In mezzo e a cagione di tali costumi, la libertà se ne andava. I Signori per luglio e agosto 1470 nel principio del loro ufficio aveano fermato tra loro e vinto nei Collegi che degli accoppiatori stati dal 34 in poi con alcuni arroti, si dovesse trarre ogni anno cinque, i quali facessero le imborsazioni dei Gonfalonieri e dei Priori anno per anno, per quanto duravano le borse a mano; e che a far valida detta provvigione bastasse ottenerla solamente nel Consiglio dei Cento; nel quale essendo proposta due dì, non si vinse; ed i Signori medesimi veduto che a tutti riusciva odiosa, l’abbandonarono. Ma pure a ogni modo per assicurare quello Stato era mestieri di chiudere in pochi la scelta dei magistrati; al che si prestava la mala usanza delle tratte, formando le borse ad arbitrio volta per volta di chi dominava. L’anno dipoi a quaranta cittadini fu data balía di eleggerne dugento, che si chiamò Consiglio maggiore, cui spettasse regolare gli squittinii di dentro e di fuori. Annullarono il Consiglio del Comune e quello del Popolo, nei quali fin dalla istituzione della Repubblica avea fondamento la libertà cittadina; ogni cosa riducendo nel Consiglio dei Cento fidati, che nuovamente riordinarono. Quella Balía fu prolungata per altri quattro mesi a fare lo squittinio di dentro e di fuori; al quale elessero dieci Accoppiatori con autorità grandissima: era di quel numero lo stesso Lorenzo de’ Medici con Giovanni Canigiani e Antonio Pucci; gli altri, tutti dei più aderenti, perchè negli squittinii sempre era la somma di tutto il negozio, vagliandosi allora per un corso d’anni successivi i nomi di quei cittadini sui quali dovessero cadere gli uffici. Ma nelle Balíe, che pure dovevano in sè mostrare qualche poco di libertà, mettevano uomini che tutti non fossero d’un solo colore: non v’erano lotte palesi e a viso alto, ma vi erano inciampi; ed in quegli anni, quando voleasi mutare la forma popolare in principesca, non tutti i partiti riusciva vincere alla prima, o vinti, non avevano esecuzione. Accadde ciò quando si volle ridurre le quattordici Arti minori a sole cinque, vendendo i beni delle vacanti per fare un altro Monte da pagare i provvigionati e castellani. Ma, come è notato da Alamanno Rinuccini, «parve cosa che pretendesse a altro fine più importante, a chi la considerava bene;» perch’era disfare sin anche i nomi delle cose più antiche e più care all’universale: così parve bene lasciarla da parte. Intanto l’aggravio dei Catasti raffittiva; nè tutti pur questi si vincevano, ed un Notaio delle Riformagioni fu condannato perchè si disse avere egli falsato un partito. Volevano tutte mandare a fondo le istituzioni più capitali, e decretarono vendere i beni non che dell’uffizio della Mercanzia, ma quelli disfare della Parte guelfa, la quale invero avea perduto l’antico valore; i Papi non erano allora più guelfi degl’Imperatori, e i re di Puglia Aragonesi preparavano le vie d’Italia a Carlo V. Coteste vendite, benchè a rilento, pure si facevano, e il magistrato di Parte guelfa sotto altro nome passò a curare le opere pubbliche. Oltre ai castellani, ch’erano dei loro, i Medici vollero avere anche un’altra forza nel contado, pel quale crearono un Bargello con cinquanta armati; dapprima a breve tempo, che poi si prolungava, rendendo agevole per tali industrie l’assuefazione.[457]

