Laonde credendo essere a smuoverlo necessario mostrargli presente e certo l’aiuto del Papa e del Re, Francesco, tornato in Roma, faceva con gli altri deliberazione di comunicare il tutto con Giovan Battista da Montesecco, soldato bene affetto al conte Girolamo, facendo che andasse poi quegli in Firenze a vincere l’animo di Iacopo con la presenza sua e con le promesse recate da Roma. Aveano al Papa tenuto discorso di questi fatti; ascoltava Sisto e dichiarava tutto essere bene, solo che sangue non si spargesse: allora il nipote avea cura di acchetarlo su questo punto, ed affermava al Montesecco che il Papa bramava sopra ogni cosa la mutazione dello Stato di Firenze, e che a Lorenzo voleva male, e ch’erano certi di fargli poi fare quel che volessero. Rimane di tutto ciò la narrazione di mano stessa del Montesecco, la quale non abbiamo noi temuto seguire nei punti almeno più sostanziali, secondo hanno fatto altri scrittori; a noi parendo essere in quella molti caratteri d’ingenuità e molti assai di verosimiglianza.[482] Venuto pertanto il Montesecco a Firenze e conferito con messer Iacopo, lo riscaldò tanto, che il vecchio divenne a quella opera molto acceso; e così tutta la Casa de’ Pazzi fu nella congiura. Se non che Renato, ch’era tenuto il più savio uomo della famiglia, biasimò sempre quell’impresa della quale non antivedeva altro che male; e il misero si credette bastasse tenersi, quando il fatto avvenne, in villa rinchiuso. Nulla sappiamo di Guglielmo,[483] nè della Bianca in mezzo a quelle scene di sangue; e quale fosse il cuore loro, quale il diportarsi, l’istoria lascia tremendo argomento alle invenzioni del Poeta.

Così apprestata la materia dentro, e parendo essere giunto il tempo da porvi la mano, Francesco dei Pazzi e l’arcivescovo Salviati da Roma vennero a Firenze. Aveano ordinato col conte Girolamo che Lorenzo da Città di Castello, uomo del Papa, ne andasse al paese suo, e Gian Francesco da Tolentino in Romagna, i quali tenendo le loro compagnie in ordine, ubbidissero al primo cenno che da Firenze ricevessero di assaltare da due lati oppostamente la Toscana. E al tempo stesso, sotto colore di vendicare un insulto fatto da Carlo da Montone ai Perugini ed ai Senesi, Giambatista da Montesecco venne a Firenze con alcune diecine di uomini d’arme, dicendo essergli comandato di fare l’impresa del Castello di Montone. Visitò Lorenzo de’ Medici, e accolto umanamente da lui, n’ebbe consigli intorno a quel fatto savi e amorevoli; tanto che al duro animo del soldato cominciò a parere strana cosa quello essere l’uomo ch’egli era venuto per ammazzare. Ma Francesco dei Pazzi e l’Arcivescovo lo stringevano all’opera, alla quale il re Ferrando mediante il suo Oratore prometteva aiuto valido; ed avevano ad essa tirato Bernardo Bandini e Napoleone Franzesi, giovani arditi e alla famiglia dei Pazzi obbligatissimi: tiraronvi Iacopo di Poggio Bracciolini, temerario, bisognoso, pronto ad afferrare ogni cosa nuova, ed un Antonio da Volterra che per la memoria del sacco dato alla città sua odiava Lorenzo, ed uno Stefano sacerdote che in casa di Iacopo dei Pazzi insegnava lettere ad una sua figliuola naturale. Questi ed i famigli delle due case bastavano; solo rimaneva da fermare il modo per ammazzare i due fratelli.

