Quando giunse a Roma la prima notizia del fatto atroce, risedeva in quella città per la Repubblica, oratore, Donato Acciaioli. Era egli ora per la seconda volta inviato a Sisto, le commissioni difficili e odiose e in tutto aliene dall’animo di Donato; il quale andatovi per ubbidienza di buon cittadino, faceva il meglio. Quali poi fossero le cose segrete che aveva a trattare, tace il biografo di lui (come suole fare sovente) «per non offendere chi non l’avrebbe per bene.» Inteso pertanto ch’ebbero a Roma del Cardinale preso e dell’Arcivescovo impiccato, se ne fece grandissimo caso; e il Conte Girolamo riscaldò il Papa ed il Collegio dei Cardinali quanto potè a farne dimostrazione contro all’ambasciatore Fiorentino. Quindi egli stesso con molto numero di fanti armati andò alla casa dove l’Acciaioli dimorava, salì su, e gli disse d’andare con lui: poi, senza badare nè al diritto inviolabile d’ambasciatore, nè alle dignitose proteste che invano questi faceva, messolo in mezzo a quei soldati, lo menò in Palazzo. Qui giunto Donato, volle essere subito condotto al Papa, il quale alle forti parole di lui, giurato avendo sopra il suo petto che di questo caso non ne sapeva nulla, e dimostrato che gli dispiacesse, gli diede licenza d’andarsene a casa. Non era mancato pensiero di metterlo in Castel Sant’Angelo, ma gli Ambasciatori di Venezia e di Milano dichiararono che il bene ed il male che fosse a lui fatto verrebbe da essi riguardato come cosa loro. Così egli rimase in Roma tranquillo, ma scorato ed avvilito per l’onore offeso della sua città, e intimorito delle conseguenze che ne uscirebbero. A Firenze scrisse, rendessero subito il giovane Cardinale Raffaello di San Giorgio, che era stato preso; al Papa avea dato fede che ciò era stato fatto per cavarlo di mano al popolo, e che ogni volta che lo rivolesse, lo renderebbero; il che aveva per lettere anche promesso la Signoria. La quale era stata a ciò confortata anche dal re Ferrando, che prometteva, facendo questo, non ne seguiterebbe alcuno scandalo di quei gravissimi, i quali altrimenti potevano uscirne.

A questo effetto aveva il Papa mandato a Firenze il Vescovo di Perugia; il quale essendovi più giorni rimasto, non potè ottenere che lo rendessero.[488] Era un pegno in mano delle robe e delle persone dei molti Fiorentini che stavano in Roma: aveano scritto a quei mercanti che al più presto mettessero in salvo le robe ed uscissero di Roma; il che essendo giunto alle orecchie del Papa, e temendo egli il grave danno che ne verrebbe ai cortigiani che aveano danari nei loro banchi, mandò gente ai passi perchè non uscissero, e poi ne fece taluni mettere in Castello, di dove furono liberati in capo ad alcune ore, data promessa di non si muovere. Questo abbiamo da una lettera a Lorenzo dei Medici, scritta dal Cardinale decano Vescovo d’Ostia, ch’era egli medesimo stato in Castello alla liberazione di quei mercanti. Gli annunzia, il Papa con tutto il Collegio avere eletto una congregazione di cinque Cardinali a fare il processo per via di giustizia contro alla Repubblica di Firenze, se non si renda liberamente il Cardinale di San Giorgio: esorta quindi Lorenzo, come affezionato a lui, «che di tal cosa non si pigli passione alcuna, ma con ogni istanza procuri quella liberazione; altrimenti quello che unanimiter il Sacro Collegio ha deliberato per i detti Deputati, si manderà ad esecuzione con ogni celerità: della qual cosa a noi rincrescerà assai, perchè sapete che il Sacro Collegio non more mai; e, al parere nostro, per voi non fa pigliare questa impresa, della quale ne poteria seguire gran mancamento e scandalo alla detta vostra Excelsa Comunità.[489]»

