Quivi la Duchessa, debole e povera di consiglio e stretta dalle arti e dalle forze dei cognati, gli avea ricevuti a partecipare nel governo e nella tutela del figlio bambino; ma in breve fu ella necessitata partirsi, ed a Lodovico rimase lo Stato come in libera signoria. Il quale essendo nuovo ed ambizioso e già conosciuto tra gli altri principi artifiziosissimo, nessuno vedeva da quale parte inclinerebbe: Lorenzo temeva sopra ogni cosa la congiunzione di lui col Re, della quale aveva già qualche sentore. Quindi era al Medici necessità farsi innanzi e precorrere gli eventi: la guerra sarebbegli nel terzo anno gravissima, ignorando egli sopra quali amici potesse contare. Ed inoltre era la città stracca, essendo percossa in quegli anni anche dalla peste, e voci insolite s’udivano fin dentro ai Consigli, accusando gli errori commessi, le perdute spese, le ingiuste gravezze: cagione lui solo dei pubblici danni. Vedeva Lorenzo per tutto ciò, che a salvare la città e sè stesso gli era necessità ricorrere a un forte partito; rompere la Lega ad ogni costo, ed egli gettandosi in braccio all’uno dei due nemici come incurante di sè medesimo, destare negli uomini con un grande atto ammirazione. Con Sisto, impossibile o sempre mal ferma vedea l’amicizia; nel Re gli pareva doversi fidare, qualora a lui si abbandonasse: rischio pur v’era ma necessario, e qui all’ardire si congiugnea la prudenza; dove poi l’ardire sopravanzasse, valeva la fiducia che in sè medesimo riponeva, egli sentendosi nato a vincere col forte ingegno le difficoltà e a trarsi dietro gli altrui voleri.

Avea mandato fino dai 24 novembre[507] al Re chiedendo salvocondotto, e con l’offerta di darglisi in braccio, Filippo Strozzi mercante che a Napoli era pervenuto a grande ricchezza, destro e capace a molte cose. Era anche d’intesa co’ due Capitani dell’esercito nemico, ai quali scriveva il giorno stesso della partenza essersi indotto a quel partito pei loro consigli, ed ora pigliarlo di buonissima voglia per la gran fede che in essi poneva.[508] E già il Re aveva mandato a Livorno due galere sottili a ricevere ed a condurre Lorenzo a Napoli. Il quale avendo prima conferito questo suo pensiero con pochissimi, fece la sera dei sei dicembre chiamare in Palagio dai Dieci una Pratica di circa quaranta dei più principali cittadini, ed egli levatosi disse: «averli fatti chiamare per conferire con loro una sua deliberazione, nella quale non ricercava lo consigliassero ma solamente che lo sapessero: aver egli considerato quanto la città avesse bisogno di pace, massime non volendo i Collegati fare il debito loro; e perchè i nemici pretendevano l’odio loro non essere contro alla città ma contro a lui solo, avere proposito di trasferirsi personalmente a Napoli: questa andata parere a lui utilissima; perchè se i nemici volevano lui, l’avrebbero nelle mani, ma se volevano l’amicizia pubblica, questo essere modo a intendersi presto e a migliorare le condizioni della pace; se altro volevano, questa andata lo dimostrerebbe, e i cittadini si sforzerebbero con qualche modo più vivo di difendere la libertà e lo Stato: conoscere in quanto pericolo si mettesse, ma esser disposto preporre la salute pubblica alla sua; chè oltre al debito universale dei cittadini verso la patria, era particolare suo per aver egli avuto dalla città più benefici e grado maggiore che alcun altro: sperare coloro ch’erano presenti non mancherebbero di salvargli lo Stato e l’essere, e così raccomandare a loro sè, la sua casa, e la famiglia: e soprattutto sperare che Dio, risguardando alla giustizia pubblica, e alla sua buona intenzione privata, aiuterebbe questo pensiero; e quella guerra che si era principiata col sangue del suo fratello e suo, si poserebbe e quieterebbe per le sue mani.[509]»