Al che si offrivano facili e pronte le occasioni per non avere essi alcuna usanza di guardarsi; giovani, piacevansi di praticare alla libera con gli altri giovani: siffatti modi, tutti fiorentini, vedemmo anche essere presso i Medici accortezza. Ma in questo era la difficoltà, che bisognava opprimerli insieme, perchè il superstite non avesse a vendicare l’ucciso: pensarono a coglierli lontani tra loro, tanto che uno non potesse soccorrere l’altro, e quindi aspettavano se Giuliano andasse a Piombino per le nozze che si trattavano con la figlia di quel Signore, o Lorenzo a Roma come si diceva.[484] Ma frattanto correvano i giorni, e la cosa era in bocca di molti. Allora, fosse disegno o caso, Raffaello Riario nipote a Girolamo, giovanetto che non giungeva a’ vent’anni, essendo a studio in Pisa, fatto in quei giorni dal Papa Cardinale, venne in Firenze per andare quindi Legato a Perugia. Era occasione di feste e conviti, dove i due fratelli per onorare il Cardinale converrebbero: alloggiava egli a Montughi in una villa di Iacopo dei Pazzi, il quale invitava seco a desinare Lorenzo e Giuliano, ma questi impedito da leggera infermità non intervenne. Un altro convito dato al Cardinale dai Medici nella loro villa presso Fiesole, non parve porgesse comoda occasione. Giunse infine il giorno della domenica 26 aprile: il Cardinale era invitato a solenne desinare in casa Medici, s’allestivano le mense, mettevansi fuori gli addobbi splendidissimi della Casa. Innanzi assisteva il Cardinale ad una Messa in Santa Maria del Fiore: Lorenzo e Giuliano doveano andare a quella Messa per fare corteggio al Cardinale ed accompagnarlo quindi a casa loro. Deliberarono i congiurati quella mattina medesima di compiere in chiesa, senza più indugio, l’attentato.

Aveano assegnato il punto e l’ordine all’impresa quando il sacerdote, avendo fatta la comunione, finisce la Messa; perchè allora il tocco delle campane del Duomo darebbe il segno all’arcivescovo Salviati ed a Iacopo Bracciolini e agli altri cui era commesso d’occupare a forza il Palagio. Voleano che Giambatista da Montesecco avesse la cura di ammazzare Lorenzo, Francesco de’ Pazzi e Bernardo Bandini, Giuliano. Ma Giambatista prima addolcito dalla umanità di Lorenzo e avendo orrore di commettere tanto eccesso in chiesa, ricusò dicendo che a ciò l’animo non gli basterebbe; il luogo suo ebbero Antonio da Volterra e Stefano sacerdote. La chiesa era piena di popolo, i due Fratelli passeggiavano intorno al Coro, quando venuto il punto, Francesco de’ Pazzi e Bernardo Bandini ch’erano presso a Giuliano con armi corte gli traversarono il petto sicch’egli cadde subito in terra; ma quelli pure gli si gittarono sopra e lo finirono con altri colpi: in quel furore Francesco de’ Pazzi di propria mano sbadatamente ferì sè stesso in una gamba. Antonio da Volterra e Stefano prete assalivano Lorenzo, ma questi se ne avvide in tempo, e cavò l’arme e si difese, non avendo egli avuto altro che una leggera ferita nel collo. Francesco de’ Pazzi, tutto che ferito, e Bernardo Bandini accorrevano per ammazzare anche lui, ucciso avendo Francesco Nori che gli era appresso; ma Lorenzo saltò in Coro, e passando dinanzi all’altare uscì di faccia alla sagrestia nuova, dove molti essendo accorsi de’ suoi, lo misero dentro e chiusero la porta ch’era di bronzo, e Piero suo padre l’avea fatta fare. Quivi, tra gli altri, si trovò Agnolo Poliziano che descrisse la Congiura: sentivano fuori tumulto e grida e remore d’armi, nulla sapevano di Giuliano. Stati poco tempo, udirono molti farsi alla porta gridando: uscite; non erano certi che fossero amici, ma un giovane Sigismondo della Stufa ch’era ivi con gli altri, salito per una scaletta sulla cantoria dell’Organo, tornò assicurando ch’erano a difesa di Lorenzo: il quale uscito dopo circa un’ora ch’era stato in sagrestia, fu in mezzo a grande compagnia d’armati menato a casa. I congiurati veduto ch’ebbero Giuliano morto e Lorenzo in salvo, chi in qua e chi in là s’erano dispersi. Il giovinetto Cardinale che udiva la Messa, rimasto solo tutto spaurito accanto all’altare, fu poi raccolto da’ suoi preti, e quando fu tempo, da due degli Otto con guardia bastante condotto in Palagio e ivi ritenuto.

