; ed offeso molto che avessero scelto il tempo a combattere quand’egli non v’era, e perchè gli giunsero novelle avere in quel mezzo il Duca di Savoia mossa la guerra contro al marchese Guglielmo di Monferrato col quale era in lega, facendo ritrarre tutte le sue genti, si riconduceva egli medesimo oltre Po. Ma intanto il Re, che alle prime mosse andava a rilento nell’inviare soccorsi,[444] avea fatto passare il Tronto con due mila cavalli al giovane Alfonso duca di Calabria, a lui dando come guida e consigliero il conte Orso degli Orsini vecchio capitano. I Veneziani dal canto loro essendo nel mare soliti procedere con meno rispetti, avevano prese quattro navi anconitane cariche di robe dei Fiorentini; e perchè il Re metteva nel Porto Pisano otto galere le quali, unite alle galeazze che erano ivi, poteano infestare i commerci loro, comandarono al Capitano del golfo che andasse con dodici galere a Messina e dovunque bisognasse, sgombrando il mare e facendo preda di qualunque nave si recasse anche per solo traffico in Levante. Faceano promesse all’Arcivescovo di Genova e ad Obietto del Fiesco, i quali cercavano di sollevare la Riviera contro il Duca di Milano.
Viveano però tuttora con esso come in termini d’amicizia; e un Segretario della Repubblica passando a Milano per altre faccende, ebbe parole col Duca, da prima guardinghe e contenute; ma un altro giorno Galeazzo incontratosi col Segretario e rimanendo solo con lui: «Certo (gli disse) voi Veneziani, avendo il più bello stato d’Italia, avete gran torto a non vi contentare e a turbare la pace d’altri. Se sapeste la mala volontà che tutti hanno contro di voi, vi si rizzeriano i capelli, e lasceresti vivere ognuno nel suo Stato. Credete che queste potenzie d’Italia legate insieme sieno amiche fra loro; certo no; ma la necessità gli ha condotti e si sono stretti per paura che hanno di voi e della vostra potenza. Vi pare aver fatto una bell’opera, aver messe le armi in mano a tutta Italia? Se sapeste quel che mi viene offerto in Lombardia acciocchè vi rompa guerra; vi maravigliereste. E quelli de’ quali vi fidate, saranno i primi a farvela. Credete che io vi dico il vero, e ve ne avvedrete; lassate, lassate vivere ognuno. Quando morì mio padre, parendomi avere un bello Stato, andava a sparviero, mi dava buon tempo e non mi pensava ad altro; ora m’è stato necessario unirmi col re Ferrando, ch’è mio nemico capitale. Con questo vostro Bartolommeo avete messo le armi in mano a tutta Italia, e vi par d’avere fatto bene; ma ve n’avvedrete. Vi giuro che il Papa, che è vostro gentiluomo, farà peggio che gli altri; e se la guerra continua, egli sarà il primo che si muoverà contro di voi per avere Faenza, Forlì, Ravenna e Cervia. Il Re, se avesse tanta possanza quanto ha mala volontà contro di voi, non vi lassería comparire al mondo. Non è un’ora che il suo ambasciatore m’era all’orecchio; e perchè vede che io non mi muovo, crede ch’io abbia qualche segreta intelligenza con voi. Fiorentini e Genovesi, quanto vi siano amici lo intendete, e così tutte le altre comunità d’Italia. Si dice che volete divorare ognuno: e adesso avete tanta spesa, che non vi avanza danari. So in che modo riscuotete queste vostre decime, con quanta fatica e difficoltà per i gridori di tutta la città. So che v’avete fatto prestar danari ai banchi e a’ vostri cittadini, e che non li avete ancora soddisfatti (e qui il Segretario, che riferisce il discorso, dice che il Duca parlava come se fosse stato a Venezia presente a tutte le cose). I Signori hanno un gran vantaggio sopra