Subito dopo un’altra Provvigione portava a Settanta il numero dei Trenta; ai quali Settanta si apparteneva la scelta ogni due mesi della Signoria e dei Magistrati, così però che la detta scelta ogni anno spettasse a metà numero, cioè a Trentacinque; gli altri Trentacinque sottentrando nell’anno veniente, e così alternandosi cotesto supremo e capitalissimo diritto. Nel resto i Settanta insieme avessero la prerogativa e la direzione di ogni cosa, riempiendo da sè medesimi le vacanze, così da formare essi un Senato, ovvero Collegio che mai non morisse; a questo ordine era data speranza di essere assunti al termine dell’ufficio i Gonfalonieri, qualora però avessero in quello un partito favorevole, cioè quando non fossero a chi governava dispiaciuti. Non valesse, per avere luogo nell’Ordine dei Settanta, il divieto di coloro ch’erano allo specchio, se non perchè avessero la facoltà sola di consigliare, ma non quella di votare; al che racquistassero il diritto, appena fossero in pari con le gravezze. Dai Settanta si traggano ogni sei mesi Otto chiamati di Pratica, dai quali dipendano le faccende di fuori, le ambascerie, e le condotte, e così le relazioni con gli altri stati in pace ed in guerra, salvo però l’essere approvati gli stanziamenti nelle loro forme consuete; ma i Dieci di guerra potevano al caso eleggersi sempre. Dallo stesso Ordine ogni sei mesi si traggano pure Dodici, appellati Procuratori per il Governo delle cose dentro, ai quali appartenga regolare le prestanze, governare il Monte, avere ingerenza nelle cose delle Mercanzie, e in quelle spettanti ai Consoli del mare. Si traggano pure gli Otto di Balìa, dei quali era stata già prima ristretta l’autorità che avevano grandissima nelle cose criminali e affatto arbitraria in quelle di Stato; ma col tempo aveano voluto conoscere ancora nei casi civili, il ch’era stato ad essi tolto.[521] L’antico e fondamentale Ordine della Repubblica era mantenuto in ciò, che la parte riservata alle Quattordici Arti Minute, nel Priorato e in tutti generalmente gli uffici inferiori, rimaneva ad esse anche nel nuovo Ordine conservata.[522]

Per questo Ordine dei Settanta lo Stato ebbe forma tutta la vita di Lorenzo, e fu ripigliato dai Medici quando tornarono dopo l’esiglio al governo della città. Ora di quel nuovo e forte Ordine, prima cura doveva essere provvedere alle necessità dell’erario: mantennero sempre nel distribuire le gravezze l’antica regola del Catasto, ma come indice, o come traccia che non obbligava i Governanti a seguitarla; che anzi temendo quella egualità rigorosa che s’era cercata per via del Catasto, la condussero sotto Lorenzo da una forma più ancora di prima sottile e moltiplice d’imposizione progressiva, che allora chiamavano Decima Scalata, e che ai Medici piacque sempre perchè favoriva se altro non fosse, nelle apparenze, quel minuto popolo nel quale sapevano avere un amico più certo e stabile d’ogni altro.[523] Si trova in certi casi, che dove i compresi nel grado inferiore pagavano delle loro rendite il ventesimo, i più elevati pagavano il sesto. Molta era la scienza e l’esperienza di queste cose che aveano gli uomini Fiorentini; e come Cosimo avea fatto, così anche Lorenzo col gioco ingegnoso degli sgravi e degli aggravi otteneva di porre l’arbitrio là dove appariva che la sola legge governasse. A questo modo blandiva gli amici, batteva i contrari, teneva in sospeso la fortuna degl’incerti; e mentre impediva il troppo innalzarsi d’alcune famiglie, faceva intendere alla moltitudine degli uomini quieti, non d’altro curanti che delle mercanzie loro, come dallo starsi a lui aderenti, dipendesse l’andare innanzi e prosperare.