Pare a noi che il vescovo d’Ostia volesse distinguere i procedimenti del Sacro Collegio che non muore mai, da quello che il Papa facesse di proprio moto e di passione. Questi da principio aveva mandato lettere di condoglianza ai Fiorentini, dei quali scriveva in altro luogo, non essersi fatti per anche rei d’alcuna offesa contro all’ecclesiastica dignità.[490] Pure doveva sapere dell’Arcivescovo impiccato e del Cardinale preso; ma quegli ben troppo se lo aveva meritato, e il Cardinale contava rendessero. Mordevalo intanto la parte che egli ebbe nell’atroce fatto; pensava le accuse che a lui ne verrebbero maggiori del vero, e del mal esito si doleva. Ma il Conte Girolamo gli faceva suonare alle orecchie le acerbe accuse e le parole che in Firenze andavano, senza ritegno alcuno, contro alla persona stessa del Pontefice, sinchè la misura delle ire fu colma per la dinegata restituzione del Cardinale. E Sisto lanciava nelle calende di giugno un Breve di scomunica a Lorenzo dei Medici, alla Signoria, agli Otto e a tutti che avessero in qualche modo partecipato alle prave opere di costoro. Dichiarava essere quei sopraddetti, e primo Lorenzo, dannati, infami, abbominevoli, inabili essi e i figli e i nipoti loro ai gradi ecclesiastici ed agli ufizi civili, incapaci di ricevere eredità, di stare in giudizio e d’essere uditi come testimoni; era vietato ad ogni uomo contrattare, o anche semplicemente avere con essi commercio alcuno o conversazione; i beni loro devoluti al Fisco, le case disfatte ed in perpetuo lasciate in ruina, così che elle sieno ricordo ai futuri della scelleratezza di quegli uomini e del gastigo. La città di Firenze, se dentro a un mese non gli avesse condegnamente puniti, doversi intendere soggettata a interdetto strettissimo, privata dell’episcopale dignità, interdette anche per ampliazione le diocesi confinanti di Fiesole e di Pistoia. Il lungo Breve enumera da principio i motivi della condanna: sono atti di malvicinato, offese ai commerci, l’aiuto prestato a Niccolò Vitelli e ad altri contumaci inverso la Chiesa, la possessione differita all’Arcivescovo di Pisa, ed altri consimili fatti nei quali il Breve scorge altrettante manifestazioni d’animo efferato contro alla Chiesa ed a’ suoi ministri. Si viene da ultimo ai due capitali delitti, l’uccisione dell’Arcivescovo e la detenzione del Cardinale; i quali delitti si dicono mossi in Lorenzo e ne’ suoi da ingorda sete di crudeltà e d’ingiurie agli ecclesiastici: imperocchè ai fatti che gli cagionarono è data nel Breve questa spiegazione, che avendo Lorenzo, co’ suoi, voluto uccidere o cacciare molti dalla città per farsi egli in essa più forte, e da ciò essendo sorte private e civili contenzioni; gli scellerati colsero il destro per uccidere l’Arcivescovo e ritenere il Cardinale. Rileva cotesti delitti essere perpetrati in giorno di domenica: ma di ciò che avvenne in chiesa quel giorno, dei sacri misteri interrotti, del tempio di Dio bruttato di sangue, del tradimento, degli assassinii, nulla, come se il fatto non fosse stato.[491] Era tasto da non toccarsi dal Conte Girolamo, che certo era stato suggeritore del Breve; e Sisto infelice lo avea sottoscritto. Giovò a Lorenzo quella manifesta alterazione dei fatti; giovarono quelle furiose parole; ed i nemici del Papato allora e poi n’ebbero bel giuoco, onde in quel fatto il nome di Sisto rimase gravato generalmente più in là del vero.