Dette queste cose, uscì dal Palagio e si partì di Firenze la notte medesima. Giunto a San Miniato al Tedesco scrisse alla Signoria, scusandosi del non averle prima comunicato questo suo disegno perchè i tempi volevano fatti e non parole. A Livorno ebbe dai Dieci il mandato d’ambasciatore al re Ferrando, con facoltà libera di conchiudere quanto il popolo Fiorentino. Quindi salito a Vada sulle galere, giunse in Napoli ai 18 dicembre. Quivi ebbe dal Re tanto amorevoli accoglienze che egli medesimo si credette avere in mano la pace, ed a Firenze ne scrisse; ma tosto dipoi s’avvidde le cose andare in lungo, o che il Re temesse d’offendere il Papa, o che veramente, come fu creduto, aspettasse di vedere se accadesse qualche mutazione nello Stato di Firenze. Qui erano molto gli animi sospesi: ricordavano il tradimento da questo Re istesso fatto a Iacopo Piccinino; e se Lorenzo venisse a capitar male, benchè non mancasse chi se ne sarebbe rallegrato, i cittadini più non fidavano gli uni negli altri così, da mettere in comune la Repubblica com’era stata nei tempi addietro. Forse che aveva Lorenzo nella fantasia sperato di conseguire un effetto pronto ed intero; ma era sempre a lui grande necessità tornare portando una pace non tanto cattiva, bene essendosi egli apposto, dovere quell’atto animoso rialzare la parte sua, della quale intanto i principali rimasti in Firenze si adopravano con ogni dimostrazione di forza a mantenere bassi e disgregati i molti contrari. Questi veramente non può dirsi formassero parte, perchè non aveano disegni fermi nè capi che fossero dagli altri seguiti: il solo Girolamo Morelli, stato lungamente ambasciatore in Milano e ora dei Dieci, troviamo che fosse per autorità e senno in tanta grazia che già molti a lui s’accostavano; e non che gli altri capi del Reggimento, Lorenzo stesso n’ebbe paura.[510]

Desiderava questi sopra ogni cosa spacciarsi tosto, nascondeva in petto dubbi e ansietà, ma rendeasi intanto grazioso alla Corte[511] e grato al popolo con le liberalità; comprava co’ doni gli amici del Re, spiava di questo l’animo chiuso, e lo vinceva con l’eloquenza delle parole, con la scioltezza dei modi e con l’acutezza sua nel giudicare le cose di Stato e le nature di quanti erano Signori e Principi in Italia. Scorreano due mesi e la pace non si conchiudeva: tra ’l Papa ed il Re correano pratiche, mal cuoprendo questi l’avere promossa quell’andata di Lorenzo, ed ora trattare separatamente con lui d’accordarsi. Del che il Papa offeso molto, negava l’onore suo e della Chiesa essere in salvo se non andasse Lorenzo in Roma ad umiliarsi ai piedi di lui; questo essere in obbligo il re Ferrando di procurare, avendo Lorenzo nelle sue mani.[512] Il quale di queste pratiche insospettito, si partiva da Napoli; nè posso io credere che ciò fosse senza consenso del Re: ed era fermo in Gaeta il primo di marzo, quando gli giunse da questi una lettera scritta in latino molto ampia e solenne (forse era lettera da mostrare più che da credere), che lo richiamava in Napoli con istanza grandissima, dicendogli avere dal Papa avuta ogni sicurezza.[513] Ma ciò nonostante Lorenzo avendo proseguito il suo cammino, il Re gli faceva correre dietro il trattato da lui bell’e sottoscritto; ed era quegli appena tornato in Firenze, dove fu accolto con grande letizia e popolare benevolenza, quando la notizia della pace, molto da ognuno desiderata, lo fece salire in maggior gloria e reputazione.