In mezzo alle tante spese della guerra,[524] il Monte era stato costretto mancare alle scadenze delle paghe degl’interessi ai creditori: provviddero a questo con varie industrie, e col terminare la vendita dei beni spettanti alla parte Guelfa e all’ufficio della Torre; da quella vendita non s’eccettuava che il Palagio della Parte e un’altra casa. Più tardi, allo stesso fine ricercarono e fecero a molti cittadini pagare i debiti arretrati col Comune; «benchè la più parte si fossino composti con li ufficiali del Monte, e pagate le loro composizioni;» che parve essere legge iniqua.[525] Dai tempi di Cosimo vedemmo la Cassa della Repubblica mescolarsi con la privata di lui; ma egli avendo prospera sempre la mercanzia, sebbene talvolta usasse ad ampliarla i danari del Comune, sovveniva spesso anche del suo alle pubbliche necessità. Era il contrario di Lorenzo, il quale Magnifico di sua natura, e tanto più largo spenditore quanto proseguiva più vaste ambizioni, e dei traffici negligente,[526] reggeva la sua privata sostanza usando la pubblica: le angustie del Monte aveva in gran parte causate egli stesso, e con l’artifizio di certi uomini sottilissimi lo faceva servire a pro suo; di che gli venivano accuse grandissime. Coloro stessi che amministravano i banchi dei Medici in tante piazze d’Europa, o per avere mal fatto, o perchè erano divenuti per sè troppo ricchi, talvolta accadeva gli si voltassero contro. Un Battista Frescobaldi, il quale essendo stato Console in Pera, ebbe ivi parte alla consegna del Bandini, ora con due compagni aveva fatto disegno d’uccidere Lorenzo nel Carmine; ma fu scoperto prima ed impiccato. Questa ed un’altra simile trama che un Baldinotti da Pistoia aveva ordita per ammazzarlo al Poggio a Caiano, fu detto muovessero dal conte Girolamo Riario.[527]

Intorno ad Otranto continuava un anno la guerra con molta lode d’Alfonso duca di Calabria, nel mare essendosi alle galere del Re aggiunte quelle che il Pontefice aveva messo sotto al comando di Paolo Fregoso arcivescovo di Genova, prelato che molto s’intendeva delle armi e dei tumulti nella patria sua. Era la primavera dell’anno 1481: un grande conflitto, e forse una tremenda sciagura, a tutta Italia sovrastava, imperocchè sulle coste di Dalmazia opposte alle nostre si radunava un esercito d’altri venticinque mila Turchi, i quali doveano dalla Vallona passare in Otranto, e quivi aprire più vasta guerra: quando, per la morte di Maometto II due suoi figli contendendosi la successione con le armi, il Pascià d’Otranto andò al soccorso del maggior figlio Baiazet, in cui rimase l’impero; ed i lasciati nella città capitolarono con Alfonso, il quale pigliava a soldo alcune centinaia di quei Turchi a lui rimasti poi fedelissimi. Cessato così tanto pericolo all’Italia ed al Pontefice, ripigliava questi, seguendo suo genio, le armi congiunte allora a quelle dei Veneziani, e la tempesta cadea questa volta addosso al Duca di Ferrara. Quivi il Senato esercitava per un suo Visdomino una sorte di giurisdizione gravosa al Duca ed ai Ferraresi, obbligati anche a non valersi del molto sale ch’aveano in casa, ma provvedersene a Venezia; donde erano grandi e spessi disgusti, che la Repubblica fomentava siccome occasioni a farsi più innanzi. Aveva in Romagna Girolamo Riario, dopo la signoria d’Imola, ottenuta quella di Forlì, vacata per morte di Pino degli Ordelaffi, la cui successione essendo dubbiosa tra due fanciulli, il Papa, fatto arbitro, finì la contesa col dare lo Stato in feudo al nipote. Il quale aspirando a cose maggiori, e a queste più acceso dai Veneziani che aveano allora bisogno del Papa, recossi a Venezia con istraordinaria pompa a ristringere la lega e a disegnare la guerra; accolto con tali onorificenze dal Senato, che le maggiori non si sarebbono fatte allo stesso Imperatore, scrive un infedele ministro del Conte Girolamo, che era salariato da Lorenzo.[528]