le Signorie, perchè ad esse conviene fidarsi d’altri, ed i Signori sono di continuo sul fatto. Io non conosceva nessuno degli uomini d’arme di mio padre, io era un bufalo nelle cose della guerra, e voi mi avete fatto diventare un Merlino mago. Se volete pace, l’avrete; se volete guerra, averete la più pericolosa che abbiate avuto ai vostri dì. Siete soli, e avete tutto il mondo contra; non solamente in Italia, ma anche di là dai monti. Consigliatevi bene, e perdio ne avete bisogno; so quel che vi dico. Avete un bello Stato e maggiore entrata che potenza d’Italia: non la sbaragliate; dubius est eventus belli. Non vi potete scusare che non siate stati causa d’ogni inconveniente. Vi prego non date fastidio ad altri; state in pace per bene vostro e della Cristianità.» E perchè il Segretario cercava di scusare la Signoria, Galeazzo soggiunse: «Quanto più mi dite, tanto men vi credo.[445]»
La guerra continuava, e il Colleoni entrato nella valle di Castrocaro, prese Dovadola, ch’egli voleva si desse ai fuorusciti fiorentini; i quali erano seco in campo. Questo negarono i terrazzani, ma in Firenze era timore d’assalto maggiore in Toscana, per il che facevano istanze col Duca rompesse la guerra in Ghiaradadda. Ma nè il Duca nè i Veneziani voleano troppo grande incendio; e questi delle cose avvenute si scusavano dicendo, il Colleoni, libero dalla ferma, avere per proprio suo conto fatto prova della fortuna, ond’essi temendo non s’accostasse ai nemici loro, e non facendo per la Repubblica che egli fosse oppresso, gli aveano dato qualche aiuto, ma non però tanto quanto sarebbe bisognato. Le cose stesse diceano a Tommaso Soderini ambasciatore della Repubblica di Firenze; ed aggiugneano, desiderare sopra ogni cosa che fra le due Repubbliche fosse buona lega, la quale vietando al Duca ed al Re di accrescere le forze loro, avrebbe dato sicura pace a tutta Italia. Teneano frattanto in ponte il negozio delle robe tolte sulla nave Anconitana, che poi furono liberamente restituite. Il Soderini avrebbe molto ambito l’onore di conchiudere egli la pace in Venezia, per la quale Borso marchese d’Este, com’era costume di quei Principi, s’adoperava;[446] ma intanto a fermarla avea posto mano con grande passione Paolo II, e in Roma già erano ambasciatori delle due parti; i quali perchè non s’accordavano, pronunziava ai due di febbraio 1468 il Papa di proprio suo moto e imponeva con la pienezza della potestà sua l’accordo in tal modo, che ognuno tenesse quello che avea prima della guerra, e che a Bartolommeo Colleoni fossero pagati cento mila ducati l’anno per fare impresa in Albania contro ai Turchi, contribuendo alla spesa tutti gli Stati d’Italia, ed il Papa stesso offrendosi darne la parte sua.[447] Ciò andava a grado dei Veneziani; ma v’era poi anche ordinata una lega universale, della quale non volevano sapere: quando ebbero però veduto che l’altra parte non consentiva l’accordo, l’accettaron essi; e intanto facevano danari e soldati e mettevano in golfo galere, del pari mostrandosi apparecchiati alla guerra e alla pace. I Fiorentini s’armavano anch’essi, e ponevano gravezze d’un milione e duegento mila fiorini da riscuotersi in tre anni; facevano grandi pratiche per l’Italia, e diceano essere intollerabile cosa che tutti avessero a mantenere colui ch’era stato sola cagione di tutto il male, come se fossero da lui stati vinti. Per questi rifiuti il Papa forte incollerito, minacciava la censura contro a chiunque non accettasse la Bolla; i Fiorentini faceano motto di appellarsene al Concilio; ma quando