Era una pace quale potessero i Fiorentini allora sperarla. Imperocchè delle cose di Romagna si faceva compromesso nel Re, nulla avendo stipulato a favore di quei Signori i quali stavano in protezione della Repubblica; non era promessa la restituzione de’ paesi tolti, ma rimaneva ciò pure in arbitrio di Ferrando; s’obbligava la città a pagare per un corso di anni al Duca di Calabria una certa somma di danari a titolo di condotta; vi era poi anche pattuita la liberazione dei Pazzi rinchiusi nella fortezza di Volterra. Fermaronsi dopo quell’accordo le dubbiezze, tra le quali sembravano esitare dopo l’andata di Lorenzo le risoluzioni degli altri Principi, ammirati anch’essi di quell’ardimento e incerti a qual fine dovesse riuscire. Milano aveva ratificato la pace, ed era entrato nella Lega già stretta tra il Re e la Repubblica di Firenze. Ma per contrario i Veneziani, che aveano cercato impedire quella unione, trovato il Papa di quella essere malcontento, fecero nel mese d’aprile con esso una lega separata, dalla quale usciva non molto dopo un’altra guerra. In Toscana aveva il Duca di Calabria pubblicato prima una tregua, dopo la quale sotto colore di guardarsi per la venuta che si aspettava in Italia del Duca d’Angiò, era egli andato a porsi in Siena; dove facendosi arbitro delle discordie ivi accese tra’ diversi Ordini o Monti nei quali era diviso quel popolo, già stava sul punto di farsene signore; antico disegno della Casa d’Aragona, e cominciato dall’avo Alfonso quando egli muoveva guerra ai Fiorentini. Era anche avvenuto nei principii dell’inverno, durante la tregua, che i Fregosi, con aggressione improvvisa, s’impadronissero di Sarzana: del che la Repubblica essendosi richiamata al Duca di Calabria, questi, sebbene riconoscesse violata la tregua, vietava però ai Fiorentini muovere le armi per la recuperazione di quella città. Per tutto ciò stavano essi in timore grandissimo, e quel Duca dicevasi in Siena poco nascondere la speranza di farsi signore di tutta Toscana. La pace ottenuta in Napoli da Lorenzo potea finire in un tranello.[514]

Ma intanto un subito ed a tutta Italia molto pauroso accidente fermava ad un tratto le imprese dei Principi, costretti ad unirsi per la comune difesa. Viveva tuttora Maometto II, il quale respinto dalla espugnazione di Rodi per il valore maraviglioso di quei Cavalieri, ma sempre insaziabile di fare conquiste, mandava parte delle sue galere lungo le coste d’Italia, dove il pascià che le comandava, messi in terra sei mila soldati, s’impadronì della città d’Otranto; e in quella, vuotata con strage orribile degli abitatori, fortificatosi, ed avendo seco un qualche numero di cavalli, scorreva e predava le terre all’intorno. I Veneziani ebbero accusa d’avere chiamati costoro per odio contro al re Ferrando;[515] e un ambasciatore Turco attribuiva l’impresa d’Otranto alle suggestioni loro.[516] Nè andava immune da quel sospetto lo stesso Lorenzo, il quale per mezzo dei mercanti fiorentini aveva grande entratura in Costantinopoli, e dopo che egli ebbe ottenuto dal Sultano la consegna del Bandini, diceano potere appresso a lui ogni cosa.[517] Fruttò a Lorenzo quella discesa del Turco la pace in Toscana, e poi dal Pontefice l’assoluzione dell’interdetto. Imperocchè Alfonso duca di Calabria accorso a difendere l’Italia da quell’insulto barbarico, abbandonava lo Stato di Siena del quale era egli già come in possesso, e insieme, con suo dolore gravissimo, la conceputa speranza di cose maggiori: per quella partita Siena rimaneva in molto lunghe perturbazioni.[518]