Bel gioco, e agevole commissione ebbe anche Bartolommeo Scala, cancelliere della Signoria, cui venne commesso rispondere al Breve di Sisto IV. Narrò con semplici e brevi parole quel fatto che aveva destato nel mondo rumore grandissimo; e in quanto ai motivi, gli bastò trascrivere la Confessione del Montesecco, autenticata ora con grande solennità. Raccolse inoltre la Signoria per la Toscana e per l’Italia pareri di Canonisti e di Teologi, i quali negavano valore al Breve ed alla scomunica data a quel modo: quindi obbligarono in Firenze e nelle altre diocesi gli ecclesiastici a non cessare dalla celebrazione dei divini uffici.[492] Inviarono quella risposta per mano di Ambasciatori della Repubblica all’Imperatore, ai Re di Francia e di Spagna e d’Ungheria, e presso che a tutti i Principi cristiani, chiedendo difesa da tanta violenza, e la riparazione di uno scandalo che tutti offendeva. Frattanto, a purgarsi, liberarono subito dopo il Cardinale, che a’ 5 di giugno licenziato dal Palazzo dei Medici, dove l’aveano messo, e andato a stare nel convento de’ Servi, uscì di Firenze sette giorni dopo, andando a Roma per la via di Siena.[493]

Luigi XI avea scritto lettera consolatoria a Lorenzo, che a lui rispondeva fiere parole e dignitose: dice la sua vera e sola colpa essere questa, che egli sia vivo e che Dio lo abbia scampato da sì empio e sacrilego assassinio.[494] Appellarono indi i Fiorentini ad un futuro Concilio, del quale invitavano e scongiuravano in primo luogo l’Imperatore, poi gli altri Principi, a farsi autori. Fu anche affermato che un Sinodo si celebrasse a questo effetto in Firenze, ed un preteso decreto di questo Sinodo si rinviene di quel tempo scritto; ma non è che una molto prolissa apologia dei Fiorentini e di Lorenzo, in risposta al Breve, tempestata di gonfie e triviali ingiurie al Papa che oltrepassano ogni modo: nè mai quel Sinodo (che noi sappiamo) fu radunato, sebbene vi fosse chi n’ebbe intenzione, e intanto allestiva l’atto da farsi, o lo mentiva.[495]

Intanto il Papa ed il Re avevano cominciato la guerra in Toscana. Fecero di questa Capitano generale Federico duca di Urbino, e seco era Alfonso duca di Calabria primogenito del Re: i quali essendo nei primi giorni del mese di luglio giunti ai confini presso Montepulciano, un trombetta del duca di Calabria recava in Firenze un Breve del Papa in data dei sette di luglio. Con esso notificava ai Fiorentini, come non potendo più tollerare l’ingiurie che da Lorenzo dei Medici in diversi tempi erano state fatte alla Sedia Apostolica, si trovava costretto prender le armi contro a lui, acciocchè liberata la città di Firenze da cosiffatto tiranno, potesse egli volgersi con l’aiuto di tutti i principi e delle repubbliche dei Cristiani alla impresa dei Turchi. Credeva pertanto quella prudentissima Repubblica vorrebbe ultimamente risolversi ai partiti migliori, la quale verrebbe a perdere sè medesima, quando ella volesse in tanto dannosa servitù continuare; e chi ciò consigliasse, oltre all’opporsi insiememente alla religione ed ai comandi della cristiana repubblica, darebbe segno che Dio l’avesse tolto affatto d’intelletto: quindi la confortava a considerare diligentemente quello che si metteva a fare, conchiudendo che una volta fosse cacciato Lorenzo, restituirebbe alla Repubblica di Firenze l’antica amicizia. Lette queste lettere, e non parendo a Lorenzo che fosse bastante una deliberazione dei Consigli, ma che dove andava della sua persona dovess’egli parlare col popolo, avendo in Palagio radunato grande numero di cittadini, cominciò a dire: «Che delle cose passate non voleva entrare a parlare, sì perchè non gli accadeva scusare sè, nè accusare altri, poichè la Repubblica intorno a ciò avea pronunziato, e sì perchè avrebbe desiderato che di tanto fiera crudeltà la memoria si spegnesse. Dolergli bene sino al