Forza dello Stato dei Medici era, come già notammo, la ricchezza; la quale Lorenzo anch’egli cercava d’ampliare in più modi, nè gli mancavano le occasioni. Aveano dal Papa infino dal 1466 avuto la depositeria dell’allume negli Stati della Chiesa:[458] avvenne poi che due Volterrani, un Riccobaldi del Bava ed un Inghirami, trovassero in Maremma una cava d’allume di rôcca, sulla quale pretendendo ragioni il Comune di Volterra come signore del luogo, e i due non potendosi bene accordare, Lorenzo de’ Medici entrato a parte di quella impresa per farsi egli solo padrone dei prezzi di tutto l’allume, troncò la questione. Del che i Volterrani tenendosi forte gravati, uccisero l’Inghirami; e tolta l’ubbidienza al Commissario che vi era per la Repubblica e al tutto ribellatisi, era sentenza di molti in Firenze che si procedesse per le buone, usando il perdono: se non che Lorenzo, offeso nel proprio, volle il contrario, e che si riavesse con le armi Volterra, e con le armi si tenesse; troppo era costata al Comune di Firenze, ed il giovane Lorenzo andava spedito in ogni sua risoluzione. Forse i Volterrani poneano speranza nel Signore di Piombino e per suo mezzo nel re Ferrando, sapendosi avere le armi Fiorentine fatta una mossa l’anno innanzi per accordi passati in segreto tra Lorenzo e il Duca di Milano, a fine di togliere Piombino agli Appiani e darlo in possesso al Comune di Firenze; del che Ferrando per gli Oratori suoi aveva fatto querela grandissima.[459] Inoltre è certo che i Veneziani favorivano segretamente la ribellione di Volterra.[460] Per le quali cose non parendo senza pericoli quella guerra, fecero provvisione di trarre dal Monte delle Doti centomila fiorini,[461] e invece dei soliti Dieci, crearono Venti tra i quali era Lorenzo e con esso i primi della città. Diedero il bastone del comando a Federigo conte di Urbino; il ch’era togliere ai Volterrani ogni speranza del re Ferrando, del quale il Conte era soldato; e questi in pochi giorni raccogliendo nel Pisano cinquemila fanti con qualche numero di cavalli, tra’ quali ve n’era mandati dal Papa e dal Duca di Milano, entrato in campagna, occupò il contado prestamente; poi fattosi sotto alle mura di Volterra, poteva la guerra per la fortezza del sito andare in lungo; se non che nella città i molti increduli alla riuscita, ed i mali trattamenti dei soldati dentro, persuasero in pochi giorni la resa, che fu accordata, salvo gli averi e le persone. Entrò in Volterra l’esercito Fiorentino; ma, come se i patti nulla tenessero, la città infelice fu posta a sacco, i cittadini presi, le chiese rubate e le donne svergognate. Lorenzo ebbe carico di quell’orribile tradimento, altri affermando che avvenisse contro suo volere, e lui encomiano di clemenza. Spianato il palazzo dei Vescovi, antichi signori in Volterra, fu sopra quel luogo piantata la Rôcca che ivi rimane; la città ridotta a condizione di terra suddita, perdeva il contado suo proprio ed ogni ultimo resto d’indipendenza: il Conte d’Urbino dalla Repubblica ebbe onori e doni larghissimi. Dipoi Lorenzo visitava l’afflitta città.[462]

Essendo morto Paolo II l’anno 1471, a lui succedeva col nome di Sisto IV frate Francesco della Rovere da Savona dei Minori Osservanti; era egli in Santa Croce di Firenze stato eletto Generale di tutto l’ordine Francescano nel grande Capitolo che ivi si tenne l’anno 1467.[463] Lorenzo de’ Medici, che fu de’ sei ambasciatori mandati in Roma, com’era usanza, al nuovo Pontefice, ebbe da lui su quelle prime grande accoglienza ed insigni doni d’antiche sculture, e l’ufficio di depositario della Camera Apostolica; egli e Giovanni Tornabuoni suo zio ed altri, che stavano in Roma a curare le ragioni della Casa Medici, vi guadagnarono somme grandissime, comprato avendo dal Papa a vil prezzo le gioie che Paolo fastosamente in grande copia aveva raccolte.[464] Intanto Lorenzo faceva sul Papa altro disegno: bramava assai che Giuliano fosse cardinale, perch’era ampliare e fortificare molto i fondamenti alla grandezza della famiglia, e perchè avrebbe lasciato le mani a lui più libere nel governo dello Stato di Firenze. A questo effetto erano le pratiche già molto avviate,[465] quando nascevano tra ’l Papa e Lorenzo i primi semi di quel mortale odio che tanto afflisse la vita d’entrambi.