le cose più minacciavano di guastarsi, il Papa togliendo via la parte che risguardava il Colleoni, pubblicava la Bolla corretta; e questa essendo da tutti accettata, venne la pace conchiusa nel maggio seguente. Nè fu in Italia altra turbazione; se non che essendo poco di poi morto Gismondo Malatesta signore di Rimini, e la successione andando in Roberto suo figlio bastardo, Paolo II diceva estinta la linea, e mandò genti per la rioccupazione di quello Stato: ma in breve guerra le forze del Papa essendo sbaragliate da Federigo conte d’Urbino, col quale andavano cinquecento cavalli assoldati dalla Repubblica di Firenze, Roberto ebbe la possessione che poi tenne con molto onore del nome suo.[448]
In questo tempo i Fiorentini aveano comprato da Lodovico Fregoso, per trentasette mila fiorini d’oro, Sarzana, Sarzanello ed altre fortezze; che fu tenuto buono acquisto, guardando esse la via di Genova e quella della Val di Taro, donde erano spesso venuti assalti di Lombardia. Ma i fuorusciti non ristavano, e in città e fuori o trame si ordivano, o i reggitori le supponevano a fine di togliere con altre condanne a sè la paura o sfogare odii e cupidigie. Un altro Neroni fu giudicato ribelle, perchè aveva rotto i confini; mozzo il capo ad un Orlandi, perchè voleva dare Pescia ai banditi; per un trattato che si disse avere scoperto, presi e sbanditi un Capponi, un Alessandri, un Pitti, uno Strozzi, e con essi un figlio di quel Tommaso Soderini ch’era primo nella parte di Piero dei Medici; così le famiglie divise e disfatte cadevano dalla antica potenza, e nel comune abbassamento rendeasi agevole la tirannide. Nella Romagna un Francesco da Brisighella era venuto per occupare di furto la rôcca di Castiglionchio su quel di Marradi, spalleggiato da Pino degli Ordelaffi signore di Forlì e da Galeotto Manfredi che, morto il padre suo Astorre, teneva allora il dominio di Faenza: in poco tempo gli assalitori furono presi e dannati a morte. Maggiore caso avvenne in Prato l’anno di poi, che anticipando i tempi vogliamo narrare qui. Due della famiglia Nardi, Silvestro e Bernardo, con più ardimento che senno e pochi compagni, entrati un giorno in Prato e corsa la terra a rumore chiamando il popolo a libertà, della quale non avrebbe saputo che farsi, fecero prigione il Potestà Cesare Petrucci, pigliato avendo in nome loro il governo della terra. Ma durò poche ore, imperocchè essendo in Prato per sue faccende Giorgio Ginori cittadino fiorentino e cavaliere di Rodi, e visto il poco fondamento che aveva l’impresa, raccolse in fretta quanti erano ivi di sua confidenza, e assaltò il Palagio dove uno dei due fratelli fu preso e ferito. Da Firenze andava, saputosi il fatto, soccorso di fanti con Ruberto da Sanseverino Capitano della guerra; ma udirono in Campi finita ogni cosa; e il Nardi con altri, menati in Firenze, furono decapitati.[449]
Aveano i Medici così ottenuto finale vittoria, non che su’ nemici ma sopra i complici e strumenti dell’inalzamento loro, resistenza ultima che incontrino intorno a sè le Signorie nuove: possedeva Piero, gottoso ed attratto che non gli restava altro di libero che la lingua, più assoluta dominazione di quella che avesse avuta Cosimo padre suo. Fu detto che, o fosse benignità o cautela, sapendo lasciare dopo sè due figli per anche immaturi, volesse quando era all’estremo della vita richiamare in Firenze tra’ fuorusciti coloro che meglio credesse potersi riguadagnare col beneficio, e primo fra tutti Agnolo Acciaioli.