Innanzi la fine di quell’anno 1480 i Fiorentini, udito che il Papa si muterebbe dalla ira sua qualunque volta si umiliassero a domandare perdono, prima gli mandarono Antonio Ridolfi e Piero Nasi a fare dimostrazione dell’animo loro e ad accertarsi di quello del Papa. Dai quali essendo già preparate le cose, andava in Roma un’ambasciata di dodici cittadini, primi dei quali erano Francesco Soderini vescovo di Volterra e Luigi Guicciardini. Portavano le Istruzioni, che se fosse l’assoluzione indugiata così da mostrare poca voglia di concederla, «o se per averla si chiedessero danari, o se la città avesse a fare qualche dimostrazione per osservanza dell’interdetto, o se fosse esclusa dalla universale benedizione qualche persona in particolare, o se altra condizione potesse riuscire alla città o in pubblico o in particolare ignominiosa,» dovessero gli Ambasciatori partirsi da Roma, «supplicando la Santità sua che si degni bene considerare l’atto, che la nostra città ha fatto inverso quella Santa Sede e Sua Beatitudine per debito nostro, come è debito d’ogni cristiano venerare quella Santa Sede ed a quella umilmente inclinarsi; e quello, da altra parte, che a quell’atto si conviene, e quale sia l’ufficio pastorale; perchè non dubitiamo quello non ha fatto ancora, lo farà altra volta, quando e come meglio parrà alla Santità Sua.[519]» Ma il Papa non pose con savio consiglio alcuna sorta di condizione; e gli Ambasciatori entrati in Roma di notte tempo, e ricevuti quindi in concistoro segreto, vennero, nel giorno prima determinato, ad aspettare nel Portico innanzi la chiesa di San Pietro, della quale poichè furono aperte le porte, trovarono il Papa assiso nella sedia pontificale e circondato da molto numero di Cardinali; al quale prostratisi, e in nome della città chiesto perdono dei falli commessi, il Papa, osservate le rituali cerimonie, diede ad essi e alla città piena e universale assoluzione.[520] Dopo di che uscirono dalla chiesa accompagnati ed onorati molto degnamente, com’era usanza con gli ambasciatori: in seguito aggiunse il Papa condizione, che i Fiorentini armassero quindici galee contro al Turco.

Capitolo VII. GOVERNO DI LORENZO. — MOTI DIVERSI E INDI PACE UNIVERSALE D’ITALIA. — MORTE DI LORENZO. [AN. 1480-1492.]

Quando Lorenzo fu di pochi giorni tornato da Napoli, parve a lui essere occasione di fermare per sempre lo Stato nella dipendenza sua, ed era in parte anche necessità. In altro luogo diremo quel che riguardasse le sue private sostanze, le quali erano da più tempo assai danneggiate; ma quelle ancora di molti cittadini venivano offese, oltrechè dalle gravezze, dalla molta difficoltà che avea il Monte a pagare gl’interessi del pubblico debito che a tante famiglie facea patrimonio: per questo e per altri titoli importava a quei dello Stato avere le mani libere, ed ai nuovi e più efficaci provvedimenti assicurare continuità.

Infino a qui gli Accoppiatori facevano ogni due mesi le scelte pe’ Magistrati dalle borse ch’erano a mano; si volle adesso creare un ordine permanente, al quale spettasse eleggere a tutti gli uffici, e che insieme avesse il governo in sè medesimo dello Stato. A questo fine i Signori che allora sedevano, avuta la non difficile approvazione dei Consigli del Cento e del Popolo e del Comune, procedendo come se fossero Parlamento, ma senza nè suono di campana, nè convocazione di popolo in Piazza, elessero trenta cittadini, i quali dovessero aggiungersi altri duecentodieci; che tutti insieme e co’ Signori e Collegi avessero piena autorità e balìa quanta ne aveano i tre Consigli, con facoltà di delegarne altrui quella parte che a loro piacesse. E questi medesimi al venturo mese di novembre, che soleva essere il tempo degli squittinii, dovessero farli per tutti gli uffici, coll’aggiunta però di altri dodici per Quartiere a nominazione dei Signori che allora sarebbero. Vollero poi che i detti trenta e dugentodieci insieme co’ Signori e Collegi che volta per volta saranno in ufficio, compongano un nuovo Consiglio maggiore da continuare perpetuamente, e che abbia potestà sovrana per ogni titolo di diritto. Vietarono entrare nel detto Consiglio per ogni casa e consorteria oltre ad un certo ristretto numero; ma eccettuarono da ogni divieto anche di età, due Case da nominarsi: io mi figuro che l’una fosse quella dei Medici, e l’altra di poca significazione. A niuno privato fosse lecito di fare petizione, ovvero proposta a quel Consiglio, dovendosi ogni deliberazione ordinatamente partire dai Signori con osservanza delle forme stabilite, cosicchè al Consiglio null’altro spettasse fuorichè il diritto di concedere a quelle sanzione.