Il nuovo Papa, dalle strettezze d’una cella balzato alla cima di tanta grandezza, si trovò attorno per sua sventura due famiglie di nipoti, capaci taluni e tutti ambiziosi della condizione principesca a cui gl’inalzava con malo esempio Sisto IV. Da lui cominciava quella serie di Pontefici mondani i quali vedremo, quasi che ad altro non fossero eletti, turbare l’Italia per farvi uno stato ai loro congiunti; e quel che la Chiesa ne patisse, dovremo narrare prima che abbia termine questa oramai fatta peggiore e a noi più ingrata Istoria nostra. Leonardo della Rovere, nipote del Papa, ebbe a gran prezzo di concessioni al re Ferrando, una sua figlia bastarda in isposa; e tosto dipoi Giovanni della Rovere, altro nipote, pigliava in moglie la figlia di Federigo conte d’Urbino, da cui passava in quella Casa un principato fiorente ed illustre più che non portassero i suoi piccoli confini: Giovanni dal Papa ebbe in vicariato Sinigaglia, e il Conte d’Urbino titolo di Duca. Fratello a quei due Giuliano divenne fiero Cardinale, e poi fu papa Giulio II: un altro nipote ma di sorella, Pietro Riario, fatto anch’egli Cardinale, finiva in due anni una vita scandalosa per fasto incredibile: fece un banchetto in Campidoglio ai cittadini di Roma.[466] Un altro poi v’era di quei Riarii, Girolamo, al quale in dote recava titolo di Conte la bellissima Caterina figlia bastarda di Galeazzo duca di Milano: a questo Girolamo il Papa comprava da Taddeo Manfredi di Faenza la signoria d’Imola per il prezzo di quarantamila ducati. Avea Lorenzo dei Medici avuto grande intenzione di acquistare per la Repubblica di Firenze quella città; e poichè gli fu dal Papa tolta la mano, forte adontato, se ne volle proibire a Francesco Pazzi, che stava in Roma gran mercatante, farsi del prezzo mallevadore:[467] si ebbe Lorenzo tirato addosso così ad un tratto due fieri nemici. Nel tempo stesso ambiva Sisto di ricondurre all’ubbidienza le terre più o meno ribellanti della Chiesa; e il cardinale Giuliano avendo con le armi sottomessa Todi e indi Spoleto, metteva il campo sotto alle mura della città di Castello. Di questa i Vitelli erano signori con titolo di vicari; antico il possesso, e il Papa si avrebbe accontentato che Niccolò Vitelli prestasse alla Chiesa omaggio, recandosi in Roma egli della persona sua:[468] ma dispiacevano a Lorenzo quelle armi vicine allo Stato dei Fiorentini, e mandò soldati alla difesa di Niccolò, col quale dovette il Papa discendere a una sorta di composizione. Di qui nuove ire; chè tra due quali erano Lorenzo e Sisto, la vicinanza dava occasioni vive e continue di nimistà.

Durava la lega tra il Re, il Duca ed i Fiorentini, la quale era stata in quegli anni rinnovata; poi l’avere i Turchi espugnata Negroponte e spinto le armi sulle coste d’Albanìa facendo temere per quelle d’Italia, si collegarono insieme tutti gli Stati della Penisola; ma senza effetto, gli altri confidandosi nella virtù dei Veneziani, ai quali riusciva fare meglio soli: intanto che Genova, spogliata di Caffa e dell’imperio del Mar Nero, perdeva in Levante gli antichi possessi. Il re Ferrando più degli altri minacciato dalle armi dei Turchi, ma forte in casa e governandosi con molto fino accorgimento, si acquistava grande fra tutti riputazione. Avevano i Medici sino dai tempi di Cosimo grande entratura co’ Re di Francia; e Luigi XI concedeva a Piero dei Medici fregiare dei Gigli l’arme della casa. Ora quel Re che cercava d’annullare i duchi d’Angiò siccome gli altri grandi vassalli che mantenevano divisa la Francia, avendo disegno di maritare al Delfino, che fu Carlo VIII, la figlia primogenita di Ferrando, ne scrisse a Lorenzo perchè egli facesse in suo nome la proposta. Certo è che poteva al re Aragonese di Napoli molto piacere, levarsi a un tratto d’addosso le antiche