Intanto l’arcivescovo Salviati, uscito di chiesa col dire che andava a visitare sua madre, s’era recato al Palagio; seco avea Iacopo suo fratello conscio del fatto, ed un cugino che nulla sapeva e Iacopo Bracciolini e certi Perugini fuorusciti ed altri, in tutto forse trenta armati. Dei quali rimasti alcuni a guardare la porta, l’Arcivescovo saliva con pochi, e trovato che la Signoria desinava, chiese parlare al Gonfaloniere; il quale subito si levò da tavola e fece in camera entrare seco l’Arcivescovo, che disse avere certe commissioni da fare a lui proprio in nome del Papa. Era Gonfaloniere quel Cesare Petrucci che stato in Prato Commissario nel tumulto del 1470, di bassa fortuna era salito a quel grado pel favore di Casa Medici: il quale s’accorse che l’Arcivescovo nel parlare si mutava in viso e non attaccava parola da trarne costrutto; poi voltandosi verso l’uscio, si spurgava come se volesse fare cenno a gente di fuori. Al che subito il Gonfaloniere, come esperto di quelle mischie, saltato fuori dall’uscio e chiamati a sè i compagni e quei ministri che si trovarono in Palagio, usando le armi che il caso offerse, bastarono contra ogni mossa dei congiurati; dei quali anche era avvenuto ch’entrati certi in una stanza e chiuso l’uscio, ch’era a colpo, non ne potessero quindi uscire. In questo mezzo giungeva in Piazza Iacopo de’ Pazzi, venuto da casa con molti congiunti, e amici, egli a cavallo e seco forse un centinaio d’uomini armati; dei quali taluni, essendo la porta in mano dei loro, salivano su. La Signoria ed il Palagio correvano pericolo; ma in Piazza sebbene avesse Iacopo gridato il nome della Libertà, perch’era come di lingua morta, niuno si mosse; e invece accorreva da ogni parte gente devota ai Medici che gridava Palle. Di questi essendo entrati tanti in Palagio da assicurarsi dei congiurati ch’erano sopra; chiusero la Porta, e perchè di fuori il Pazzi co’ suoi facevano segno di combatterla, quei di dentro saliti in alto sul ballatoio gli allontanarono co’ sassi che la Signoria teneva sempre lassù per difesa: cosicchè a Iacopo fu necessità tornarsi a casa, dove aspettato se per la città nascesse qualche rumore di libertà, poichè fu certo essere il contrario, fattosi aprire la porta alla Croce, fuggiva con parte de’ suoi in Romagna. Ma lui ritrattosi, era la porta del Palagio stata riaperta, dove entrati molti, raccontarono il fatto come avvenne in chiesa, e Giuliano ed il Nori uccisi, ed il pericolo di Lorenzo. Al che senz’altri discorsi il Petrucci e gli Otto, tra ira e paura, ordinarono che l’Arcivescovo così com’era, co’ suoi Salviati e con Iacopo di Poggio fossero appiccati alle finestre del Palagio a vista del popolo, e che tutti gli altri ch’erano dentro fossero gettati, morti o semivivi, fuor delle finestre. Altri erano stati in quella furia tagliati a pezzi, in tutti ventisei; tra’ quali alcuni preti e servitori del Cardinale: fra tutti uno solo potè salvarsi, che dopo quattro giorni rinvenuto sotto a certe legna e quasi che morto dalla fame, gli fu perdonato.