Così era l’Italia venuta a dividersi in due grandi Leghe, e dai confini dei Veneziani a quelli di Napoli era guerra dappertutto. Conduceva un forte esercito di quella Repubblica Roberto da San Severino, e Roberto Malatesti le genti del Papa: avevano a fronte, Alfonso duca di Calabria ed il vecchio Federigo duca d’Urbino. Contrapponeva questi guerra faticosa sul Po all’esercito dei Veneziani entrato nel Polesine di Rovigo; guerra crudelissima pe’ luoghi infetti d’aria pestilenziale nel calore della state: perivano dicesi oltre a ventimila tra paesani e soldati; perdè la Repubblica tre suoi Commissari andati al campo; e lo stesso prode e buon Federigo, fattosi condurre infermo a Bologna, terminava con molto pianto de’ suoi la vita gloriosamente esercitata. I Veneziani, avuto il Polesine, stringeano per molte battaglie Ferrara; e intanto era un’altra guerra nel Parmigiano dei Rossi di Parma Conti di San Secondo contro al Duca di Milano, un’altra in Romagna tra il Bentivogli di Bologna ed il Riario. In quel della Chiesa i Fiorentini, condotti da Costanzo Sforza, aveano riposto nella Città di Castello Niccolò Vitelli: e il Duca di Calabria, coll’aiuto dei Colonnesi e dei Savelli nemici al Papa (d’onde erano nate le prime vertenze tra questi e Ferrando),[529] devastava tutto il paese attorno a Roma, essendo ruina e sangue fin dentro alla città stessa. Nè fine vedevasi a quella inutile distruzione, quando Roberto Malatesta ebbe un nobile pensiero: disposte con ordine intorno a sè tutte le sue genti, studiate le mosse, prefisso il luogo alla battaglia, veniva a giornata con tutto l’esercito d’Alfonso a Campomorto presso Velletri; dove molte ore essendosi combattuto con tanto insolita pertinacia che oltre a mille morti giaceano sul campo, ottenne Roberto insigne vittoria; e il Duca di Calabria, che aveva gran parte de’ suoi cavalieri lasciata prigione, dovette la propria sua salvezza ai Turchi pigliati in Otranto de’ quali si aveva formato una guardia. Roberto, infermato per le fatiche della battaglia, non potette goderne la gloria, essendo egli morto pochi giorni dopo in Roma, dov’ebbe onorata sepoltura. Eragli suocero Federigo duca d’Urbino, al quale aveva raccomandato la cura della famiglia e dello Stato: questi infermo in Bologna, e non sapendo l’uno dell’altro, a Roberto aveva raccomandato la sua: morivano entrambi nel giorno medesimo.[530]

Non lasciò Roberto figli legittimi, talchè i Fiorentini avuto sentore di qualche disegno del Conte Girolamo contro allo Stato dei Malatesti, mossero genti ad impedire ogni invasione da quella banda. Cercavano intanto di recare al Papa offesa più viva col promuovere quanto era in essi, o almeno col fare che a lui suonasse all’intorno quella proposta di Concilio, che Luigi XI avea messa innanzi, come si è detto, che ora l’imperatore Federigo III per le vertenze germaniche accennava di ripigliare, ed alla quale i Re di Spagna e d’Ungheria si confidava che inclinerebbero, a tutti essendo venuta in odio la turbolenza di Sisto IV, e quel continuo guerreggiare per fini privati. Il re Ferrando avea già eletto gli Ambasciatori suoi al Concilio; e proponeva che oltre a quelli di ciascun Principe collegato, un altro dovesse rappresentare in comune tutta la Lega.[531]