profondo del cuore, che un Vicario di Cristo in tanta dignità posto, ed abbattutosi in tempi di tanto pericolo alla Cristianità, fosse potuto scendere a perseguitare con tanto furore un uomo privato, e perciò a muovere tale guerra ad una sì eccelsa Repubblica e della Chiesa benemerita. Non saper se in lui maggiore fosse l’obbligo che alla sua patria doveva sentire per averlo con tale costanza difeso e protetto, o il dolore dell’esser egli per altrui colpa cagione di porre in tanto scompiglio quella città ch’egli amava più della vita sua. Bastargli in quanto a sè, che di nulla lo rimordesse la coscienza; sperando nel resto che la Repubblica, con l’aiuto di Dio e per la prudenza dei suoi cittadini, agevolmente si sarebbe in breve con gloria dalle presenti molestie liberata. La quale se intanto la morte o l’esilio di lui credesse utile alla comune salvezza, egli la vita e l’avere e il sangue de’ figli largamente alla patria profferiva.» Fu a Lorenzo in poche parole risposto da chi a ciò era stato eletto, ch’egli stesse di buon animo, perciocchè a lui conveniva di vivere e di morire con la sua Repubblica; e per fargli conoscere ch’eglino di lui quella cura aveano che di caro e buon cittadino si deve, gli deputarono dodici uomini per guardia della sua persona. La Repubblica trattava nelle solenni occasioni Lorenzo come semplice cittadino, ma intanto con dargli una guardia alla persona sua lasciavagli fare un altro passo verso il Principato.[496]

Essendo in tal modo assicurati della città, i Reggitori si diedero per via dei soliti balzelli a procacciarsi moneta, ed a raccogliere in gran fretta genti quante poterono per l’Italia. I Veneziani, richiesti secondo l’obbligo della lega, fecero avanzare alcune squadre in Toscana, ma in poco numero e a rilente, allegando non avere essi obbligo a questa guerra che era mossa contro a persona privata. Nè dal Duca di Milano venne quell’aiuto che sarebbe bisognato: mandava però alcune squadre, delle quali erano condottieri Alberto Visconti e Giovan Giacomo Trivulzio che fu capitano poi di tanta fama: questi aveva seco Teodoro giovanetto, suo nipote. Giugneano frattanto le genti assoldate al campo verso Arezzo; v’era Niccola Orsini conte di Pitigliano, e Currado anch’egli di casa Orsini, e Ridolfo Gonzaga fratello del Marchese di Mantova con due figli. Comparivano di mano in mano Giberto dei Signori di Coreggio e due figli di Ruberto Malatesta, e Tommaso di Saluzzo e un Martinengo di Brescia, e altri Capitani ch’aveano condotti; Commissario generale di tutto l’esercito fu eletto Iacopo Guicciardini. Ritrattisi indietro, e posto guardia a quelle vie per dove i nemici si credeva che potessero avere in animo di passare, si fortificarono al Poggio Imperiale sopra alla terra di Poggibonsi, luogo opportunissimo alla difesa ch’era bisogno fare più stretta e più raccolta che fosse possibile, dovendo con meno di quaranta squadre stare incontro a più di sessanta: in ogni squadra erano venti uomini d’arme e quaranta balestrieri tutti a cavallo, ed i valletti sui cavalli di riscossa. Intanto i Senesi, già entrati in guerra, davano ai nemici comodità di passi e di vettovaglie: ed era grandissimo disavvantaggio ai Fiorentini la mancanza d’un Capitano generale cui tutti obbedissero. Aveano trattato con Ercole da Este duca di Ferrara: ma i Veneziani faceano difficoltà a condurlo, negando dare essi le forze della Repubblica in mano a un principe confinante ed al quale erano poco amici:[497] nè i Duchi d’Urbino e di Calabria aveano capitani allora in Italia che gli agguagliassero di riputazione; Federigo era personalmente nemico a Lorenzo, e Sisto in lui fidava molto.