pretensioni di Casa d’Angiò, e conciliarsi i Re francesi che le sostenevano; forse che avrebbe quel maritaggio tolto via la prima occasione per la quale scesero in Italia le armi straniere. Ma Ferrando non volle tradire gl’impegni che aveva con lo zio d’Aragona e col duca Carlo di Borgogna, nè dare mano all’ingrandimento della Francia, dal quale temeva maggiore pericolo; riscrisse pertanto a Lorenzo rifiutando quel partito:[469] ma quindi essendosi il Re molto stretto col Papa, si venne bentosto l’Italia a dividere diversamente; ed una lega fu stipulata dai Fiorentini e dal Duca di Milano con la Repubblica di Venezia, alla quale andava ambasciatore Tommaso Soderini.[470] Queste cose non erano a grado di tutti in Firenze, dove i Duchi di Milano pareva che stessero co’ Medici come sempre erano stati contro alla Repubblica. Donato Acciaioli, dignitoso uomo quanto era insigne per dottrina, contrariava, essendo a Milano ambasciatore, le improvvise e molto smaccate parzialità di quel Duca verso gli Oratori della Repubblica di Venezia:[471] e poco prima un Gonfaloniere, Bardo Corsi, che avea voluto per via d’un imprestito legarsi Ferrando più che a Lorenzo non piacesse, e fare altre cose tendenti a libero reggimento, non solamente ne fu impedito, ma d’allora in poi tenuto fuori come sospetto da ogni grado nella Repubblica.[472]

In questo tempo Giuliano dei Medici, che poco aveva parte nelle cose dello Stato e poichè gli era la via chiusa alle ecclesiastiche dignità, seguendo usanze a lui più geniali, combatteva sulla piazza di Santa Croce quella Giostra che fu cantata dal Poliziano.[473] Ma intanto Lorenzo, traendosi fuori dalle circospette cautele di Cosimo e fatto più ardito col procedere dei tempi, volgeva lo Stato a questo effetto, che i Magistrati eletti a sua posta divenissero Consulte; le quali, com’erano mutabili spesso, così a lui fossero ubbidienti sempre, disciolti già i nervi degli ordini antichi, ed egli abile a disfarli. La Signoria ed i Collegi, secondo un disegno già prima formato, s’empìano di nomi a ogni bimestre tirati su dagli Accoppiatori, e questi allora noi troviamo che anno per anno si rinnovassero. Forti le gravezze, ma spesso alternate di grazie fatte alle persone, e sgravi e rilasci di debiti vecchi; abbassato il frutto de’ crediti scritti su’ libri del Monte, e accresciute le gabelle del vino, e messe altre nuove, a fine di sopperire al pagamento di quelli interessi. Tolto via l’ufficio del Capitano del Popolo, istituzione antica e solenne che avea principiato le libertà cittadine quando i Comuni s’emanciparono; ma ora il popolo spossessato, e senza più voce nè rappresentanza d’un Consiglio che derivasse da lui, non era mestieri che avesse neppur di nome un Capitano. Invece di questo posero un Giudice ordinario; e levarono anche gran parte di quella giurisdizione che si apparteneva al magistrato della Mercanzia, volgendo quanto più potevano la cognizione delle faccende private (come dicevano) al Palagio.[474] Quivi gli Otto, ai quali nel 1434 aveano data balía di sangue, processavano e a loro arbitrio condannavano per cose di Stato coloro che aveano essi stessi prima tradotti in giudizio, commettendo con assoluto mandato al Potestà solamente di ratificare e di promulgare le sentenze così come gli Otto le aveano dettate.