A casa i Medici accorrevano da tutti gli ordini della città, chi a offrire sè stesso, chi ad accertarsi dell’accaduto, ciascuno agitato da incerte passioni. La strada era piena di popolo, e tutti chiedeano vedere Lorenzo, il quale dovette mostrarsi alla finestra fasciato il collo da un asciugatoio. Ma intanto in Palagio avevano dato il segno alla plebe, la quale non fu sorda a rispondere, aizzata e al sangue condotta dai cagnotti di Casa Medici. Corse alle case dei Pazzi, e avendo trovato in quelle Francesco solo, che per la ferita s’era gittato sul letto, così mezzo ignudo com’era, lo condussero al Palagio, dove fu accanto agli altri impiccato. Quindi spiando dove si fosse alcun dei Pazzi ricoverato, trovarono Giovanni d’Antonio negli Agnoli, e Galeotto di Piero che cercava di rifugiarsi, vestito da femmina, in Santa Croce; e pure quei due furono condotti in Palagio. La Signoria intanto spacciava lettere e cavallari attorno, ordinando dovunque taluno di costoro capitasse, fossero presi ed a Firenze condotti; quivi recati il dì seguente di Mugello tre altri dei Pazzi con alcuni fanti di quei del Montesecco, furono alle finestre del Palagio impiccati. La plebe infuriava sopra i cadaveri bestialmente, e trascorrendo per le vie, faceva temere a molti che non volesse mettere la città a sacco, nè fu repressa che a grande stento. Renato de’ Pazzi, che avea biasimato la congiura, come si è detto, ma che la sapeva, cercando fuggire in veste di contadino, fu preso e a quel modo com’era, impiccato. Reo fu Lorenzo a non salvarlo, e quella morte sola ebbe compianto universale nella città: Renato altro non poteva. Andando con gli altri faceva contro alla coscienza sua, denunziarli era iniqua opera, e mettersi prima in salvo era questo pure un’accusarli e sè non assolvere vivendo sempre poi svergognato; nocque a lui essere tenuto savio, e perchè nel popolo aveva credito e benevolenza, parve a chi teneva lo Stato che fosse tal uomo da levarselo dinanzi.

Il dì seguente venne messer Iacopo de’ Pazzi, il quale fuggendo era stato raggiunto in sull’Alpi, e venne in lettiga perchè reggere non si poteva e fu a quel modo menato in Palagio; dove egli ebbe la sorte degli altri, avendo per via pregato invano quelli Alpigiani che l’uccidessero. Nè a questo solo strazio era serbato quell’uomo, tenuto prima felice ed invidiato per grado e ricchezze, e capo egli di famiglia fiorentissima, e vissuto fino alla vecchiezza nei primi onori della città. Imperocchè essendo prima sotterrato in Santa Croce, e poi levatasi fama ch’egli fosse morto bestemmiando, s’attribuivano certe lunghe pioggie che in quei giorni avvennero, all’essere egli stato sepolto in luogo sacro. Laonde i Signori nottetempo fattolo levare di chiesa, lo mandarono a sotterrare lungo le mura; ma i fanciulli (guidati da uomini scelleratissimi) cavatolo anche di lì, col capestro ch’egli aveva alla gola, lo trascinarono alle case sue gridando: aprite a messer Iacopo de’ Pazzi; nè sarebbe finita quella nefandità se la Signoria, per cavarlo ad essi di mano, non lo avesse fatto pigliare e gettare in Arno, che allora grosso di molte acque portava quel corpo a galla, spettacolo di orrore insieme e di compassione. I due feritori di Lorenzo presi in Badia, pendevano il dì poi con gli altri dalle finestre del Palagio. Ivi ed in Piazza i morti sommarono tra impiccati e tagliati a pezzi, chi dice il minor numero a settanta, e chi il maggiore presso a cento. Giovan Battista da Montesecco, preso nei giorni stessi e lungamente esaminato, dopo avere scritta quella Confessione della quale abbiamo discorso, ebbe il capo mozzo sopra la porta del Palagio del Potestà. Bernardo Bandini e Napoleone Franzesi riuscirono a porsi in salvo, ma il secondo moriva l’anno dipoi nelle armi del Duca di Calabria, venuto a campo sopra a Firenze. Bernardo Bandini ricoverato in Costantinopoli, fu per ordine del Sultano preso e consegnato a un Antonio di Bernardetto dei Medici, che Lorenzo aveva mandato apposta in Turchia: così era grande la potenza di quest’uomo e grande la voglia di farne mostra, e che non restasse in vita chi aveagli ucciso il fratello: fu egli appiccato appena giunto.