Doveva il Concilio adunarsi in Basilea, volendo che fosse continuazione dell’antico da più anni interrotto; e se ivi non potesse, faceano pensiero di tenerlo in Pisa. Un vescovo Crainense[532] aveva la residenza in Lubiana; uomo tedesco, e favorito dall’Imperatore, si dava gran moto per quella convocazione. Ma in siffatte opere gli esperti e savi uomini sempre temono che il fine oltrepassi il segno cercato: così del Concilio alcun poco si discorse, ma nulla si fece; e un Baccio Ugolini mandato oratore in quella città, scriveva private lettere a Lorenzo, nelle quali mostra fino dal principio di non averne fede alcuna, trattando la cosa giocosamente con motti arguti, i quali sapeva andare a genio di Lorenzo.[533]

Ignoro se fosse il timore del Concilio che muovesse il Papa e il Nipote, o l’essersi accorti che dare mano ai Veneziani di qua dal Po era un fargli padroni di tutta Romagna; ma certo è che Sisto, per mezzo di Giuliano della Rovere cardinale di San Pietro in Vincula tornato di fresco da una Legazione in Francia, mandò in Napoli a trattare la pace e l’unione con gli altri della Lega per la salvazione di Ferrara. Non ci credevano da principio, e quando si seppe che era stata sottoscritta dagli Oratori a’ 12 dicembre in Camera del Papa, i Fiorentini poco ne furono soddisfatti,[534] perchè rimanevano a discrezione di lui quei Signori di Romagna, dei quali con grande studio la Repubblica soleva farsi come una cintura contro alle offese che scendessero in Lombardia e contro agli stessi Stati della Chiesa che la fasciavano da ogni parte. Ma ciò nonostante fu allora un gran bene quella accessione del Papa; il quale dipoi, impetuoso come al solito, scomunicava i Veneziani perchè non cessavano con lui dalla guerra che insieme avevano cominciata. Ferrara ne usciva a grande stento; e perchè il verno era già grande, si fece in Cremona una dieta nella quale intervennero Lodovico Sforza e il Duca di Calabria ed il Legato del Papa ed il Marchese di Mantova e Giovanni Bentivogli, fra tutti destando ammirazione grandissima Lorenzo de’ Medici per forza di mente e splendore d’eloquenza. Deliberarono entrare oltre Po nei confini dei Veneziani, i quali aveano fatto passare l’Adda a Roberto da San Severino loro capitano, con la speranza di fare nascere in Milano qualche mutazione contro a Lodovico. Fu dato il comando di quella guerra al Duca di Calabria; e questi, sebbene non facesse impresa notevole, tenea tutta la campagna sin presso al Mincio, intantochè lo Sforza aveva schiacciato i Rossi di Parma; e i Veneziani, di forze inferiori, attendevano a guardarsi, col solo vantaggio d’avere occupato per la via del mare Gallipoli in Puglia. La guerra però andava lenta dalle due parti tutto quell’anno e la primavera del susseguente, per la mala intelligenza tra’ confederati, e massimamente perchè a Lodovico il quale teneva sotto nome di Governatore lo Stato in Milano, dava gran sospetto quel campeggiare in Lombardia d’Alfonso duca di Calabria, naturale protettore di quell’infelice Giovanni Galeazzo cui aveva data la figlia in isposa, e che Lodovico già intendeva dispogliare con arti pessime dello Stato. I Veneziani per tentativo fatto essendosi accorti come egli avesse buone radici in Milano, non furono schivi di trattare seco lui: e quello stesso Roberto da San Severino, che aveva prima servito e poi tradito lo Sforza, fermava seco ora la pace in Bagnuolo ai 7 d’agosto 1484. Per questa ritenne il Senato di Venezia tutto il Polesine di Rovigo, con molto grave scontentezza d’Ercole da Este, al quale rimasero in casa i Visdomini, e i Veneziani sul Po. Dispiacque la pace anche al Pontefice perchè fatta senza lui; bene egli l’aveva cercata prima:[535] e perchè uditane la novella moriva, fu detto al nome solo di pace essere mancata la vita di lui che aveva tredici anni tenuto l’Italia in guerra e in tumulti.[536]