[475] Il Potestà, che era prima ogni cosa nelle città Italiche, si trovava in oggi ridotto a un mero giudice forestiero, chiamato a sancire le sentenze date non da giudici o dottori, ma da un magistrato di cittadini ai quali prima null’altro spettava che la inquisizione: tuttora vigeva nella forma dei giudizi quella finzione legale per cui si credevano, a render valide le sentenze, abbisognare d’un Potestà; ma i nomi di quelli che ogni sei mesi e ora ultimamente ogni anno venivano, nemmeno si trovano in oggi ricordati nelle istorie, che prima soleano scrupolosamente registrarli. Svanivano tutte le forme antiche della Repubblica: l’Esecutore degli Ordini di giustizia era mutato in un Bargello. Soffriva il popolo queste cose perchè gli animi affraliti non più chiedevano l’esercizio di viva e torbida libertà, ma invece di questa gli ornamenti dell’ingegno e lo splendore delle Arti gentili che si alimentano della pace. La quale in Toscana era dieci anni continuata: solo Carlo da Montone, figlio di Braccio che lo aveva lasciato bambino, stando al servigio dei Veneziani, un giorno ebbe voglia di racquistare Perugia, e visto non essere cosa da fare, si voltò contro alla Repubblica dei Senesi. Credettero questi fosse con saputa de’ Fiorentini; ma essi alle prime lagnanze ordinarono a Carlo ritrarsi: quel fatto però lasciava ruggine tra le due Repubbliche.[476]

Negli ultimi giorni del 1476 moriva Galeazzo duca di Milano, ucciso nella chiesa di Sant’Ambrogio a Messa solenne da tre gentiluomini di quella città. Muovevangli più che odii privati, una immagine di gloria e un desiderio di libertà; ma non appena venuti a termine del disegno loro, anch’essi perivano, e la Casa degli Sforza mantenne lo Stato: a questo fine avea condotto quei miseri giovani un Cola Montano maestro di lettere, tutto invasato la mente ed il cuore di greci esempi e di romani. Qualche anno prima un altro erudito, Stefano Porcari, voleva ricondurre la libertà in Roma per via d’un classico assassinio. Si ripeterono questi fatti più volte in Italia per un centinaio d’anni: nessuno ottenne il fine bramato, ma tutti servirono viepiù ad aggravare ed a ribadire le catene.[477] Vedemmo in addietro passioni feroci ma vere almanco, sapeva ciascuno quel che si volesse; nei tempi a cui siamo, il sempre avere dinanzi agli occhi gli antichi uomini e le antiche cose pervertiva gli intelletti, la virtù pigliava le forme pagane, e il secolo artista e letterato andava in traccia d’effetti drammatici, l’Italia cercando fuori di sè stessa. Le altre nazioni più incolte seguivano più direttamente la via loro; qui le anime vive e i forti pensieri più spesso andavano fuor del segno. Troviamo in Firenze da uomini gravi encomiata l’uccisione dello Sforza;[478] la quale io credo aggiugnesse stimoli a quella congiura che ora c’incombe il tristo ufficio di narrare.

Vedemmo già gli odii accesi nel Papa contro a Lorenzo de’ Medici: era Sisto IV capace d’ingegno, forte di passioni, ma debole d’animo, inquieto e agitato dentro sè medesimo; col mutar vita quando egli era già vecchio ed infermo, aveva sentito espandersi nella tenerezza pe’ nipoti l’affetto indurito; e mentre la stessa riverenza per il sommo grado che ora teneva lo avea formato al sentimento di tutto potere, gli stimoli ardenti d’una giovane famiglia tiravano alle ambizioni principesche quasi la stessa coscienza di lui confusa e vacillante. Girolamo Riario, ch’era l’anima del Papa, vedeva in Lorenzo fatto amico ai Veneziani avere ostacolo la potenza ch’egli tanto ambiva formarsi in Romagna; se il Papa morisse, credeva impossibile tenere lo Stato in mezzo a quei due possenti vicini. Quindi anelava con tutto l’animo alla mutazione di quel di Firenze; al che gli era ai fianchi dentro Roma stessa Francesco de’ Pazzi, natura se mai ve n’ebbe capace d’un solo pensiero, d’un solo volere; a quello tirato dalla prepotenza di passioni intorno a sè cieche, in sè indomabili e incessanti: egli di faccia sparuta e di corpo macilente, come sono spesso quegli uomini cui riesce commettere i fatti più insoliti e quindi ammirati, quand’anche non sieno altro che matte scelleratezze. Inoltre Francesco e tutti quelli della sua Casa odiavano molto quei governi popolari, dei quali vedevano ora i Medici essersi fatti Principi.