[498] Laonde i nemici entrati nel Chianti, e cavalcando forte, posero il campo sotto alla Castellina, di là spingendosi all’intorno; e da una parte nella Val d’Elsa, dall’altra nei poggi che sovrastano il Valdarno facevano guasti e ruberie ed arsioni con grande ruina. Quindi, avuta dopo alquanti giorni d’oppugnazione la Castellina e poi Radda, tennero lungo assedio a Brolio e ad altri luoghi dei Ricasoli; i quali per avere fatta buona prova, e infine vedutosi pigliare e abbruciare quei loro castelli, ebbero dalla Repubblica privilegi e ricompense, essendo anche stati fatti abili agli uffici.[499] Era il mese di settembre, e infine giugneva Ercole da Este che avea consentito d’essere Capitano Generale dei Fiorentini e del Duca di Milano in questa guerra, con la speranza che i Veneziani poi l’accettassero. Il quale di persona, e con l’aggiunta di nuovi soldati, andò a porsi con tutto il nerbo delle sue forze nel campo munito sopra a Poggibonsi. Allora i nemici, sgombrato il Chianti e voltisi a un tratto verso la Valle di Chiana, poneano assedio al Monte San Savino; per il che al Duca di Ferrara entrato nelle terre dei Senesi, ai quali avea tolte alcune castella, fu necessità d’abbandonare quella impresa, molto importando a lui di soccorrere Monte San Savino. Intorno al quale raccoltosi il grosso dei due eserciti era molta guerra, quando il Capitano dei nemici avendo chiesta tregua d’otto giorni, quello dei Fiorentini la concedeva con mal consiglio; imperocchè non appena finita la tregua che il Duca di Ferrara invano cercava di prorogare, quello d’Urbino avendo stretta con maggiori opere la terra, l’ottenne a patti; di là stendendosi pei luoghi che sovrastano alla Chiana dove, essendo giunto il mese di novembre, potea svernare agiatamente.

Fin dai principii di quella guerra avea la Repubblica a Roma inviato un’altra volta ambasciatore Donato Acciaioli; il quale tornando senza alcun effetto, andava in sua vece Guid’Antonio Vespucci, peritissimo nel diritto. Il Papa scendeva più tardi a qualche proposizione d’accordo: chiedesse perdono la Repubblica, innalzasse una Cappella espiatoria per le uccisioni fatte nel caso dei Pazzi, promettesse di non fare offesa al Patrimonio della Chiesa, ma i due Stati scambievolmente si assicurassero; pagasse le spese della guerra, o a compensazione di questa rendesse il Borgo San Sepolcro, e, secondo scrivono taluni, cedesse Modigliana e Castrocaro. Non erano tali quelle proposte che a Lorenzo fosse possibile consentirle: altiero per indole, ed ora costretto stare sul duro per mantenere a sè la parte dell’uomo offeso, nè volea fare espiazione pel fatto dei Pazzi, nè che la Repubblica soffrisse per lui diminuzione. Sperava egli assai dalla Francia, dove era mandato Donato Acciaioli reduce da Roma; il quale però giunto in Milano quivi moriva, e la Repubblica decretava onori insigni alla memoria di quel cittadino fra tutti egregio; e perchè di lui, astinentissimo com’egli era, sapea la famiglia essere in povere condizioni, prendeva i figliuoli sotto la tutela sua, e con beneficî molti e durevoli gli risollevava.[500] Andava in suo luogo, già essendo col Papa rotte le pratiche, Guid’Antonio Vespucci: il re Luigi XI aveasi presa molto caldamente a petto la causa dei Fiorentini e di Lorenzo, e sin da principio mandato in Firenze a risedervi come ambasciatore Filippo di Argenton signore di Comines, del quale abbiamo a stampa Memorie assai celebrate.[501] Questi dimorava qui un intero anno; e fu detto, nè senza buoni argomenti, Lorenzo averselo allora e poi sempre conciliato per danari. Così nel concerto degli encomiatori di Lorenzo entrò anche la voce d’un uomo straniero. Faceva più volte Luigi XI promessa al Vespucci d’intervenire con le armi, ed in Firenze aspettavano cinquecento lance francesi, che mai non giunsero, perchè il Re non era largo di fatti come di parole, e tutto inteso a fortificare la monarchia dentro, avea in abominio le guerre esterne. Col Papa bensì, perchè era difendere la libertà della monarchia, andò più innanzi che non facessero