In Siena il governo dalle mani degli Ottimati era venuto in quelle del Popolo, ed avendo fatta lega con la Repubblica di Firenze, restituiva finalmente la Castellina e le altre terre ad essa occupate nella guerra di Toscana. Troviamo Lorenzo essere stato grande amico a quello Stato di popolani, debole com’era e molto agitato, sperando forse egli avere occasione di porvi le mani, e soddisfare l’ambizione ch’era in lui grandissima di fare un qualche notabile acquisto e averne merito nella patria sua.[537] Dolevagli intanto assai la perdita di Sarzana, che dalla gelosia dei vicini più volte gli era stato impedito recuperare; ed ora il racquisto si rendeva più difficile, avendo Agostino Fregoso donata la terra al Banco di San Giorgio, Compagnia possente, la quale reggeva tutto il commercio dei Genovesi, mantenendosi libera e forte e senza alterazioni in mezzo ai tanto spessi mutamenti ed alle percosse di signorie forestiere cui la Repubblica sottostava. Andarono genti dei Fiorentini a quella volta, ma nel passare che facevano sotto Pietrasanta molti carri di munizioni e vettovaglie con debole scorta, furono assaliti da quelli di dentro, e presi non senza sospetto che da quella preda si fosse in Firenze cercato un motivo d’assalire Pietrasanta: l’avevano essi altre volte posseduta, ed era una briglia da tenere in freno i Lucchesi, e buon fondamento ad ogni impresa da quelle parti. Ma l’espugnazione si rendeva difficile, essendo l’autunno avanzato e il terreno paludoso; abbandonarla ed aspettare la primavera, Lorenzo non volle; e in aggiunta d’Iacopo Guicciardini avendo mandato due altri Commissari, Antonio Pucci e Bongianni Gianfigliazzi, e dietro a quelli Bernardo del Nero, si recò egli stesso sotto Pietrasanta a dare animo alle genti ed a sopravvegliare la piccola guerra, ma tale però che avrebbe potuto estendersi molto per essere i Genovesi dal mare discesi in Vada e battendo con le artiglierie la Torre che i Fiorentini avevano nuovamente armata in Livorno. Assai fu lodata la virtù dei Commissari, e massimamente di Antonio Pucci che prestò opera di Capitano, egli volendo a ogni modo si desse l’assalto, e in quello mischiandosi agli uomini d’arme e pigliando cura dei feriti e provvedendo da sè ogni cosa sinchè non ebbe avuto infine Pietrasanta. Egli medesimo infermatosi per quelle fatiche e per la stagione, si faceva portare a Pisa, dove in pochi giorni moriva: era figlio di quel Puccio che tanto avea fatto co’ suoi per dare lo Stato a Cosimo de’ Medici. Gravi erano le sofferenze e i morbi frequenti e il mancare dei soldati: morivano l’altro Commissario Gianfigliazzi che difese Livorno, ed il Capitano della guerra ch’era il conte Antonio da Marciano.[538] Questa però non cessava, sebbene per terra nulla si facesse da Niccola Orsini conte di Pitigliano, nè da Rinuccio Farnese, nuovi condottieri dei Fiorentini: ma i Genovesi dal mare di nuovo attendeano a battere Livorno; donde ributtati, non però all’armata Fiorentina riusciva tentare contro a Genova cosa alcuna. Lodovico Sforza interponea pratiche dubbiose, intantochè senza frutto si adopravano per la pace il nuovo Papa e il re Ferrando.[539]