La Famiglia dei Pazzi antichissima in Firenze, era tra le più grandi; messa in disparte dal popolo vittorioso, fioriva però di aderenze e di ricchezze, datasi ai traffici che ultimamente faceva in molte città d’Europa. Andrea dei Pazzi aveva alloggiato nelle sue case Renato d’Angiò re di Napoli, e gli era stato grande amico. Dei tre suoi figli, Piero non ignobile d’ingegno s’era tutto dato al vivere lauto ed alle magnificenze per le quali aveva destato in mezzo a tanti ammirazione.[479] Di questo nacquero oltre a Francesco più figli, che tutti vivevano, come altri d’Antonio fratello a Piero. D’Andrea restava un terzo figlio Iacopo, tenuto ora come capo della famiglia dei Pazzi, già vecchio e ricchissimo anch’egli; e per essere asceso infino ai sommi gradi, fatto dal popolo cavaliere; ma diffamato come furiosamente dedito al giuoco ed alla bestemmia. Cosimo de’ Medici, per amicarsi quella possente famiglia, avea maritato Bianca sorella di Lorenzo a Guglielmo dei Pazzi fratello minore di Francesco: da quelle nozze, come vedemmo, ebbe la Casa dei Pazzi sollievo dai carichi delle gravezze. Ma quanto al dare gli uffici, andavano a rilente i Medici dove fossero congiunte nobiltà e ricchezze; e il popolo istesso per antica usanza vedea sempre di mal occhio nei Magistrati le famiglie grandi, tra le quali erano i Pazzi tenuti, sebbene profusi allo spendere, altieri e lontani dall’uguaglianza popolare. «Questo fece che a messer Iacopo e ai nipoti non erano conceduti quei gradi d’onore che a loro, secondo gli altri cittadini, pareva meritare. E il magistrato degli Otto, sendo Francesco de’ Pazzi a Roma, senza avere a lui quel rispetto che ai grandi cittadini si suole avere, a venire a Firenze lo costrinse.» Imperocchè in Roma aveva Francesco guadagni e favori e l’ufficio del Tesorierato, ai Medici essendo tolto quello della Depositeria nei primi sdegni del Papa contr’essi. Per ultimo avvenne che Giovanni de’ Pazzi avendo in moglie la figliuola unica di Giovanni Borromei, uomo ricchissimo, le sostanze di lui dovevano andare alla figlia: ma fatta una legge che i cugini maschi privassero della successione le sorelle, il pingue retaggio andò invece a Carlo Borromei molto aderente a casa Medici.[480] «La quale ingiuria i Pazzi al tutto dai Medici riconobbero: della qual cosa Giuliano de’ Medici molte volte con Lorenzo suo fratello si dolse, dicendo com’ei dubitava che per voler delle cose troppo, ch’elle non si perdessero tutte. Nondimeno Lorenzo, caldo di gioventù e di potenza, voleva a ogni cosa pensare, e che ciascuno da lui ogni cosa riconoscesse. Non potendo adunque i Pazzi con tanta nobiltà e tante ricchezze sopportare tante ingiurie, cominciarono a pensare come se n’avessero a vendicare.» Saranno qui facili a riconoscere le parole del grande scrittore.[481]

Aveva trovato Francesco dei Pazzi in Roma un altr’uomo tale da farsi al suo disegno strumento e complice opportuno. Essendo morto Filippo de’ Medici arcivescovo di Pisa, avea Sisto IV, contro la volontà di Lorenzo, data a Francesco Salviati quella ricca mensa: prima voleagli conferire l’arcivescovado di Firenze, ma invece Lorenzo ottenne questo per il cognato suo Rinaldo Orsini, ed ora indugiava tre anni l’investitura di quello di Pisa. Ebbela infine Francesco Salviati, ma dimorava in Roma, essendo tra quei Prelati ai quali piaceva più stare in corte che alla diocesi, e che non voleano del vescovado che il benefizio; ambiziosissimo com’egli era, il grado ecclesiastico pareagli essere mantello e usbergo a più arrischiare. Ebbe egli pertanto col conte Girolamo e con Francesco de’ Pazzi frequenti discorsi tutto l’anno 1477, cercando insieme di mutare lo Stato in Firenze. Al che gli pareva necessario innanzi tutto di tirare Iacopo de’ Pazzi, siccome capo della famiglia e senza cui nulla si farebbe. Al qual fine essendo Francesco de’ Pazzi venuto in Firenze, trovò il vecchio messer Iacopo freddo e renitente più che non avrebbe egli voluto: pareagli mattìa volersi fare i suoi nipoti signori in Firenze, e considerava quanto bello stato e quanta ricchezza egli ora mettesse in sul tavoliere.