gli stessi confederati della Repubblica di Firenze. L’imperatore si contentava mandare qui e in Roma a fare dimostrazioni ed a portare parole di pace: lo stesso avean fatto Mattia Corvino re d’Ungheria, e presso che tutti gli altri monarchi della Cristianità, commossi da quelle esorbitanze di Sisto, e avendo, sebbene diversamente ciascuno, pigliato a difendere la causa de’ Fiorentini. Ma fattosi innanzi più vivo degli altri Luigi XI, mandava un’ambasciata di sei tra ecclesiastici e secolari, i quali fermatisi prima in Firenze, recavano al Papa forti parole, con la minaccia di levare da Roma i prelati francesi, e di togliere al Papa ubbidienza finchè la sua causa fosse giudicata da un generale Concilio. Si facevano a questo fine congregazioni in Francia di teologi. Era Sisto in molto grande perplessità, e abbiamo una lettera scritta a lui dal buono e savio cardinale Iacopo Ammannati, dove con caldezza d’animo devoto al Papa e alla Chiesa, e usando parole tali che Sisto non se ne offendesse, cerca di condurlo ai consigli temperati, mostrando i pericoli gravi che alla Chiesa poteano venire se andassero innanzi quelle dimostrazioni dei Francesi.[502] Dalle quali scosso, proponeva Sisto che, facendo tregua, fosse la causa dei Fiorentini compromessa nei Re di Francia e d’Inghilterra, e per terzo nel Legato da lui mandato a questo effetto; e se i tre non convenissero, nell’Imperatore e nel suo figlio Massimiliano, marito alla erede degli Stati di Borgogna: ma questi essendo come l’Inglese contrari a Francia, era naturale non soddisfacessero ai Fiorentini, che rifiutarono di accettare il compromesso.[503]

Muovevangli anche gli uffici prestati a loro difesa dai Veneziani che, avendo fatta pace col Turco, erano divenuti o almeno apparivano più vivi e più pronti nelle cose della lega.[504] Teneano in Firenze dal principio della guerra ambasciatore Bernardo Bembo; ed a Venezia in ricambio andava Tommaso Soderini, autorevole, e vecchio amico di quella Repubblica. Grandi imprese erano messe innanzi tra lui e il Senato pel nuovo anno: assalire con le galere le coste di Puglia, fare scendere in Italia il Duca d’Angiò: per l’una e per l’altra parve che la spesa fosse troppa, e nulla si fece. Tra’ collegati, su’ Fiorentini soli cadrebbe a ogni modo tutto il pondo della guerra. Temevano anche di rimanere scoperti verso Genova, perchè i Lucchesi, sebbene di nome fossero nella lega, desideravano in fondo dell’animo sopra ogni cosa l’abbassamento della Repubblica di Firenze. E questa mandava ad osservarli ed a contenerli Piero di Gino di Neri Capponi, giovane ancora; il quale rimasto quell’inverno in Lucca, sul cominciare di primavera, perchè gli umori bollivano, gli si levò contro un grande tumulto di popolo armato, dal quale scampava con difficoltà la vita. Imperocchè gli animi erano ivi molto accesi da Cola Montano che, stato consigliero ma non esecutore della uccisione di Galeazzo, in Lucca viveva, paese tra’ pochi allora in Italia dove fosse libertà; ed in Lorenzo perseguitava un altro tiranno.[505] Aveva quel popolo pigliato speranza da un appressarsi di nemici inverso i confini di Pisa e di Lucca; del che erano state queste le cagioni. Morto Galeazzo duca di Milano, voleano i fratelli di lui avere parte nel governo dello Stato, il quale rimase alla vedova duchessa Bona tutrice del figlio Giovanni Galeazzo: gli zii Lodovico, Ascanio e due altri, ebbero esilio; e Lodovico sceso in Lunigiana, s’intendeva di là con Ferrando e co’ fuorusciti genovesi, tanto che Genova dopo molta varietà di casi tornava libera; ma il nuovo Doge, Battista Fregoso, vivea in amicizia con lo Stato di Milano. Roberto da San Severino, capitano di molto nome e che teneva per gli zii, trovandosi escluso da Genova, si mosse con quattro mila soldati e con l’intesa del re Ferrando ad assaltare la Toscana dal lato di Pisa.