[450] Pigliava egli intanto coscenza e abitudini quasi di principe, e in Casa i Medici si viveva più signorilmente di quello che fosse usato da Cosimo. A nuovi costumi crescevano i figli; Lorenzo, il maggiore e il più promettente, dal padre era inviato per viaggi frequenti alla familiarità dei Principi e al vivere ornato e gaio, e splendido soprammodo per tutta Italia, delle corti. Troviamo Lorenzo che aveva appena diciotto anni, mandato a quelle dei Bentivogli in Bologna e degli Estensi in Ferrara, indi a Milano ed a Venezia; in Roma ed in Napoli era nell’estate del 1466. Il padre scrivevagli: «ricordati di farti vivo, e fare conto d’essere uomo e non garzone, e metti ogni industria e ingegno e sollecitudine in renderti tale che s’abbi materia operarti in maggiori cose; e questa gita è il paragone de’ fatti tuoi.[451]» I fatti mostravano già in lui singolare prontezza di spiriti e precocità di senno, e nato l’animo alle grandi cose; lo vedemmo sagace ed ardito salvare il padre nei pericoli del 66, e avere la mano in quelle pratiche, e trattare con la Signoria come uomo già fatto: per queste cose il re Ferrando a lui scriveva lettera amplissima di gratulazioni e laudi tali, che a fatica si crederebbero da lui date a un garzoncello quasi imberbe. Lorenzo aveva dai primi anni esercitato l’ingegno nelle lettere, alle quali Gentile da Urbino e il greco Argiropulo erano stati dal padre chiamati a indirizzare il presagio ch’egli di sè dava: abbiamo di lui componimenti d’amore scritti in età quasi fanciullesca. Marsilio Ficino iniziava il giovane Lorenzo alla filosofia di Platone; della quale un libro, lodato a quei tempi, di Cristoforo Landino lui figurava disputatore con Leon Battista Alberti ed altri dotti fiorentini nelle selve di Camaldoli.[452] In casa i Medici era gran ritrovo di uomini letterati, ed ivi faceano capo gli stranieri: madre a Lorenzo fu Lucrezia Tornabuoni, matrona che tutta era nel coltivare la poesia religiosa, e della quale abbiamo a stampa inni sacri dove il sentimento prevale sull’arte: della materna educazione le tracce rimasero non mai abolite, sebbene confuse pel vivere sciolto di lui, per la fantasia ardita, e per la torbida incostanza di quella età quando il paganesimo s’intrudeva negli studi e nella vita e in ogni cosa anche più sacra. Ebbe Lorenzo statura più che mediocre, robuste le membra, ma priva la faccia di venustà pel naso schiacciato e le ampie mascelle; róca la voce, la vista debole, e nullo il senso dell’odorato. Di ventun’anni tolse in moglie la Clarice figlia del signor Iacopo Orsino, ovvero (scrive egli in certi Ricordi) mi fu data. Per quella occasione sulla piazza di Santa Croce fu celebrata a’ 7 febbraio 1469 una Giostra molto grande e molto magnifica, la quale era stata bandita più mesi innanzi; e vi accorsero da tutta Italia signori e giovani cavalieri. «Per seguire e far come gli altri, (scrive lo stesso Lorenzo) giostrai con grande spesa e gran sunto, nella quale trovo che si spese circa a ducati dieci mila; e benchè in armi e di colpi non fossi molto strenuo, mi fu giudicato il primo onore, cioè un elmetto tutto fornito d’ariento con un Marte per cimiero.[453]» Non egli cercava la gloria delle armi, cui non l’avevano educato; ma in lui s’accoppiava con l’elevatezza dell’ingegno, l’industria paziente dell’uomo di Stato. Così era già egli tale da reggere ed ampliare la Casa sua, quando Piero dei Medici finiva la vita ai 3 dicembre 1469.
Capitolo V. GIOVINEZZA DI LORENZO E DI GIULIANO DE’ MEDICI. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — CONGIURA DE’ PAZZI; MORTE DI GIULIANO. [AN. 1469-1478.]