A Sisto IV era succeduto Gian Battista Cibo genovese Cardinale di Molfetta, col nome d’Innocenzo VIII. Mansueto di natura, lo aveano eletto per avere un pontificato quieto; ma tali erano le condizioni allora d’Italia e tanti gli appicchi di politiche ingerenze fuori, e di passioni private e di domestiche cupidigie dalle quali era tirato sempre l’animo dei Papi, che asceso al regno di pochi mesi, fu tratto Innocenzio ad una pericolosa guerra, odiosa a lui quando v’entrava, odiosa del pari quando egli ne usciva. Contro al re Ferrando si congiuravano insieme i Baroni del Reame, potentissimi nei loro castelli: tenevano molti la parte angiovina; ma coloro stessi che innalzati dal padre o da lui, godevano allora di grandi ricchezze, praticavano contro a lui segretamente, ma non inconscio Ferrando, che tutti temeva, e come espertissimo odorando i tradimenti da lontano, correva innanzi a prevenirli. Era Innocenzio male disposto verso la casa degli Aragonesi; e peggio ancora il Cardinale di San Pietro in Vincula, che assai dominava l’animo del Papa;[540] nel quale speravano i congiurati: ed Innocenzio avendo anche avuti Ambasciatori della potentissima città dell’Aquila che s’era posta in ribellione, deliberò di muovere guerra contro al re Ferrando, avendo ottenuto dai Veneziani Roberto da San Severino che andasse capo a quella impresa. Dispiacque a Milano la mossa del Papa, e molto se ne turbava Lorenzo de’ Medici al quale parve che fosse incendio da spegnere tosto; il che avverrebbe se il Papa fosse costretto a ritrarsene col muovergli addosso tutto il peso della guerra. Intorno a Roma i Colonnesi amici del Papa si battagliavano con gli Orsini; dei quali Niccola conte di Pitigliano, venuto ai soldi della Repubblica di Firenze, entrò dalla parte di Maremma nello Stato della Chiesa, intantochè il Duca di Calabria, facendosi innanzi, cercava congiungersi ad esso ed agli altri Orsini che aveano sparse le castella nel Patrimonio. Ma perchè l’impresa pareva tale che si dovesse compiere alla prima, Alfonso recatosi a Montepulciano, richiedeva che Lorenzo si abboccasse quivi con lui; e sebbene questi per malattia non potesse, rimase tra loro convenuto di portare le offese là dove più avrebbero ferito sul vivo: Lorenzo mandava a questo effetto rinforzo di gente, ed altre otteneva che sotto al Trivulzio venissero da Milano. Ma ciò nonostante riusciva la guerra lenta per le difficoltà dei movimenti, e per la stessa militare scienza la quale nei Capi era grandissima, con eserciti male composti e non atti a fare imprese gagliarde. Aveva Roberto da San Severino scontrato i nemici inutilmente al ponte Nomentano; poi andò gran tempo prima che le forze dei Collegati e degli Orsini si congiungessero a Bracciano, e che in una grossa battaglia non avessero la peggio le genti del Papa. Questi frattanto avea trattato di fare scendere in Italia il Duca di Lorena siccome erede delle ragioni di casa d’Angiò; al quale annunzio il Senato di Venezia, che non voleva in Italia oltramontani, già dava segno di accostarsi alla Lega; mentre i Fiorentini se ne rallentavano, a Francia legati per gran numero dei mercatanti ch’aveano in quel regno. Il Papa intanto, stretto dalla guerra che aveva all’intorno e dalle fazioni sanguinose dentro Roma stessa, udiva con lieto animo le proposte d’accordo che aveangli recate il Trivulzi e un letterato che allora in Napoli era in grande stima, Giovanni Pontano. Recossi indi a Napoli lo stesso Cardinale di San Pietro in Vincula, e fu conchiusa la pace; Roberto da San Severino costretto ritirarsi con l’esercito, e non avendo chi stesse per lui, fu necessitato rinviare la maggior parte delle sue genti, ed egli tornare a Venezia quasi solo. Quella pace diede a Ferrando causa vinta contro ai Baroni,[541] dei quali furono taluni subito messi a morte; altri, difesi dall’accordo e perdonati, erano spenti anch’essi con paziente indugio dal Re, che gli avvolse presso che tutti dentro alla rete dei tradimenti. Ferrando d’Aragona credettesi allora d’avere per sempre assicurato alla discendenza sua la possessione del Regno di Napoli.[542]