I Fiorentini, colti alla sprovvista, mandarono subito a Pisa Commissari che nel paese facendo raccolta di uomini comandati contenessero il primo impeto, radunando in Val di Nievole altre genti le quali impedissero ogni moto dei Lucchesi. Aveano ordinato anche al Duca di Ferrara venisse ad opporsi, con quella parte che fosse necessaria del suo esercito, a Roberto da San Severino; ma questi, dopo essere corso fino alle mura di Pisa, voltò indietro, per non avere forze bastanti, e si ricondusse nelle sue stanze di Lunigiana. Il Duca tornava su’ confini del Senese, dove si vedeva che sarebbe la guerra grossa, molto i nemici ivi essendosi rafforzati. I Fiorentini dal canto loro aveano condotto, con aggradimento dei Veneziani, il Conte Carlo da Montone e Deifebo dell’Anguillara; agli stipendi loro da quei de’ nemici erano venuti il prode Roberto Malatesta e Costanzo Sforza signore di Pesaro: ottennero anche, che il Duca di Ferrara fosse riconosciuto Capitano generale di tutta la lega; ed era in Toscana venuto il Marchese di Mantova ai soldi dei Signori di Milano. Facevano grande disegno di avere Perugia col mezzo del Conte Carlo per le aderenze sue nella città; ma egli infermatosi, moriva in Cortona. E pur nonostante continuando Roberto Malatesta le incursioni nel Perugino, gli mossero contro il Prefetto di Roma nipote del Papa e Matteo da Capua che aveva portato un rinforzo di quindici squadre. I quali venuti a giornata con Roberto non lungi dal lago Trasimeno, furono dalla virtù sua rotti con perdita degli alloggiamenti ed uccisione di molti nobili cavalieri e di gran numero di soldati. Fu allora costretto il campo nemico fare una mossa da quella banda; al che il Capitano dei Fiorentini che era sul Poggio Imperiale, visto il terreno sgombro all’intorno, uscì con parte delle sue schiere, ed ebbe per forza Casole, terra grossa dei Senesi. Ma ivi accadde che nel saccheggio nate questioni per la preda tra’ soldati di Mantova e quei di Ferrara, e quindi contesa tra’ due Signori, e un’altra essendone tra Roberto Malatesta e Costanzo Sforza, che nemmeno essi poteano più stare insieme, convenne partire l’esercito in due; il che fu ruina di tutta l’impresa. Imperocchè i nemici con arte sapiente raccoltisi insieme nelle estremità di Val di Chiana, ed ivi per numero e per agevolezza di movimenti potendo con grande vantaggio combattere così gli andati nel Perugino come i rimasti in sul Senese, impedivano ogni mossa da entrambe le parti; il che era mandare in lungo la guerra con danno gravissimo dei Fiorentini. I quali ebbero da Venezia soli mille uomini d’arme, che poco fecero per le usate circospezioni di quella Repubblica; ed in Lombardia essendo turbate le cose, non che di là venissero nuove genti, furono costretti l’Estense e il Gonzaga partirsi dal campo. Era il fine dell’estate, quando i nemici accortisi come sul Poggio Imperiale si faceva mala guardia, partitisi a un tratto dal Ponte a Chiusi, a grandissime giornate vennero ad assalire quelli del Poggio. I quali dall’impeto improvviso sbigottiti, vilissimamente si fuggirono, abbandonando quel forte sito ch’era difesa della città di Firenze: per il che in fretta richiamate dal Perugino le genti, e insieme con quelle le quali erano sul Senese facendo testa ne’ poggi di San Casciano, sebbene fossero in tempo da porre la città in salvo, non impedirono che i nemici sparsi giù per la Val d’Elsa, prese altre castella, andassero in forza alla espugnazione di Colle. Fu molto gloriosa quivi la difesa per sessanta giorni, concorrendovi misti ai soldati i cittadini e le donne istesse con grande amore per la Repubblica. Ma infine Colle cedette anch’esso ai 14 novembre 1479. E un altro assalto contro ai Fiorentini si cominciava in Romagna da Roberto di San Severino per la mutazione di fresco avvenuta nello Stato di Milano.[506]