Nè per tutto il mese di maggio seguente cessavano le condanne delle quali abbiamo il testo, profferite dal magistrato degli Otto di Guardia e Balìa, che ne ingiungeva la promulgazione al Potestà: questi era Matteo de’ Toscani milanese. Tutti quei della famiglia Pazzi che uccisi non furono, andarono in fondo alla torre di Volterra, eccetto Guglielmo che per avere in moglie la Bianca sorella di Lorenzo fu solamente confinato a cinque miglia lontano dalla città: abbiamo notizia come sei anni dopo, dimorassero la moglie in Firenze ed egli in Roma, trattato dai Medici con benignità riservata e contegnosa, come uomo perdonato e che potesse tornare in grazia di parente.[485] La famiglia dei Salviati rimase in grado, e fu poco dopo imparentata con Casa Medici. I fratelli del Bandini, due altri figliuoli del Poggio, tutta l’antica ed illustre famiglia dei Franzesi da Staggia e alcuni dei Corsi, come sospetti, e molti che il Magistrato inquisitore e giudice andava in qua e in là raggranellando, furono o carcerati o confinati o resi inabili agli uffici; il che dicevano ammonire, continuando tuttavia quel nome usato in antico dal magistrato di Parte guelfa; ma ora negli Otto stava quell’arbitrio che si appellava giurisdizione. Un Vespucci, amicissimo dello Stato ma che aveva salvato un colpevole, fu condannato in perpetuo alla carcere nelle Stinche, poi liberato. Frattanto i Pazzi erano dipinti nella facciata del Palazzo del Bargello impiccati come traditori col capo all’ingiù.[486] Chi avesse in moglie una discendente di Andrea dei Pazzi era ammonito egli ed i figli suoi, e le fanciulle che si maritassero di quella prosapia recavano seco il divieto nelle case dove elle entravano: una provvigione della Signoria ordina queste cose, e che il nome dei Pazzi in perpetuo rimanga abolito costringendo a mutar casato quei che rimanevano; e che sieno cancellate le armi loro dovunque si trovino, e le insegne e le iscrizioni d’onore, sien’anche in case private; e che il Canto de’ Pazzi pigli altro nome; e che l’onorificenza del Carro e dell’appiccare il fuoco nella solennità del Sabato Santo fosse tolta alla famiglia dei Pazzi. La quale rimase, di numerosissima ch’ella era, come annullata, e sebbene fosse poi restituita negli onori, non racquistò mai l’antica grandezza.

Questo fine ebbe la Congiura de’ Pazzi; l’aveano tramata senza consenso dentro nè favore popolare, e, quel che fu peggio, con intelligenze fuori odiose a chiunque bramasse in Firenze col torre via i Medici recuperare la libertà: poi quella strage in luogo sacro, in ora solenne, e l’uccisione di Giuliano che il popolo amava, destarono affetti incontro ai quali nulla aveano essi fuorchè un pensiero d’istituire, facendo a mezzo con la Casa dei Riari, non so quale forma d’incerta repubblica o di tirannide. Acquietati gli animi, furono a Giuliano celebrate esequie magnifiche: riseppesi ch’era incinta di lui una donna dei Gorini; ed il fanciullo, che nacque pochi mesi dopo, nutrito e cresciuto nella compagnia dei figli che aveva Lorenzo, divenne papa Clemente VII.[487]

Capitolo VI. GUERRA CON SISTO IV. — LORENZO DE’ MEDICI A NAPOLI. [AN. 1478-1480.]