Convennero insieme dopo la morte di Piero gli amici di casa e con essi molti dei più solleciti all’ossequio, da tutti essendosi deliberato di mantenere nei due giovani, Lorenzo e Giuliano, la preminenza nella città, che l’avo ed il padre erano soliti di godere. Ma questa nè dare veramente si poteva, nè oramai togliere per consigli; nè Tommaso Soderini, il quale orò nella radunanza siccome fra tutti il più autorevole, avea tale seguito di partigiani da porre in dubbio se alle sue case o a quelle dei Medici dovesse far capo e ivi consistere la Repubblica. Scrive Lorenzo nei Ricordi, come a lui andassero, «il secondo giorno dopo la morte del padre, i principali della città a confortarlo ch’egli pigliasse la cura dello Stato, come aveano fatto i suoi maggiori;» il che avrebb’egli, «per essere contro all’età sua giovanile e di gran carico e pericolo, mal volentieri accettato, e solamente per conservazione degli amici e delle sostanze, perchè a Firenze si può mal vivere ricco senza lo Stato.[454]» Facea ben egli a sè munimento della provetta esperienza di Tommaso Soderini e del gran nome che aveva questi in città e fuori; molto estimava i consigli di Giovanni Canigiani, usava l’antica destrezza d’Antonio Pucci ed il pieghevole ingegno di lui pronto ai servigi di Casa Medici. A questi però aveva cura d’opporre altri di minor conto e di poco seguito, notando suo padre di scarsa prudenza per avere lasciato alzare attorno a sè troppo quei tre o quattro cittadini dai quali gli vennero quindi i travagli del 66. Diceva altresì, che ascoltare molti pareri e farne capitale, era avere oltre al cervello suo quello degli altri;[455] ma fin d’allora per sè ogni cosa deliberava, in Giuliano essendo natura più quieta e animo dedito ai piaceri.
Col duca Galeazzo Maria di Milano grande era e scambiata d’uffici frequenti l’amicizia di Lorenzo. Questi avea tenuto al fonte battesimale il figlio primogenito di esso Duca; al quale effetto recavasi a Milano, dimorando ivi più giorni con grande solennità: di quel viaggio principesco abbiamo ragguagli in certe lettere molto familiari, che Lorenzo faceva scrivere a madonna Clarice sua moglie da messer Gentile da Urbino, stato suo maestro e che poi divenne vescovo d’Arezzo.[456] Fu egli compare anche a più altri figliuoli del Duca; il quale nell’anno 1471 del mese di marzo veniva a Firenze insieme alla moglie Bona di Savoia, la cui sorella avea per marito Luigi XI re di Francia. Di quella età non si avrebbe compiuto il carattere, se in mezzo ai fatti di guerra e di Stato non si narrassero le magnificenze. Recava con sè il duca Galeazzo cento uomini d’arme e cinquecento fanti per la sua guardia, cinquanta staffieri vestiti di panno d’argento e di seta, cinquanta chinee menate a mano per la persona della moglie, e cinquanta corsieri per lui con ricchissimi guarnimenti: coppie di cani e falconi e sparvieri in grande numero per la caccia. Avea per servizio della duchessa e delle sue dame fatto condurre per l’Alpe a schiena di mulo dodici carrette con le coperte di panno d’oro e d’argento ricamato: allora si dava questo nome alle carrozze, delle quali era grande uso in Milano e molto celebre la fabbricazione: in tutto, la Corte del Duca menava due mila cavalli. Lorenzo alloggiava i principi in casa ed a spese sue, i cortigiani per la città serviti dal Comune. Grande la pompa di feste pubbliche; nelle chiese rappresentazioni sacre: per una di queste arse il bel tempio, non per anche finito, di Santo Spirito, che tosto venne riedificato. Il Duca ammirando in Casa Medici la magnificenza congiugnersi a somma squisitezza d’arti belle, e i dipinti e le sculture de’ maestri eccellenti che aveano allora sede in Firenze, e le tante opere d’antichità che a grande studio quella veramente sontuosa famiglia radunava da tutta Italia e dalla Grecia, si chiamò vinto, secondo che scrivono; dicendo, nulla essere a petto a quelle di Casa Medici le splendidezze a cui bastava la sola copia del danaro. Tempi erano pieni d’eccitamenti all’ingegno, le fantasie deste alle arti del bello, vagante il pensiero, il costume sciolto; del popolo di Firenze briosa la vita, spensierata, motteggiante. «Dove si vidde cosa in quel tempo nella nostra città ancora non veduta, che sendo il tempo quadragesimale, nel quale la Chiesa comanda che senza mangiar carne si digiuni, quella sua Corte, senza rispetto della Chiesa o di Dio, tutta di carne si cibava. Se dunque quel Duca trovò la città di Firenze piena di cortigiane delicatezze e costumi a ogni bene ordinata civiltà contrari, la lasciò molto più.» Abbiamo trascritto qui parole del Machiavelli.